Tempo-schermo, cervello disponibile

C’è chi ha sostenuto che il nuovo divario digitale – o digital divide – tra ricchi e poveri è dato dalla non esposizione agli schermi. Mentre i bambini più ricchi beneficiano di un’educazione basata sull’interazione umana, lontano dalle nuove tecnologie, i bambini poveri si ritrovano davanti agli schermi a casa ma in alcuni casi anche a scuola. Mentre i genitori di famiglie ricche sono sempre più preoccupati per gli effetti degli schermi sui loro figli e stanno cercando di allontanarli, si teme un nuovo divario digitale: bambini/e delle classi medie e basse potrebbero crescere a contatto con gli schermi mentre quelli dell’élite ritornano ai giocattoli di legno e al lusso delle relazioni umane. E’ sempre più evidente che la deconnessione sia un tempo prezioso, anzi di lusso, riservato ai ricchi e un ambizioso diritto da rivendicare da parte dei sindacati. Osservando gli Stati Uniti possiamo riflettere anche alla luce dell’esperienza di 20 anni di schermi a scuola di Channel One News. A chi servono gli schermi a scuola?Continua a leggere “Tempo-schermo, cervello disponibile”

Divario digitale del tempo-schermo

Abbiamo forse finito di istallare le lavagna interattive in tutte le scuole italiane? Il New York Times ci avvisa che oggi il vero divario digitale (digital divide) tra ricchi e poveri sta tra chi cresce con scarso tempo-schermo a scuola e chi cresce con troppo tempo-schermo; consiste cioè – secondo il NYTimes – nel bandire le tecnologie digitali dalle scuole. Questo è almeno ciò che fanno le famiglie ricche negli USA.Continua a leggere “Divario digitale del tempo-schermo”

scuole 10 giorni senza schermi

In questa intervista la maestra e scrittrice Sophie Rigal-Goulard ci racconta come la vera esperienza delle scuole che per 10 giorni permettono a tutt le famiglie dei loro allievi di vivere senza schermi sia diventato un racconto, appena tradotto in italiano. Lei ha vissuto la sfida dei dieci giorni, e ne ha scritto un libro come ha saputo di questa sfida? Continua a leggere “scuole 10 giorni senza schermi”

4 passi avanti con gli schermi

Pubblichiamo la traduzione italiana della campagna “4 passi avanti con gli schermi”, ideata da Sabine Duflo, divulgata dalle rete delle associazioni francesi di sensibilizzazione agli schermi e pubblicata dal sito del ministero della famiglia francese. Sono 4 consigli pratici da attuare in tutte le famiglie affinché i genitori si sentano più responsabili e facciamo qualcosa anziché lamentarsi e colpevolizzare i propri figli.

Continua a leggere “4 passi avanti con gli schermi”

Schermi a scuola? ecco come!

Mentre in Italia le scuole vengono sommersi da Lim e schermi di ogni genere, solo in pochi se ne chiedono l’utilità. Serviranno a rivoluzionare una didattica stanca? Ad essere aggiornati con le tecnologie? A portare la pubblicità nella scuole? Sui pericoli del tempo-schermo non solo le associaizoni pediatriche e l’OMS ne raccomanda un uso ultra moderato, ma molte associazioni di difesa dei consumatori. Questa è l’intervista a Jacque Brodeur, insegnante di educazioen fisica e ora leader mondiale del movimento “10 giorni senza schermi”, trasmessa da RBE. Ci spiega come sviluppare senso critico per l’uso degli schermi a scuola. Continua a leggere “Schermi a scuola? ecco come!”

In internet, ma non soli

Ecco alcuni consigli per nonni e nonne su come essere d’aiuto ai nipoti per la navigazione in internet. Tratto da un saggio di Silvia Vegetti Finzi. Condividere delle regole, affiancare, che non significa stare di fianco, ma essere d’aiuto ad orizzontarsi. Ecco come nonni e nonne possono essere fonte di saggenza per orientarsi in un mondo difficile senza saperne troppo delle ultimissime tecnologie.

Continua a leggere “In internet, ma non soli”

Elogio dell’educazione lenta

Zavalloni presentava così il libro Elogio dell’educazione lenta di Joan Domènech Francesch: “Un testo che nasce dalla sua pratica di maestro, dalla sua esperienza didattica. Joan definisce i 15 principi per una educazione lenta e poi snocciola 50 idee per ‘decelerare’ il tempo. Esempi concreti, suggerimenti offerti alle scuole e alle famiglie. Joan rilancia più volte il suggerimento di Maurice Holt ‘è ora di cominciare il movimento della scuola lenta’.”Continua a leggere “Elogio dell’educazione lenta”

Tempo-schermo, ne va della salute

Tempo-schermo (screen time), parola in Italia quasi mai usata, è il tempo di esposizione agli schermi (TV, videogiochi, DVD, socialnetwork, etc…). Di tempo-schermo per bambini e bambine nell’età dello sviluppo, ne parlano invece l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Associazione Americana di Pediatri (AAP) che ritengono pericolosa (sulla base di studi e non di opinioni)  la quantità di tempo di esposizione agli schermi sia in età prescolare sia in età scolare. Ma perché le organizzazioni sanitarie parlano di tempo-schermo mentre i sociologi del web e la maggior parte dei genitori continuano a ignorare il problema o a differenziare gli schermi attivi da quelli passivi e quelli intelligenti da quelli stupidi?Continua a leggere “Tempo-schermo, ne va della salute”

Schermi e tablet, per un approccio prudente

Sabine Duflo, psicologa e pisicoterapeuta, è promotrice di campagne contro l’uso eccessivo di TV e nuove tecnologie; in questa intervista presenta la nuova campagna “4 passi avantiappoggiata dal ministero della famiglia francese. Spiega in modo semplice ma con basi scientifiche le ragioni per cui troppi minuti al giorno di esposizione agli schermi in età prescolare costituisce un impoverimento delle capacità di sviluppo psicomotorio. Una questione che gli adulti, ormai sempre più appiccicati agli schermi, stanno rimuovendo.Continua a leggere “Schermi e tablet, per un approccio prudente”

Bambini ribelli per servire meglio il mercato

Vance Packard ha mirabilmente descritto come il mercato prende la parte dei bambini contro gli adulti, destrutturando il principio di autorità. Le sue parole del 1956 hanno una attualità dirompente. Per lui il mercato compie una subdola azione di cecchinaggio contro i simboli dell’autorità dei genitori, esaltando la ribellione per fini commerciali. Ecco la parte del celebre libro I Persuasori occulti, dove parla di quello che oggi si chiama Kids Marketing. In realtà il mercato esalta la ribellione e l’anti-autoritarismo ma è solo apparentemente libertario.



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Dieci giorni senza schermi, ecco il racconto

Un libro sotto forma di romanzo che racconta il travolgente esperimento di una scuola in cui gli alunni decidono di fare a meno degli schermi per 10 giorni per essere più consapevoli il resto della vita del potere delle nuove tecnologie. In questo blog abbiamo già ampiamente parlato della rete che sta promuovendo l’esperimento di 10 giorni senza schermo in centinaia di scuole nel mondo. Pubblichiamo la prima recensione in italiano del libro appena uscito da Einaudi-Ragazzi: Dieci giorni senza schermi? che sfida! E’ la traduzione di una recensione pubblicata su Figaro Littéraire*.

