In internet, ma non soli

Ecco alcuni consigli per nonni e nonne su come essere d’aiuto ai nipoti per la navigazione in internet. Tratto da un saggio di Silvia Vegetti Finzi. Condividere delle regole, affiancare, che non significa stare di fianco, ma essere d’aiuto ad orizzontarsi. Ecco come nonni e nonne possono essere fonte di saggenza per orientarsi in un mondo difficile senza saperne troppo delle ultimissime tecnologie.

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Schermi e tablet, per un approccio prudente

Sabine Duflo, psicologa e pisicoterapeuta, è promotrice di campagne contro l’uso eccessivo di TV e nuove tecnologie; in questa intervista presenta la nuova campagna “4 passi avantiappoggiata dal ministero della famiglia francese. Spiega in modo semplice ma con basi scientifiche le ragioni per cui troppi minuti al giorno di esposizione agli schermi in età prescolare costituisce un impoverimento delle capacità di sviluppo psicomotorio. Una questione che gli adulti, ormai sempre più appiccicati agli schermi, stanno rimuovendo.Continua a leggere “Schermi e tablet, per un approccio prudente”

La bambina con le ginocchia sbucciate

Il tema delle risorse segrete dell’infanzia trae spunto dal sottotitolo del libro di Silvia Vegetti Finzi: “Una bambina senza stella”. Riprendendo i temi di questo suo libro, l’autrice ripercorre alcuni episodi della sua infanzia accompagnandoli da riflessioni adulte. Per capire il cambio epocale che stiamo vivendo (cambio dell’immaginario e del subcoscio), le abbiamo chiesto quali fossero gli elementi dai tempi della seconda guerra mondiale ad oggi che più l’hanno stupita di questo cambiamento nella relazione genitori-figli.

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Tempo per leggere

Oggi i gusti artistici (letterari, cinematrofici, musicali) vengono sempre più ridotti a semplice click (mi piace/non mi piace): il gusto artistico da giudizio qualitativo e critico si riduce a mero numero. Così si vincono i San Remo e così ci educano i vari Talent Shows: tanti mi piace o sei out. Come è possibile aiutare le nuove generazioni a formarsi un gusto artistico?

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Ricordi di una bambina senza stella

Silvia Vegetti Finzi racconta le difficoltà di crescere in un mondo difficile e conflittuale come poteva essere quello del fascismo durante la II guerra: un mondo in cui era osteggiata dagli adulti, un mondo in cui come bambina era discriminata, un mondo di povertà e, persino, di abbandono familiare. Queste difficoltà non hanno tuttavia impedito alla bambina di crescere e di realizzarsi. Abbiamo chiesto all’autrice di spiegare subito il titolo: che cosa significa Una bambina senza stella?Continua a leggere “Ricordi di una bambina senza stella”

Immagini pedofile e paure incontrollate

Perché la famossima fotografia della bambina vietnamita che fugge nuda dai bombardamenti al napaln mezzo secolo fa era considerata una tragica immagine della brutalità della guerra e oggi è censurata da facebook come immagine pedofila? Cosa è cambiato nella percezione dell’infanzia in questo mezzo secolo per farci vedere diversamente la stessa fotografia?Continua a leggere “Immagini pedofile e paure incontrollate”

Appunti anarchici su una neonata

Un quarantacinquenne anarchico milanese si ritrova per scelta padre. L’evento lo costringe a ripensare e a guardare indietro nella propria vita per cercare di scorgere il futuro di sua figlia. L’attesa della nascita diventa così un percorso nel tempo per capire come è diventato (o come è nato?) anarchico, chiedendosi cosa saprà comunicare a sua figlia del passato in cui ha creduto. Continua a leggere “Appunti anarchici su una neonata”

Bambini ribelli per servire meglio il mercato

Vance Packard ha mirabilmente descritto come il mercato prende la parte dei bambini contro gli adulti, destrutturando il principio di autorità. Le sue parole del 1956 hanno una attualità dirompente. Per lui il mercato compie una subdola azione di cecchinaggio contro i simboli dell’autorità dei genitori, esaltando la ribellione per fini commerciali. Ecco la parte del celebre libro I Persuasori occulti, dove parla di quello che oggi si chiama Kids Marketing. In realtà il mercato esalta la ribellione e l’anti-autoritarismo ma è solo apparentemente libertario.