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Diario di un pubblicitario

° di Frédéric Beigbeder

Mi chiamo Octave e mi vesto da apc. Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Cielo sempre blu, ragazze sempre belle, una felicità perfetta, ritoccata in Photoshop. Immagini leccate, musiche nel vento. Quando, a forza di risparmi, voi riuscirete a pagarvi l’auto dei vostri sogni, quella che ho lanciato nella mia ultima campagna, io l’avrò già fatta passare di moda. Sarò già tre tendenze più avanti, riuscendo così a farvi sentire sempre insoddisfatti. Il Glamour è il paese dove non si arriva mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma. La vostra sofferenza dopa il commercio. Nel nostro gergo l’abbiamo battezzata “frustrazione post-acquisto”. Non potete stare senza un prodotto, ma non appena lo possedete, dovete averne un altro. L’edonismo non è un umanismo: è un cash-flow. Il suo motto? “Spendo dunque sono.” Ma per creare bisogni si devono stimolare la gelosia, il dolore, l’insoddisfazione: sono queste le mie munizioni. E il mio bersaglio siete voi.Continua a leggere “Diario di un pubblicitario”

La pedagogia del tasto play (2)

Il consumo tecnologico disattiva la ricerca informativa: se le cose devono funzionare, non importa nemmeno il come e il perché, l’approfondimento è inutile, la curiosità non si esercita su ciò che ci precede – chi l’ha inventato? Chi l’ha costruito? Da dove viene? Di che materiale è? – perché tutte quelle voci del sapere le archiviamo, delegando ai marchi di sicurezza una generica garanzia sull’utilizzo. Tutta la tensione dell’utilizzatore tecnologico è invece su ciò che segue da qui a poco, sull’incantesimo del funzionamento, sulla magia dello scatto. È anche così che si forma un rapporto con il mondo disinteressato alle origini, indifferente alla natura delle cose, che non interroga ma aspetta, che non chiede ma guarda ciò che arriva. Continua a leggere “La pedagogia del tasto play (2)”

Dipendenze da internet

Come possiamo usare correttametne internet senza esserne dipendenti? Ascolta l’intervista di RBE al medico Paolo Giovannelli. Non è un medico qualsiasi ma il fondatore di ESC Team che ha organizzato il primo incontro internazionale sulle dipendenze da internet. E’ vero che internet può causare dipendenze? Può modificare le capacità di riflettere, approfondire, sentire, concentrarsi? Continua a leggere “Dipendenze da internet”

Perdere tempo per educare

Viviamo in un mondo difficile, soprattutto un mondo veloce. La velocità è caratteristica della modernità e ancor più della postmodernità, che Harvey ha eccellentemente descritto con la categoria di compressione spazio-temporale (1). Nella nostra epoca tutto sembra schiacciarsi sul presente. Il futuro, anziché essere portatore di Progresso, come fu almeno dall’Illuminismo,Continua a leggere “Perdere tempo per educare”

Baby promoters e baby consumatori

Sarah è una ragazzina brillante e vivace. Le piace andare alle riunioni degli scout il lunedì, fare danza moderna il martedì ed è appena stata ammessa nella squadra di ginnastica del locale Circolo delle Aquile, il che significa tre allenamenti settimanali e gare in giro per tutto il paese. Ha un buon carattere, che a scuola la trasforma in una piccola “calamita”, sempre al centro del divertimento. Passa molto tempo al computer e ultimamente ha cominciato a usare Internet per giocare e chattare. ConsumingKids

Sarah ha anche un segreto: essendo una ragazzina piena di impegni e con molti contatti, è stata reclutata attraverso la chat-room di un sito per bambini per lavorare come venditriceContinua a leggere “Baby promoters e baby consumatori”

Reti sociali online: le libertà in un profilo

di Ippolita pubblicato su Andersen, dicembre 2012

Il primo saggio di Ippolita, Open non è free (Elèuthera, Milano, 2005), evidenziava la differenza tra le libertà del free software movement e l’apertura al libero mercato dell’open source. Il secondo, Luci e ombre di Google (Feltrinelli, Milano, 2007), analizzava e criticava il sistema di conoscenza globale automatizzato di Google. Quest’ultimo Nell’acquario di Facebook prosegue sulla stessa linea di critica dell’informatica del dominio: a forza di dibattere pro o contro le cosiddette nuove tecnologie, non ci siamo accorte di quanto ci abbiano già cambiate. I nostri corpi si sono adattati a vivere tra schermi luccicanti; acquisiamo nuove competenze digitali, letteralmente: le nostre dita maneggiano tastiere microscopiche e touch screen. Le capacità cerebrali di apprendimento sono plasmate dal ritmo martellante del diluvio informazionale.Continua a leggere “Reti sociali online: le libertà in un profilo”

La Sfida dei 10 giorni senza schermi, una formula sperimentata per ridurre il tempo-schermo

di Jacques Brodeur


Se la torta al cioccolato e le patatine hanno sviluppato una dipendenza comparabile a quella per la tv e altri schermi, e che i nostri bambini vorrebbero goderne ogni giorno, anzi più volte al giorno, cercheremmo un modo rapido per staccarli. La differenza tra le torte, le patatine fritte e la TV è che la televisione, controlla l’informazione del pubblico: è lei che sceglie gli esperti e che informa il pubblico. Nessun accademia dell’alimentazione e neppure nessun ciarlatano oserebbe dichiarare pubblicamente che gli adulti non dovrebbero preoccuparsi per l’eccesso di consumo di torte e patatine fritte, e che dobbiamo avere solo fiducia nella capacità di recupero dei giovani, o che ci deve solo aspettare che l’appetito diminuisca, che il fenomeno passi.
Dalla creazione della settimana, senza schermi negli Stati Uniti nel 1995, seguita dallo sviluppo del programma SMART in California alla fine del millennio, (7) la competenza intorno alla riduzione del tempo-schermo si è costantemente arricchita. Nel 2003-2004, la riduzione del tempo-schermo è stata sperimentata dalla scuola materna fino alla fine della scuola superiore attraverso due iniziative distinte, una in Michigan, (8) l’altra in Quebec. (9)

SAPERE, PREREQUISITO DI VOLONTÀ E POTERE
Per preparare i bambini e i giovani a riprendere la padronanza degli schermi in cui si immergono la maggior parte del loro tempo libero, dobbiamo condividere con loro e i loro genitori due tipi di conoscenza. Questa conoscenza deve essere condivisa con gli insegnanti, testimoni e vittime dei danni da sovraesposizione agli schermi.
La conoscenza del primo tipo riguarda i danni conosciuti e scientificamente documentati che si riscontrano nei giovani quando vi è sovraesposizione agli schermi.
I danni comprendono in particolare:
– Bullismo, inciviltà, verbale e abusi fisici,criminali e non;
– Pubblicità rivolta ai bambini, evidente abuso di potere da parte di neurologia / psicologia al servizio del Marketing;
– Disturbi legati ai videogiochi, la disconnessione dalla realtà, il gioco d’azzardo on-line;
– Disturbi alimentari, anoressia, immagine corporea e l’ossessione dell’apparenza;
– La sedentarietà, il sovrappeso, l’obesità;
– Il deficit di attenzione, il disinteresse per la lettura e bassi risultati scolastici;
– Omofobia e misoginia nella musica e nei video musicali;
– Ipersessualizzazione della vita, pornografia, esibizionismo, atteggiamenti sessuali a rischio;
– Pubblicità sessista e relazioni tra i sessi non paritarie;
– L’autostima compromessa, isolamento, depressione, suicidio;
– Abilità sociali, la diffamazione, legami sociali e di fiducia compromessi.
La conoscenza del secondo tipo comprende i risultati di studi ottenuti in seguito alla riduzione del tempo di schermi. I più convincenti sono quelli osservati con i bambini e gli adolescenti che hanno accettato di provare dopo la formazione adeguata alla loro età. In Michigan, in Quebec e in Francia, si è reso necessario regolare le modalità di collaborazione presentate ai genitori e preparare gli esercizi per adeguare gli strumenti forniti agli insegnanti. (10)
Non si preparano le giovani menti alla disconnessione senza precauzioni. L’adagio vale anche qui come per la disintossicazione dei fumatori e degli alcolisti. Il miglioramento del processo di preparazione per il ritiro catodico-digitale si è basata sulla valutazione annuale dei benefici della riduzione del tempo-schermo nel breve, medio e lungo termine.addiction-des-jeunes-a-Internet

VOLERE PADRONEGGIARE GLI SCHERMI CON BAMBINI/E
Sapere come sopravvivere in un mondo altamente mediatizzato, è non solo utile, ma indispensabile. Ma ciò non è sufficiente per generare la volontà. La volontà è il risultato della combinazione di conoscenze e curiosità di vedere se potessimo, noi, insieme ad altri, ottenere i benefici riscontrati altrove. La motivazione degli studenti si costrui
sce un pezzo alla volta: la curiosità si trasforma in interesse, desiderio, volontà di partecipare e determinazione a continuare fino alla fine. Questo percorso è diverso dal pensiero e l’illuminazione compulsivo del subconscio, specifica della pubblicità o della manipolazione commerciale. Per aiutare i bambini a compiere questo viaggio, agli insegnanti sono dati degli esercizi da svolgere in l’aula.
Con i bambini da 4 a 8-9 anni, questi esercizi sono progettati per essere avviat
i a scuola ed essere portati a casa ed essere così completati con mamma e papà. La complicità di scuola e famiglia gioca un ruolo fondamentale nella formazione. I primi esercizi sono di esternare le emozioni, i sentimenti, le opinioni. I bambini sono invitati a disegnare un film che li spaventa.
Disegni di bambini di seconda elementare. (11)
Disegni di prima media. (12)

In seguito si propone di disegnare se stessi per esercitare il loro coraggio con quanto presentato in classe:
1) raccontare un malessere, una paura, una rabbia a qualcuno di fiducia; (espressione)
2) consolare una persona che ha difficoltà, paura o rabbia; (empatia-compassione)
3) bloccare la paura che proviene da un film prima che viene arrivi alla testa. ”Il mio cervello non è un bidone della spazzatura.”
I bambini amano questi esercizi che li tengono in contatto con la loro vita interiore e con il vivere insieme. L’espressione di sentimenti ed emozioni combinata con il potere di poter consolare produce un impatto positivo sulla fiducia dei partecipanti alla
Sfida dei 10 giorni senza schermi.
Poi viene la compilazione del tempo trascorso a guardare gli schermi.
infine, i bambini scrivono una lista delle cose che vorrebbero fare se il televisore e altri schermi fossero spenti. Questo elenco di preferenze personali comprende cinque tipi di attività: da svolgere da soli, con la famiglia, con gli amici, in gruppo, con i nonni. Si prevedono le attività esterne o interne.


SUSCITARE LA VOLONTÀ CON GLI ADOLESCENTI

Con pre-adolescenti o adolescenti talvolta, l’approccio educativo per domande li apre l’accesso al potere in modo folgorante. Ogni domanda è preceduta da una breve desrizione di 3-4 minuti, seguita da uno scambio verbale tra studenti in gruppi di 2 o 3, quindi tutti sono invitati a mettere il loro parere per iscritto. Tutte le risposte sono esatte. Esempi di argomenti che hanno generato scintille nei giovani.
Perché
Matt Groening ha proibito a suo figlio di 12 anni di guardare I Simpson, quando ne era il realizzatore?
A q
uale scopo si le emittenti continuano a cercare i modi per aumentare il pubblico?
Perché
l’esercito americano usa i videogiochi per addestrare le reclute di uccidere?
Come possono contribuire i cartoni animati al deficit di attenzione?
Perché i bambini che guardano la TV di mattina hanno avuto più problemi in classe?
Quali sono i programmi sessisti e misogeni?
Perché i bambini che non hanno schermi nelle loro stanze dormono di più e meglio?

Come fanno i pubblicitari e l’industria mediatica a preparare i giovani a un eccesso di consumo delle risorse del pianeta?
Come si diventa dipendenti nei social network o in Internet, o con i videogiochi?
Cosa è la
nomofobia e come può essere curata?
Come si distiguono gli schermi che usiamo da quelli che ci rendono schiavi?
Perché il Giappone, la Cina e la Corea del Sud hanno creato campi di disintossicazione da Internet?

PADRONEGGIARE GLI SCHERMI TENENDOLI SPENTI E’ ESERCIZIO DI POTERE
Per consentire ai bambini di appropriarsi questo potere, vengono dati loro degli strumenti. In primo luogo, un programma in cui si nota che ci saranno 54 punti da segnare. Questa griglia dà fiducia ai bambini e permette loro di pianificare le volte che decidono di guardare un programma. Non vi è alcun disonore nel vincere una partita 53-1 o 52-2.

Un’altra fonte di energia è l’elenco delle attività offerte dalle organizzazioni locali, tra cui tutti i giovani (con l’aiuto dei loro genitori per i più piccoli), possono compiere delle scelte e incontrare gli amici. Ognuno compila la propria lista con l’aggiunta di singole attività, la lettura o la bicicletta, etc.. Infine, ogni studente riceve un diario personale dove durante la sfida, senza schermi, si annota le sue scelte, segna i suoi punti, esprimere i sentimenti e parla di quello che ha fatto prima della Sfida dei 10 giorni senza schermi, ognuno dei 10 giorni e dopo la fine della sfida.

COME FUNZIONA LA SFIDA DEI 10 GIORNI SENZA SCHERMI?

Come una partita, come un gioco, come un tour de force, una prodezza. L’esperienza ha individuato le condizioni vincenti che hanno raggiunto alti tassi di partecipazione fino al 95%. (13)
In un prossimo articolo, passeremo in rassegna gli strumenti per la vittoria. In ogni comunità, gli organizzatori sono creativi e verificano l’effetto di nuovi ingredienti. Condizione di partenza: l’accordo dei primi due partner coinvolti: il personale docente e il consiglio di istituto. Una volta che l’accordo viene raggiunto, la direzione redige un calendario di preparazione degli studenti, che di solito si sviluppa nell’arco di tre mesi. La stagione in cui gli schermi rimarranno spenti non è rilevante, essendo dimostrato che avremmo potuto ottenere risultati paragonabili in autunno, inverno e primavera. Ogni scuola può quindi impostare il proprio calendario in funzione delle altre attività previste nel calendario scolastico: feste, vacanze, esami, eventi.