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Socrate in classe

di MIRELLA NAPODANO *

La speciale attenzione che la cultura contemporanea riserva al piccolo dell’uomo è una ventata di entusiasmo, tale da spazzare le vischiosità del mondo patriarcale, avvezzo da tempo immemorabile ad un concetto patrimoniale della prole. La cultura della contemporaneità ha svelato lo straordinario mondo sommerso dell’infanzia: prodigiose disposizioni all’apprendimento e insospettati potenziali di educabilità abitano la mente infantile, uniti a strumenti di conoscenza e di ricerca che gli adulti presto dimenticano di poter usare. Le potenzialità dell’universo bambino penetrano agevolmente le profondità delle nostre convinzioni, decifrano infallibilmente le nostre opzioni valoriali e concorrono a svelare – a dispetto delle bugie che pure siamo disposti a raccontare – la nudità metafisica dei nostri sentimenti più autentici.

I bambini sono dotati di un fiuto infallibile e di un’irriducibile determinazione a riguardo delle domande radicali dell’esistenza umana, perciò sono spontaneamente filosofi, in virtù di un pensiero filosofico non formale e convenzionale, ma spontaneo ed originario, diretto a rintracciare il significato dell’esistenza quotidiana, come possono confermare innumerevoli testimonianze di genitori e docenti per semplice constatazione diretta e partecipata. In effetti, i bambini sembrano venire al mondo con la speranza di non dover abitare invano questa terra e nutrono una profonda, atavica fiducia nella complicità del cielo a tale riguardo. Il bene e il male, il senso della vita, il bisogno di protezione, lo stupore e il rispetto costituiscono l’incantevole complessità della gestazione culturale (mentale, affettiva, sociale) del figlio, sogni compresi. Sono gli stessi punti sui quali gli adulti, culturalmente aggiornatissimi, politicamente correttissimi e scientificamente rigorosissimi, balbettano farfugliano inciampano o, peggio, restano prudentemente in silenzio.Socrateinclasse

Come molti altri educatori della mia generazione, ho avuto la fortuna di imbattermi nel mondo infantile delle remote contrade rurali ma anche in quello – non meno fascinante – dei sobborghi urbani in piena era consumistica. Mi considero perciò una testimone privilegiata dell’ingegno infantile, di quell’intelligenza esistenziale che si esplica ancora oggi con indicibile grazia nei condomini delle città distratte e decadenti, pur nello stordimento dei miti dell’effimero.

Dei miei primi alunni delle contrade di Ariano irpino, eredi di inequivocabili fattezze longobarde, ricordo ancora i colori: biondi i capelli, ceruleo lo sguardo aperto su un mondo di colline brulle aridi ostili, che a mio padre ricordavano il profilo dei monti dell’Africa Settentrionale dove era stato soldato; ma i loro sorrisi, da me immortalati in poche foto in bianco e nero sviluppate in casa, erano autentici squarci di azzurro. Ricordo ancora l’emozione provata nel vederli per la prima volta decifrare con successo una frase sul libro di lettura: ero sempre ossessionata dall’idea di non fare in tempo ad insegnare a tutti a leggere speditamente prima dell’arrivo dell’estate, ben sapendo che l’afa bruciante dei meriggi estivi trascorsi nei campi avrebbe presto spazzato via le acquisizioni rimaste precarie.Barbiana2

Molti anni dopo ho ritrovato il viso di una di quelle bambine tra le mamme degli alunni dello stesso plesso, in una caotica assemblea di genitori impegnati (o rassegnati?) a discutere più o meno degli stessi problemi di allora. Mi sono sorpresa nel ricordare ancora esattamente il suo nome: il volto quasi inalterato, la corporatura alta, robusta – da contadina – ma il sorriso non era più quello di allora. Anche lei stentava a riconoscermi nei panni di Dirigente scolastica.