ASCOLTA L’INTERVISTA A JACQUE BRODEUR

PROSSIMO ARTICOLO DI J.B. TRADOTTO DA GLOBINDUNG:Treize raisons de réaliser le Défi sans écrans

LEGGI IL PRECEDENTE ARTICOLO SU GLOBINDUNG (la prima parte di questo – qui trovi l’orginale)


NOTE E LINK PER APPROFONDIRE

7. « Qui éduque les préadolescents, les parents ou les médias ? »
8. Stanford SMART (Student Media Awareness to Reduce Television).
9.
Le programme SMART de la Maternelle à la fin du secondaire au Michigan
10. Réduction du temps-écrans au Qu
Outils proposés au Québec et en Franceébec.
11.
Outils proposés au Québec et en France
12. « Des élèves de 2e année ont dessiné un film qui leur a fait peur ».
13. Dessins d’élèves de 6e année.
14. « Treize raisons de réaliser le Défi sans écrans ».

Fantastiche tecnologie moderne … per servire i bambini o per asservirli?

di Jacques Brodeur

Al convegno tenutosi a Parigi 30 aprile 2014, (1) i ricercatori intervenuti hanno analizzato alcuni degli effetti negativi del tempo di esposizione agli schermi per i bambini e adolescenti. In gergo militare, si sarebbe chiamato danno collaterale del bombardamento catodico-digitale. I capi di industrie che utilizzano gli schermi per catturare l’attenzione dei bambini sono ben consapevoli dei danni, ma come i venditori di sigarette di 50 anni fa, negano i fatti e rifiutano di riconoscere la paternità; utilizzano poi le informazioni pubbliche per diffondere l’idea che le accuse provengono da parte di gruppi che sostengono la censura. Essi stanno lottando per dare la colpa agli adulti che lasciano i loro figli davanti alla TV. Fanno di tutto per affascinare i bambini e, quando ci riescono, la colpa è della mamma e del papà.


COMPRENDERE LA REALTA’ PER FRONTEGGIARLA

Per i genitori, la missione è quella di ridurre il rischio, per neutralizzare l’influenza di schermi sulla loro prole e, per quanto possibile, renderli immuni. Missione impossibile, o quasi. Per lo stato, la sfida è quella di prevedere i costi sociali e per riparare i danni, offrendo campi o cliniche di riabilitazione, come avviene negli Stati Uniti, Giappone, Cina, Corea del Sud e il Canada. Tra le misure più comuni si trovano sensi comuni di ogni tipo: non importa, il mio bambino è abbastanza intelligente per gestire il suo consumo di schermo, ci si si arrabbia per nulla, lo lascio fare e vedremo in seguito, ogni generazione ha preoccupato la precedente, non si può fermare il progresso, lo fanno tutti, etc.
Le famiglie sono alla ricerca di un progetto di gioco serio, preparato con cura, equilibrato, con buoni ingredienti, concordato, con esperienza focalizzata sulla condivisione intergenerazionale dei saperi, della volontà e del potere. Ma di quale potere stiamo parlando? Di quello di educare criticamente ai media con favorendo il padroneggiamento degli schermi, senza farsi asservire dagli schermi.

La conferenza di 30 aprile 2014 ha dimostrato che un tale progetto esiste, e che questo progetto è stato costruito pazientemente nel corso degli anni, attraverso tentativi ed errori, trasferimento delle competenze (2) e testimonianze di decine di migliaia bambini, genitori e insegnanti.

DANNI COLLATERALI CONOSCIUTILA VOCE ALLE ESPERTE

In Canada, la Canadian Paediatric Society riconosce che “l’esposizione prolungata agli schermi provoca vari problemi di salute come l’aumento del rischio di fumare, l’alcol e altre sostanze, comportamenti e atteggiamenti aggressivi, cattiva alimentazione e peso in eccesso. A questa lista, altri studi aggiungono, l’ossessione per l’aspetto, la rapida adozione di comportamenti sessuali a rischio e iper-sessualizzazione. Infine, ora sappiamo che il tempo-schermo può anche influenzare l’apprendimento scolastico, tra cui la lettura, primo fattore di successo formativo”. (3)

La sfida è quindi quella di mettere gli schermi al loro posto e l’unico posto che meritano è quella di sevitori, adottando lo stesso atteggiamento verso il consumo di cibo e medicinali di cui si scoprono gli effetti collaterali.

Il 30 aprile a Parigi, due psicologhe e una sociologa hanno condiviso con il pubblico i risultati che regolarmente rilevano durante le loro consulenze professionali e i consigli che forniscono ai genitori sull’esposizione dei loro figli agli schermi. (4)

Eloisa Junier è una psicologa dello sviluppo dei neonati. Lei è irremovibile “nessuno schermo prima dei tre anni!” Secondo lei, dalla nascita, “il mondo di bambini è invaso da tutti i tipi di schermi: televisivi, tablet, telefoni cellulari, computer …” si rammarica che il contatto con lo schermo sia sempre più precoce, sempre più frequente e sempre più esteso. “Non è raro per i bambini sotto i due anni trascorrere 1, 2, 3 ore davanti allo schermo ogni giorno.” L’uso intensivo può influenzare il loro sviluppo e il loro comportamento quotidiano. Ha trovato “vari sintomi quali agitazione, irritabilità, disturbi del sonno.” La psicologa propone quindi una sfida per i genitori: “interrompere tutte visioni di schermi dalla vita del bambino per un mese intero,” e far loro decidere se prolungare l’esperienza nel caso lo trovino interessante. Si lamenta che” le famiglie non sono molto consapevoli dei rischi di questi giocattoli digitali.” E si rammarica che” il loro utilizzo si rivela a volte apprezzato.”
Al presunto stimolo dell’intelligenza dei bambini da parte degli schermi, Heloise Junier risponde che si tratta di “luoghi comuni da parte di imprenditori di marketing e
sedicenti esperti”. Secondo la psicologa, l’argomento fraudolento è utilizzato per stimolare le vendite in un mondo in cui, “la corsa per l’elitarismo infuria dalla culla.” Consiglia ai genitori di non affidare i loro bambini a schermi babysitter, anche quando si sentono sopraffatti o hanno molte altre preoccupazioni. L’oratrice ha chiesto “un approccio di prevenzione che parta culla.”sedia-schermo4

Sabine Duflo è una psicologa clinico presso il Centre Médico Psychologique di Noisy-le-Grand. Nel suo intervento del 30 aprile si è concentrata sull’uso di schermi con figli fino all’età di 11 anni preoccpandosi di come che gli schermi stiano invadendo l’universo famigliare e sociale. Gli schermi stanno fornendo modelli di riferimento di identità e di comportamento ”che il bambino riprodurrà tanto più facilmente se vi sarà stato esposto ripetutamente.” Secondo la psicologa “gli schermi influenzano in modo particolare la capacità di attenzione bambino, la possibilità di iniziare la lettura, la capacità di regolare le emozioni, le modalità di relazioni con gli altri, e in ultima analisi, la sua rappresentazione del mondo. ” La psicologa prescrive che il tempo passato davanti agli schermi sia regolato dai genitori. Si è riscontrato che tale prescrizione comporta ”effetti veloci e molto positivi anche in aree relazionali e comportamentali che potrebbero sembrare a prima vista molto distanti dallo schermo.”

Ha sviluppato una piccola regola che chiama le regola dei 4 passi: non guardare gli schermi del mattino in quanto questo è il momento in cui l’attenzione è più forte; non guardarli durante i pasti della famiglia perché nuoce agli scambi; non prima di dormire, perché il bambino si stanca e il sonno ne viene disturbato; non nella stanza del bambino. Ha aggiunto: ”Penso che se vogliamo che la prossima generazione sappia padroneggiare gli schermi, e non ne divenga dipendente, paradossalmente si deve ridurre al minimo la loro presenza nella vita del bambino, al fine di consentirgli di acquisire una capacità critica per la sua umanità: la capacità di pensare da solo.”

Sophie Jehel è di formazione sociologa ed è maitre de conference in scienze dell’informazione all’università di Parigi-8. (5) In particolare, ha condotto un sondaggio su oltre un migliaio di ragazzi e i loro genitori, ponendo una questione di grande attualità in Europa e in America: “chi educa i preadolescenti i genitori o i media? (6)

Secondo lei le famiglie richiedono un’azione specifica da parte dei responsabili politici: ”Nelle nostre società moderne, dice, i contenuti multimediali sono anche culturali e forgiano i valori della società.” Costata che “i legami che i bambini intrecciano con le società dei media sono parte delle relazioni sociali e culturali. ” I genitori giocano un ruolo centrale e il loro rifiuto (o la loro incapacità) di svolgere questo ruolo ha un prezzo. Per illustrare l’utilità delle politiche pubbliche e il loro ruolo, l’oratrice ha aggiunto: ”se esistono importanti strumenti di regolamentazione pubblica (classificazione di giochi, di segnaletica per la televisione) i genitori potrebbero entrarne in possesso per guidare il consumo dei bambini, contribuendo a ridurre l’esposizione ai contenuti a rischio.” Sophie Jehel si rammarica per ”l’inadeguatezza di questi regolamenti e la loro totale assenza su Internet.


Si possono ascoltare le conferenze di
Sabine Duflo, Héloïse Junier et Sophie Jehel.


ASCOLTA L’INTERVISTA A JACQUES BRODEUR

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LEGGI IL PRECEDENTE ARTICOLO TRADOTTO DA GLOBILDUNG

NOTE E LINK PER APPROFONDIRE

(1) Colloque tenu à Paris le 30 avril 2014.
http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-accueil.php
(2) Expertise entourant le Défi sans écrans. http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-expe.php
(3) Société canadienne de pédiatrie.
http://www.tv5.org/cms/chaine-francophone/info/Les-dossiers-de-la-redaction/ACTA/p-28653–Digital-detox-faut-il-se-soigner-de-l-overdose-d-ecrans-.htm
(4) Conférenciers du 30 avril. http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-conf.php
(5) Sophie Jehel, Université Paris-8, Notes biographiques.
(6) « Qui éduque les préadolescents, les parents ou les médias ? »

Autodifesa digitale

di Ippolita (anticipazione dalla rivista Andersen)

Come si fa a convivere con i dispositivi digitali? Si possono usare senza essere usati? Siamo sotto controllo, senza via d’uscita? E i più piccoli? E i più anziani? E la politica? Che ne è della sfera privata, della sfera pubblica, della vita analogica? Siamo dipendenti dal digitale? Queste sono le domande a cui ci troviamo confrontate nella nostra attività di formatori. Il tema che si dipana sullo sfondo è: posto che individui e collettivi secondo noi dovrebbero tendere alla libertà e non all’apertura (nel 2005 scrivemmo in merito Open non è Free), poiché nel quadro del digitale siamo immerse in un mondo di strapotere e dominio commerciale, quali sono le tattiche per fare autodifesa senza entrare nella dinamica militarista di attacco-difesa? sedia-schermo3

Come crescere in maniera co- evolutiva con gli strumenti digitali? Precisiamo che per noi dipendenza, così come altre parole legate all’uso della Rete (anzi, la stessa parola Rete), andrebbero rinegoziate. Senz’altro, non esistono risposte facili e adatte a tutti. Soprattutto, non esistono soluzioni gratuite. Certo, non possiamo affidarci alle ricette dei Padroni Digitali, le risposte commerciali che ci bombardano senza sosta con «nuove tecnologie» per risolvere problemi che non sapevamo di avere. Costruire mondi comuni in cui vivere bene esige tempo, calma, attenzione. E non si può partire dall’alto, dai grandi sistemi. Nessuno ci ha costretto a connetterci, né a fare login: l’abbiamo fatto volentieri, con entusiasmo, abbiamo accettato le regole del gioco (abbiamo acconsentito ai Termini del Servizio), e se ora ci sentiamo in casa d’altri, spiati e controllati, all’indignazione devono seguire proposte di dignità. Bisogna quindi cominciare dal basso, dai nostri comportamenti quotidiani. Ci siamo adattati alla profilazione perché è comodo farci sezionare da qualcuno che sa meglio di noi cosa vogliamo. I nostri desideri vengono così esauditi senza fatica, che siano oggetti, esperienze, servizi, relazioni.

La critica all’informatica del dominio ci mette a disposizione degli strumenti per capire come siamo arrivati a delegare parti rilevanti delle nostre vite ai Servizi Commerciali Gratuiti. I loro dispositivi sono protesi di arti sani in via di atrofizzazione. Dallo smartphone al navigatore, abbassano il carico cognitivo, rendono più semplici procedure prima semplicemente impensabili, come inviare messaggi a migliaia di persone contemporaneamente, o verificare immediatamente una fonte, un dato. D’altra parte ci abituano a interfacce appositamente studiate per generare assuefazione, e quando ci accorgiamo di reagire alla logica perversa delle notifiche, ormai è difficile ridurre, smettere.

Criticare però è solo il primo passo, a cui molti altri devono seguire. L’obiettivo dell’autodifesa digitale è tracciare il nostro sentiero per creare reti adeguate ai nostri bisogni. E siccome i nodi di una rete collettiva sono gli individui, vogliamo imparare a costruirci identità integre, espressioni consapevoli di corporeità forti, autonome, competenti. Corporeità somato-psichiche capaci di armonizzare digitale e analogico.


Ippolita3Ippolita, “Autodifesa digitale” sarà a breve interamente pubblicato sul mensile di letteratura e illustrazione per il mondo dell’infanzia Andersen. Si ringraziano autore e editore per l’anticipazione.


Ippolita è unIppolita2 gruppo di ricerca interdisciplinare attivo dal 2005. Conduce una riflessione ad ampio raggio sulle ‘tecnologie del dominio’ e i loro effetti sociali. Pratica scritture conviviali in testi a circolazione trasversale, dal sottobosco delle comunità hacker alle aule universitarie. Tra i saggi pubblicati: Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale (Elèuthera 2005); Luci e ombre di Google (Feltrinelli 2007, tradotto in francese, spagnolo e inglese); Nell’acquario di Facebook (Ledizioni 2013, tradotto in francese, spagnolo e inglese); La Rete è libera e democratica. FALSO! (Laterza 2014). http://www.ippolita.net – Idee, suggerimenti: info@ippolita.net

L’entusiasmo dei bambini per gli schermi: preoccuparsi o no?

di Jacques Brodeur *

Genitori, insegnanti e operatori sanitari vedono aumentare ad alta velocità la quantità di tempo che bambini e adolescenti trascorrono davanti agli schermi di tutti i tipi. Curiosi, si interrogano e si rifiutano di stare a guardare con le braccia incrociate. Il potere seduttivo degli schermi aumenta. Continua a leggere “L’entusiasmo dei bambini per gli schermi: preoccuparsi o no?”