E che dire dell’infanzia negata di Lorenzo, alunno di seconda elementare – insolitamente claudicante in una mattina d’inverno – il cui terreo pallore mi insospettì fino al punto da scomodare il medico scolastico. Questi diagnosticò una lussazione dell’anca dovuta alla caduta da un albero, tenuta nascosta dal piccolo per timore delle botte della nonna, cui era stato affidato dai genitori emigrati in Svizzera in cerca di fortuna. Il dolore all’articolazione non gli aveva impedito di compiere a piedi, come d’abitudine, il tragitto di oltre tre chilometri che separava la scuola dall’umido tugurio dove abitava.

Ma ecco che altre facce di alunni ammiccano eccitate dietro un siparietto di stoffa rimediata al mercato e adattata non senza difficoltà al palcoscenico di legno, a sua volta allestito da genitori carpentieri (la manodopera ha sempre inciso molto sulle magre finanze scolastiche). Durante le concitate prove spettava a me la sedia del regista; gli inviti delle recite scolastiche erano intestati con molto sussiego: ‘Collettivo teatrale di Valle’…

Di tanti altri bambini ho conosciuto solo nomi e patologie, sommariamente descritte nelle diagnosi funzionali depositate presso il Gruppo di lavoro per l’integrazione scolastica. Le storie vere, amare, fatte di vane promesse ingiustizie delusioni e piccoli grandi progressi me le raccontavano a turno, ciascuno dal suo punto di vista, genitori ed insegnanti. Un universo dolente, fatto di luci ed ombre: una faticosa quotidianità impegnata a dipingere di colori più vivi creature solo apparentemente scolorite, la cui presenza nelle classi è desinata a far risaltare la diversità, accrescendo di sfumature variopinte lo scenario scolastico.

In qualcuno, come Antonio, erano immediatamente riconoscibili i segni dell’emarginazione sociale: pallido ed emaciato, portava i capelli annodati a codino in prima elementare; era l’ultimo dei molti figli di una famiglia disastrata, dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti e ad altri mestieri altrettanto illeciti, mentre il capofamiglia scontava con la reclusione una pena passata in giudicato. Antonio era bello: qualcosa di fiero, di indomito, attraversava il suo sguardo quando mi diceva che da grande voleva fare il camionista. Tuttavia non riusciva ad imparare a leggere; quando lo vidi pensai alla scuola di Barbiana e a quanto debba essere faticosa la conquista della parola da parte dei poveri… Mi riferì che aveva finanche smarrito il libro di testo nella sua caotica abitazione, caratterizzata da varie forme di promiscuità. I suoi progressi furono lenti – inficiati dalla demotivazione – fin quando non realizzò che per conseguire la patente di guida bisogna rispondere a dei test scritti. Fu allora che Antonio riuscì a far appello al suo residuo di autostima, proiettando il suo incerto Sé nella gratificante visione di un futuro da camionista e imparò finalmente a decifrare quegli strani segni di inchiostro cui la nostra cultura attribuisce tanta importanza.

Una delle cose più belle che abbia mai ascoltato è il silenzio assorto e partecipe di circa duecento alunni riuniti nel Centro Sociale per il rituale appuntamento dei Martedì dell’ascolto. Le domande dei ragazzi interpellavano spudoratamente amministratori, tutori dell’ordine, esperti, testimoni del passato. Quel due giugno del 1996, alla manifestazione celebrativa dei cinquant’anni della Repubblica, di fronte ai ragazzi col berrettino tricolore c’erano anche i marinai in congedo: arzilli vecchietti impettiti nelle loro insegne militari – con molte medaglie appuntate sulle impeccabili divise da cerimonia – insieme a rappresentanti della Resistenza e reduci di guerra. Le loro storie riempirono per un po’ il silenzio della sala; uno di loro terminò il racconto della sua prigionia esclamando “Viva l’Italia”. Ci fu un breve applauso. Un attimo dopo – come per incanto – quell’esclamazione veniva ripresa dall’omonima canzone di Francesco De Gregori, prevista proprio a quel punto nella scaletta musicale, senza che qualcuno avesse potuto o voluto programmarlo con una tale precisione.

Erano ancora mani di bambini quelle che mi conducevano – in un giorno d’agosto – a constatare i danni prodotti da alcuni balordi nei locali della scuola: pareti imbrattate con la vernice acquistata per i lavoretti, disordine di carte stracciate, volgari resti di un bivacco. Allora mi sentii addirittura confortata nel vedere che i ragazzini erano quasi più sgomenti di me: i loro sguardi umidi incrociavano il mio con un Perché? senza risposta.mirella-napodano.jpg

La relazione educativa deve poter stimolare nei ragazzi la crescita di una struttura in grado di reggere il peso dell’esistenza, rafforzando l’identità personale, inducendo a riflettere su di sé e sui valori della vita, per far fronte alle scelte morali in piena consapevolezza ed assunzione di responsabilità. L’insegnante è chiamato sempre più a diventare un consigliere, un partner della conversazione: qualcuno che aiuta ad argomentare piuttosto che porgere una verità bella e fatta. E’ questo il motivo che pervicacemente ci spinge a continuare la riflessione sull’opportunità di fare filosofia con i ragazzi, queste creature variopinte che più e meglio di noi sanno ribellarsi, senza cedere alla rassegnazione, impegnandosi – per quanto possono – nella rivolta contro l’involuzione e l’insignificanza delle istituzioni.


* Premessa autobiografica di Socrate in classe, Le buone pratiche della filosofia dialogica nella scuola, Perugia: Moralcchi, 2008; il libro si pone in ideale continuità del precedente testo Creature variopinte, che è attualmente in fase di allestimento per un’edizione completamente rinnovata del testo, dal titolo: Un mondo di creature variopinte, che presumibilmente sarà in distribuzione nel mese di settembre 2016. In esso infatti vengono descritte in maniera particolareggiata le modalità di espletamento dei laboratori di filosofia dialogica, la metodologia adottata nel laboratorio sperimentale dal’autrice che ringraziamo insieme all’editore.

ASCOLTA LE INTERVISTE A MIRELLA NAPODANO

parte prima

parte seconda

Valutare senza voti

Valutare senza voti alle scuole elementari è possibile e anche legale, basta volerlo. Ne abbiamo parlato in questa intervista con il maestro Davide Tamagnini che lo fa normalmente, ha scritto un articolo in proposito ed è intervenuto al seminario SI PUÒ FARE? Laboratorio di ricerca sulla valutazione dal SAC e la rivista Gli Asini.
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Metacognizione: babbuini meglio di bambine/i?

Se i babbuini si divertono con ragionamenti analogici e sono capaci di metacognizione perché a scuola bisogna iniziare solo tardi? Nel centro di primatologia di Rousset, ad Aixen-Provence, i babbuini possono accedere a loro piacimento ad alcuni test cognitivi collocati vicino al loro recinto. Ogni scimmia esegue fino a un migliaio di test ogni giorno. Aumentando via via la difficoltà dei compiti, si scopre che i babbuini sono in grado di usare capacità cognitive elaborate, finora considerate appannaggio esclusivo degli esseri umani, tra cui la metacognizione.(Leggi qui la scheda di Le Scienze, febbraio 2016 metacognizione nei babbuini)Continua a leggere “Metacognizione: babbuini meglio di bambine/i?”

Senza ginocchia sbucciate

Nell’ultimo suo libro Silvia Vegetti Finzi (La bambina senza stella) parla delle risorse segrete dell’infanzia: sono quelle che ogni bambino e ogni bambina ha per poter affrontare tutte le avversità della vita. L’autrice ripercorre alcuni ricordi significativi della sua infanzia alternandoli a delle riflessioni. Continua a leggere “Senza ginocchia sbucciate”

Lasciateli giocare

Recensione di Vera Schiavazzi a Peter Gray, Lasciateli giocare, Perché lasciare libero l’istinto del gioco renderà i nostri figli piú felici, sicuri di sé e piú pronti alle sfide poste dalla vita, Torino: Einaudi, 2015 *