La pedagogia del tasto play (1)

Lo sguardo da regista di Pier Paolo Pasolini leggeva a metà degli anni settanta negli oggetti di uso comune i segni della grande mutazione, perché il servizio di tazze che il suo scenografo Dante Ferretti aveva scelto nel film in lavorazione sugli anni quaranta tradiva un’epoca in cui le cose si facevano con cura e sapienza artigiana, lontani dalla serialità e dai codici a barre. Chissà a quante cose siamo così abituati senza farci caso, se un osservatore acuto come Walter Benjamin (*) coglieva persino nell’introduzione dei fiammiferi una trasformazione radicale del Novecento, quella che sostituisce in molti campi a una serie di operazioni un gesto brusco. Quante cose sono oggi regolate da movimenti a scatti – nei vari clic, push, play ecc. della quotidianità – anziché fluidi, in questo tradendo il nostro corpo, che non si muove affatto così ma vi è costretto dagli oggetti?

A questo punto della mutazione l’artigianato è un lontano ricordo, oppure una nicchia per ricchi, o corrisponde alla manodopera sfruttata chissà dove e chissà come, tale da risultare più conveniente della merce seriale ma senza avere più nulla della cura e della qualità che si attribuirebbe al “fatto a mano”. Quanto agli scatti, si sono solo un po’ ammorbiditi ma sono ovunque, ed è diventato difficile farne a meno. Qualunque preliminare, attesa o sospensione del movimento promesso dall’oggetto sarebbe insostenibile nella nevrosi del consumo, per cui se le sigarette si accendessero da sole senza fiammiferi si venderebbero quelle, le tende da campeggio ormai si montano nel senso che lo fanno loro e tu non fai più nulla, i cibi si vergognano dei loro tempi di cottura, che si dimezzano progressivamente come la velocità dei processori dei computer.

Nella stanza del risveglio di un bambino la realtà è già tutta a pulsanti, fuori da qualunque sincronia con l’orologio biologico e dalla logica di movimento del suo corpo, non la tenda alla finestra ma il tasto play è diventato forse il grande educatore, il maestro di vita. Sono così i giocattoli, sempre più e sempre prima elettronici, sono così anche i libri quando incorporano il loro audio o emettono suoni, è così l’automobile che appare al suo sguardo immobilizzato dalla postura di sicurezza del seggiolino come luna park di spie, pulsanti e funzioni magiche, ma è così la casa stessa, perché quando gattona un bambino vede soprattutto prese e copri-prese luminosi, quando si alza in piedi trova esattamente davanti ai suoi occhi pulsanti e manopole di elettrodomestici, e sul tavolino si imbatte certamente in uno dei tanti telecomandi o telefoni di famiglia. È una casa senza leve, dove l’elettronica ha soppiantato la meccanica, e proprio per questo, paradossalmente e potenzialmente, dove un bambino può tutto, compresi i disastri. È una casa dove si impara a essere consumatori, perché nessun congegno è autocostruito, nessuna esperienza è possibile se non quella di agire il gesto previsto dall’oggetto.

“I re non toccano le porte. Non conoscono questa felicità,” scriveva Ponge (*) ricordando il piacere della scoperta di persona, con quel quadro sul mondo varcato a poco a poco attraverso la spinta di un pomello e poi richiuso, nella magia delle stanze…, e allora il bambino-re messo sul trono della consolle della cameretta tecnologica che cosa si perde mentre è noto il potere guadagnato, cioè il telecontrollo della materia circostante? Se gli oggetti educano, qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play? Proviamo a fare una rassegna di ipotesi sul condizionamento indotto, sugli atteggiamenti alimentati certamente in chi esordisce nella vita sotto questa cultura materiale, ma forse anche in noi che la abitiamo da adulti.

La passività, innanzitutto, mascherata da potenza: l’azione è eterodiretta, per cui difficilmente possiamo fare qualcosa che non sia previsto dalla merce, e sotto la fantasia del dominio aumenta in realtà la nostra dipendenza da una mediazione tecnologica che agisce per noi. A fare play non è il bambino ma il giocattolo, letteralmente è il giocattolo che gioca, suona e recita, chi è di fronte schiaccia e assiste, come davanti a un televisore. Ma poiché la tecnologia è complessa, per semplificarne l’utilizzo e renderla accessibile al popolo non si può che mascherarla, inventare le funzioni che dialogano con i nostri modi comuni di agire, decidere per noi cosa dobbiamo fare e predisporre automatismi. Quale idea del mondo, quindi: la realtà come spettacolo, noi come pubblico, l’eliminazione della fatica o dell’apprendimento, la promessa implicita che tutto ci è dato, ed è qui per noi, non per intrinseca necessità o autonoma esistenza, l’impossibilità di incontro e casualità, sotto il nostro primato di spettatori a cui il mondo deve la sua recita. 

SEGUE SECONDA PARTE


FRAMMENTO TRATTO DA:laffi

Stefano Laffi, La congiura contro i giovani, crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Milano: Feltrinelli, 2014, pp. 35-40

LEGGI LA RECENSIONE

ASCOLTA L’INTERVISTA A STEFANO LAFFI

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)

Con la seconda parte dello scritto di Franco Lorenzoni, che ringrazio per il contributo offerto a GloBildung, continuano le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica.

Scava più il lombrico reale o quello virtuale?

Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)”

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)

Continuiamo le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica con uno scritto di Franco Lorenzoni in due parti, ecco la prima.

Elias Canetti, in quello splendido romanzo sulla percezione infantile del mondo che è La lingua salvata, racconta di essere grato a sua madre per il senso di vastità che gli ha saputo donare. Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)”

Spegnere gli schermi è possibile! … e auspicabile

Lo schermo è pericoloso. Oggi gli studi scientifici si contano a migliaia – e gli scienziati hanno individuato i danni causati ai giovani cervelli per l’esposizione agli schermi.” Le parole di Jacques Brodeur sono semplici, non allarmiste e non fataliste, ma guardano in faccia la realtà e prendono in considerazione le malattie, le intossicazioni e tutti i disturbi che l’elevata esposizione agli schermi (TV ma non solo) causa ai bambini e alle bambine di oggi. A partire dalla sedentarietà, ai deficit cognitivi, alla lesione della memoria per non parlare della aggressività e soprattutto della diminuzione del tempo di dialogo in famiglia. Tutti effetti largamente studiati dagli scienziati, e altrettanto ignorati dai media. Chissà come mai? Puoi ascoltare l’intervista a Brodeur dal sito di RBE.

jacquesbrodeurMa Brodeur non si limita a denunciare. Ha usato i primi studi che comparano gli effetti positivi della riduzione del tempo-Tv e ha implementato dei programmi scolastici in Canada e in Francia per sensibilizzare alunn* e famiglie sull’importanza di essere padron* degli schermi anziché lasciarsi impadronire da essi. Programmi che prevedono una completa astensione dalla TV per 10 giorni da parte di tutte le famiglie degli alunni e alunne di un istituto.spiderman

Progetti dirompenti che bloccano i continui scarichi di responsabilità: i genitori non sono responsabili perché gli amici e i compagni di classe sono sempre attaccati agli schermi, gli insegnanti non sono responsabili, credono che non sia un loro problema ma non si rendono conto che la causa principale dei deficit di attenzione e dei disturbi di apprendimento è proprio la sovraesposizione agli schermi.