Arrampicarsi su un albero, giocare alla caccia al tesoro con gli amici, fare una gara di corsa e gettarsi nel fango. Il tutto prima dei dodici anni, e non solo perché lo consiglia il National Trust inglese né perché può sembrare romantico, ma per diventare più creativi e imparare a affrontare la vita con più coraggio e autonomia di chi ha passato un’infanzia tra videogiochi e playstation, senza mai incontrare bambini sconosciuti o sfuggire alla sorveglianza dei genitori.Continua a leggere “Lasciateli giocare”

Come uscire dalla trappola

Questo articolo di Alice Miller* del 1988 è stato prima richiesto e poi rifiutato per la pubblicazione. È qui riprodotto poiché può essere utile come sintesi concreta e divulgativa, con formulazioni non troppo teoriche di alcuni concetti dell’autrice che condannò radicalmente la pedagogia nera .

Si legge continuamente sui giornali come sia ormai statisticamente dimostrato che la maggior parte delle persone che maltrattano i figli hanno a loro volta subito maltrattamenti da bambini. È un’informazione non del tutto esatta, nel senso che non si tratta della ‘maggior parte’, ma di tutti. Continua a leggere “Come uscire dalla trappola”

La pedagogia del tasto play (2)

Il consumo tecnologico disattiva la ricerca informativa: se le cose devono funzionare, non importa nemmeno il come e il perché, l’approfondimento è inutile, la curiosità non si esercita su ciò che ci precede – chi l’ha inventato? Chi l’ha costruito? Da dove viene? Di che materiale è? – perché tutte quelle voci del sapere le archiviamo, delegando ai marchi di sicurezza una generica garanzia sull’utilizzo. Tutta la tensione dell’utilizzatore tecnologico è invece su ciò che segue da qui a poco, sull’incantesimo del funzionamento, sulla magia dello scatto. È anche così che si forma un rapporto con il mondo disinteressato alle origini, indifferente alla natura delle cose, che non interroga ma aspetta, che non chiede ma guarda ciò che arriva. Continua a leggere “La pedagogia del tasto play (2)”

Il gioco del postmoderno

° di Beniamino Sidoti, pubblicato su The Clouds, marzo 2007

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La parola gioco compare spesso negli studi sul postmoderno. Il gioco è l’opposto della “grande narrazione” di epoca moderna e premoderna; il gioco incorpora e mischia, rielabora e distribuisce frammenti da comporre. Se il testo è un riferimento chiuso e stabile, il gioco propone una creazione di spazi, un attraversamento. Continua a leggere “Il gioco del postmoderno”

Il bambino democratico

di Andrea Lanza*

La pedagogia, da subito, dalla fine del Settecento, è animata da quella tensione insita nel voler costituire un legame tra il vecchio e il nuovo in una società che vuole diventare altro da ciò che era. Un secolo più tardi, le nuove pedagogie, quelle per esempio di Montessori e di Piaget, devono confrontarsi alla stessa sfida divenuta ancor più difficile. A metà Novecento, Hannah Arendt mostra quanto la crisi dell’educazione sia intimamente legata alla crisi dell’autorità e della tradizione:Continua a leggere “Il bambino democratico”

L’infanzia non è un gioco

di Stefano Benzoni *

Innocenti e felici. Voraci ed egoisti. Autonomi e intoccabili. Avidi e seduttivi. Dai bambini vogliamo tutto e il contrario di tutto. Soprattutto vogliamo che siano adulti il più in fretta possibile così da placare la nostra ansia da prestazione di genitori insicuri. Ma la crescita, come una conversazione, necessita di spazi. Di silenzio. Di pause.Continua a leggere “L’infanzia non è un gioco”

Allattamento naturale: ideologia, scienza e comandamenti (2)

di Simona Forti e Olivia Guaraldo

È nell’orizzonte dell’ideologia della Grande Salute (1) che sono state condotte le campagne per l’allattamento al seno, con un vigore di gran lunga più accanito rispetto a quello con cui si propagandava, tra gli anni ’50 e ’70, il latte artificiale come la panacea per il neonato e lo strumento di liberazione per la donna. Con un linguaggio quasi bellico, oltre che mutuato dal marketing, le agenzie sanitarie, l’Organizzazione Mondiale della Sanità in testa, negli ultimi 15 anni hanno ‘messo in atto campagne’, ‘sviluppato strategie’, diffuso informazioni, confezionato opuscoli, organizzato corsi per operatori; tutto in vista dell’obbiettivo supremo: la vittoria nella battaglia finale contro il latte artificiale; la salute futura del bambino passa attraverso la produzione e l’assunzione del latte materno. Sono davvero infiniti i documenti e gli organismi che promuovono pressantemente l’allattamento al seno (2). Continua a leggere “Allattamento naturale: ideologia, scienza e comandamenti (2)”