Brodeur unisce famiglie e istituzione scolastiche per fare riprendere in mano la vita comunitaria ai protagonisti, coinvolgendo tutte le associazioni del territorio. I bambini e le bambine scelgono da sole le alternative alla Tv, le vivono per 10 giorni e poi continuano! Brodeur non vuole solo migliorare la qualità dei programmi televisivi ma ha anche l’ambizione di diminuire la quantità di tempo che bambini e bambine passano davanti agli schermi e aumentare il tempo che passano con amici e amiche reali e con i genitori veri anziché con i supereroi virtuali perché le statistiche ci dicono che il tempo passato a parlare in famiglia è nettamente minore di quello davanti agli schermi.

schermiLa prima costatazione è quella che tutti, veramente tutti conoscono e cioè: i bambini di oggi non si muovono abbastanza! E perché non si muovono abbastanza? perchè sono imprigionati dalla TV! il primo danno quindi è la sedentarietà” – sostiene Brodeur  – insegnante di ginnastica in pensione che dedica tutte le sue energie a ai progetti spegni-TV. Con grandi risultati. Siamo ormai al 4 congresso internazionale da lui organizzato. Qui puoi vedere tutti i video dell’ultimo convegno dove studiosi, studenti, famiglie ne parlano (in francese).

Ma Brodeur è attento anche alle metamorfosi delle amicizie di internet causate da facebook. Si rifà agli studi di Thomas Robinson che insegna a Stanford al Prevention Research Center. Cosa sta veramente a cuore a Brodeur? Che le nuove generazioni ricevano più cure e attenzioni dagli amici reali e dai loro genitori piuttosto che da Spiderman. Semplice? Sì ma non banale perché per mille inerzie oggi è più facile lasciare che tutto vada come va e che i bambini e le bambine stiano davanti agli schermi buoni e zitti, pensando che questo tolga problemi anziché darne di maggiori. Augurandomi che questi progetti presto prendano piede in Italia non mi resta che aggiungere che il silenzio mediatico di fronte a questo problema etico-pedagogico è pari soltanto alle sottovalutazioni mediatiche sui disastri ambientali. I media amano parlare di chi è a favore e chi è contro e riducono la scienza a opinioni opposte e superficiali, a talkshow che è chiacchiera da bar, ma tra gli studi scientifici – ricorda sempre Broduer nell’intervista citata – “solo 20 su 4000 non sostengono che l’esposizione prolungata agli schermi non provochi aggressività e deficit di attenzione”.

Educare alla padronanza degli schermi? Sì grazie!

Il convegno Maitrise des écrans – Parigi il 30 aprile 2014 – era organizzato da insegnanti, alunni, genitori, studiosi che hanno confrontato le loro esperienze di spegnimento degli schermi sperimentate in Francia dal 2006 (175) e in Canada dal 2003 (con oltre 100). Nella presentazione si legge: “Oggi, gli schermi sono onnipresenti nella nostra vita quotidiana e dalla più tenera età: TV, console di gioco, smartphone, computer, tablet. I contenuti accessibili sono molti, variano (FaceBook, Twitter, Snapchat, Ask) e sfuggono spesso al controllo dei genitori… Senza negare le possibilità di condivisione di informazioni e conoscenze che queste nuove tecnologie offrono, si tratta di valutare anche i rischi potenziali per la salute e l’apprendimento nell’uso prolungato. Mentre il fascino degli schermi aumenta, il danno si estende; da qui la necessità di fornire alle famiglie e alle scuole un tempo di disconnessione.”schermi

L’organizzatore Jacques Brodeur, ha evidenziato i tre risultati maggiori. Aumento del tempo della conversazione in famiglia. Aumento del tempo dedicato allo sport (bicicletta soprattutto). Aumento del tempo dedicato alla lettura. Sono i risultati sul lungo periodo, quando gli alunni tornano ad accendere gli schermi con maggiore senso critico. Le stime, sorpassate dall’irruzione di smartphon, dicevano che dal 1983 al 1997 il tempo-conversazione in famiglia si fosse dimezzato passando da 1h12′ a 34′ alla settimana (USA). Questo mentre il tempo-schermo passava da 15-20 hh settimanali nel 1980 alle 40 hh settimanali (età 8-18 anni). L’American Academy of Pediatrics dà dati più accurati, ma il problema è tutto pedagogico: se la maggior parte del tempo è davanti a schermi di anziché a parlare in famiglia e giocare liberamente con i coetanei, chi sta educando?

In questi esperimenti la settimana è vissuta come una partita sportiva. Nessuno è obbligato a spegnere la TV. Sono i bambini il vero motore, i giocatori entusiasti. Molto spesso è la prima volta che hanno questa possibilità di scelta. Nella testimonianza dei genitori mi ha colpito moltissimo sentire che molte famiglie avevano proprio il desiderio che ci fosse una istituzione pubblica e dei professionisti che offrissero finalmente ai propri bambini delle alternative agli schermi. Insegnanti e istituzioni danno invece la colpa alle famiglie. Dobbiamo parlare di corresponsabilità educativa?

Gli interventi convergono sull’assunzione di responsabilità da parte degli adulti. Héloise Junier, psicologa dello sviluppo, ritiene che in età prescolare non si debbano esporre a schermi prima di 3 anni e che fino ai 10 occorra parlare di minuti. Nella sua pratica ha riscontrato due motivazioni radicate nelle famiglie: 1) lo schermo è un buon baby sitter che riduce conflitti in famiglia; 2) rende più intelligenti i bambini. Ignoranza e mancanza di tempo? Per i bambini prima di 10 anni Sabine Duflo descrive un impatto globalmente negativo a livello emozionale e intellettuale: problemi di attenzione, problemi di lettura, problemi di sonno, di aggressività, incapacità di giocare da solo/a, ridotte capacità di immaginazione. La povertà di immaginario è stata evidenziata dall’analisi dei disegni da Winterstein. Analisi disegni di Winterstein

Sabine Duflo e Héloise Junier hanno spiegato che in età prescolare è essenziale lo sviluppo di capacità manipolatorie per le quali si rende importante usare quanti più materiali e supporti diversi: è la fase della scoperta senso-motoria in cui lo sviluppo di un solo senso (quello visivo) è limitante e anche inibente perché il tipo di attenzione richiesta è diversa e minima. L’attenzione è infatti capacità che si articola in due livelli: primaria e secondaria. E’ la capacità attentiva secondaria e volontaria quella prettamente umana intorno a cui si sviluppa, tra l’altr,o la capacità di attenzione congiunta e l’empatia.

L’intervento iniziale del filosofo Bernard Stiegler è un po’ allarmista: “il massacro degli innocenti”. Ha il merito di spiegare come il desiderio venga ridotto a pulsione: gli schermi (puntati contro i bambini come armi) inibiscano lo sviluppo del desiderio deturnandolo verso oggetti virtuali. Intervengono però anche gli alunni di una scuola superiore parlando dei grandi vantaggi che gli schermi permettono loro: condivisione di sentimenti, arte, cultura, relazioni a distanza. Non sembrano affatto sconvolti dall’idea di farne a meno, le amicizie e lo sport occuperebbero quel tempo. E’ proprio su questo incrocio che può iniziare l’esperimento di sospensione per sviluppare padronanza degli schermi.

Molte altre riflessioni vanno oltre. Si chiedono come evitare una settimana di grandi consumi. La sociologa Sophie Jehel è per una regolazione pubblica e un intervento dei poteri pubblici, almeno per le pubblicità e le trasmissioni per bambini/e. Gli attori del controllo dovrebbero essere tre: le famiglie, l’autoregolazione dei canali con codici etici, il controllo pubblico. Propone inoltre un osservatorio della società civile.

I temi sono molto attuali e caldi. Come si modificano le relazioni di amicizia attraverso gli schermi? E’ possibile educare a sviluppare un senso critico nell’uso dei media? L’esperimento “una settimana senza schermi” è l’occasione per aprire questi importanti interrogativi filosofici su cui bambini e giovani hanno estremamente voglia di mettersi in gioco. Questi schermi non hanno forse il potere di immobilizzare i corpi e le parole dei bambini? Non sono forse in gioco corpi e il potere filosofico ed esistenziale della parola?

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Giovani pionieri al Kids Marketing

Stefano Laffi si occupa da molto tempo di giovani, come ricercatore sociale e consulente. Il suo ultimo libro, La congiura contro i giovani, dice dure verità sui giovani e lo fa con parole dosate e ben scolpite. Ha il coraggio di dire che il re è nudo: il mondo in cui i giovani si trovano costretti a vivere e crescere li esclude dalla cittadinanza, al di là di tutti i  discorsi retorici. laffi

Il suo è un notevole saggio critico delle condizioni postmoderne in cui crescono le nuove generazioni. Disvela i dispositivi pedagogici di un mondo dominato dalle merci. In controtendenza rispetto alle lamentele sui giovani, sdraiati e rilassati, maleducati e colpevolizzati per ogni nuovo cattivo costume, il libro segue la traiettoria dalla nascita ai primi colloqui di lavoro per descrivere la negazione della cittadinanza ai bambini. L’ombra che li accompagnerà in questo viaggio sarà fin dai primi minuti l’ossessione adulta per la norma. La spettacolarizzazione di ogni aspetto della vita (si nasce e si è sempre famosi ma esposti) fa da sfondo a un film lento, senza sfumature, non troppo lungo e senza il gran finale. I bambini prima e i giovani dopo sono i protagonisti: le difficoltà che incontrano sono date da un mondo pieno di merci e oggetti che modificano il loro rapporto con il mondo. E’ la pedagogia del tasto play dove tutto funziona elettronicamente cambiando però anche la percezione della realtà e alterando i sensi e la mente. Da McLuhan a Roland Barthes passando per Benjamin e Pasolini e una quantità scelta e mirata (grazie a poche note) di saggi critici della società dei consumi per approdare a Margaret Mead. Il libro riprende molte questioni già enucleate nel secolo scorso, le dipana, le mette sul piatto. Ci sono molti orrori, ma sono quelli che noi adulti abbiamo preparato per il futuro dei nostri nipoti.

Se gli oggetti educano – si chiede Laffi – qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play?” Un’arancia vera e una di plastica trasmettono al bambino immagini diverse del mondo e della sua relazione con la natura e con la vita. Si “indebolisce l’idea di una mediazione riflessiva come premessa dell’agire” e si rischia di formare al delirio di onnipotenza e al cinismo.

lafficongiuraIl bambino cresce vaccinato, assicurato, protetto e infine incoronato dal mercato che “ha capito quanto vale la sua quota e come può influenzare le decisioni anche degli altri consumi famigliari”. E’ la Guilt Money, quella disponibilità a spendere ed essere vulnerabile ai capricci del bambino ed è inversamente proporzionale al tempo: meno stai con i tuoi bambini più sei disposto a spendere soldi per loro. Un meccanismo che le aziende conoscono e usano. L’unico riconoscimento che avviene fin dalla tenera età è quello di essere consumatori in grado di modificare i consumi della famiglia e degli adulti. Entrato nelle fauci della bestia, Laffi descrive benissimo obiettivi e psicologia del Kids Marketing, che, senza alcuna remora etica, ha l’obiettivo di forgiare i desideri dei bambini. Laffi osserva che se “sommi il tempo di esposizione ai messaggi e lo confronti con il tempo di dialogo in famiglia, ti rendi conto chi parla davvero ai figli.” Inoltre c’è anche la comunicazione educational che è quella che usa la scuola tramite gli insegnanti, una scuola sempre più povera e quindi disposta a fare pubblicità per avere fondi.

Per Laffi è importante comprendere che siamo di fronte non un collasso di motivazione e di fiducia dei ragazzi rispetto alle sfide che li attendono, ma alla mancanza di opportunità e di possibilità, che si manifestano nel non trovare esperienze, lavoro, soldi, casa, e, più in generale, nel non aver voce, nel non poter incidere nella realtà che li circonda. La congiura è l’esclusione programmata dalla cittadinanza, dalla possibilità di contare e di essere riconosciuti come persone.

Insomma se abbondano articoli, servizi televisivi, libri che parlano dei giovani e fanno diagnosi e prognosi, che sentenziano su come aiutarli nel loro disagio, scarseggiano invece gli approcci critici al mondo che gli adulti di oggi consegnano al futuro. Le linee di tendenza intercettate da Laffi vanno ben oltre i confini nazionali e colgono alcuni processi globali contemporanei. Un esempio su tutti è la crisi del potere e del valore della parola: siamo in un mondo in cui “gli adulti non dicono quello che pensano e non fanno quello che dicono” Un mondo quindi in cui la parola conta poco, molto poco.

Riprendendo Generazioni in conflitto di Margaret Mead, Laffi traccia anche una via d’uscita. Le grandi scoperte sono state fatte da giovani. Bisogna affidarci ai nostri pionieri, valorizzare loro come sperimentatori. Uscirne insieme mettendo loro davanti a prefigurare ciò che noi non sappiamo disegnare. In alcune aziende c’è già il reverse mentoring e in fondo nel volontariato è normale che un ragazzo insegni a un cinquantenne appena arrivato. Forse ci siamo dimenticati che le più grandi invenzioni del ‘900 sono state fatte da scienziati che avevano fra i 20 e i 30 anni. Mutare la dislocazione del futuro è l’invito agli adulti a “trasmettere la fiducia che valga la pena diventare adulti”. I giovani diventano così –  con lo sguardo sul futuro e forse un po’ forzatamente poco anche sul passato – i depositari della salvezza, i pionieri in un mondo nuovo che noi adulti, da naufraghi e immigrati, non conosciamo né padroneggiamo più.

pubblicato in Educazione Democratica, n.8, giugno 2014