La pedagogia del tasto play (1)

Lo sguardo da regista di Pier Paolo Pasolini leggeva a metà degli anni settanta negli oggetti di uso comune i segni della grande mutazione, perché il servizio di tazze che il suo scenografo Dante Ferretti aveva scelto nel film in lavorazione sugli anni quaranta tradiva un’epoca in cui le cose si facevano con cura e sapienza artigiana, lontani dalla serialità e dai codici a barre. Chissà a quante cose siamo così abituati senza farci caso, se un osservatore acuto come Walter Benjamin (*) coglieva persino nell’introduzione dei fiammiferi una trasformazione radicale del Novecento, quella che sostituisce in molti campi a una serie di operazioni un gesto brusco. Quante cose sono oggi regolate da movimenti a scatti – nei vari clic, push, play ecc. della quotidianità – anziché fluidi, in questo tradendo il nostro corpo, che non si muove affatto così ma vi è costretto dagli oggetti?

A questo punto della mutazione l’artigianato è un lontano ricordo, oppure una nicchia per ricchi, o corrisponde alla manodopera sfruttata chissà dove e chissà come, tale da risultare più conveniente della merce seriale ma senza avere più nulla della cura e della qualità che si attribuirebbe al “fatto a mano”. Quanto agli scatti, si sono solo un po’ ammorbiditi ma sono ovunque, ed è diventato difficile farne a meno. Qualunque preliminare, attesa o sospensione del movimento promesso dall’oggetto sarebbe insostenibile nella nevrosi del consumo, per cui se le sigarette si accendessero da sole senza fiammiferi si venderebbero quelle, le tende da campeggio ormai si montano nel senso che lo fanno loro e tu non fai più nulla, i cibi si vergognano dei loro tempi di cottura, che si dimezzano progressivamente come la velocità dei processori dei computer.

Nella stanza del risveglio di un bambino la realtà è già tutta a pulsanti, fuori da qualunque sincronia con l’orologio biologico e dalla logica di movimento del suo corpo, non la tenda alla finestra ma il tasto play è diventato forse il grande educatore, il maestro di vita. Sono così i giocattoli, sempre più e sempre prima elettronici, sono così anche i libri quando incorporano il loro audio o emettono suoni, è così l’automobile che appare al suo sguardo immobilizzato dalla postura di sicurezza del seggiolino come luna park di spie, pulsanti e funzioni magiche, ma è così la casa stessa, perché quando gattona un bambino vede soprattutto prese e copri-prese luminosi, quando si alza in piedi trova esattamente davanti ai suoi occhi pulsanti e manopole di elettrodomestici, e sul tavolino si imbatte certamente in uno dei tanti telecomandi o telefoni di famiglia. È una casa senza leve, dove l’elettronica ha soppiantato la meccanica, e proprio per questo, paradossalmente e potenzialmente, dove un bambino può tutto, compresi i disastri. È una casa dove si impara a essere consumatori, perché nessun congegno è autocostruito, nessuna esperienza è possibile se non quella di agire il gesto previsto dall’oggetto.

“I re non toccano le porte. Non conoscono questa felicità,” scriveva Ponge (*) ricordando il piacere della scoperta di persona, con quel quadro sul mondo varcato a poco a poco attraverso la spinta di un pomello e poi richiuso, nella magia delle stanze…, e allora il bambino-re messo sul trono della consolle della cameretta tecnologica che cosa si perde mentre è noto il potere guadagnato, cioè il telecontrollo della materia circostante? Se gli oggetti educano, qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play? Proviamo a fare una rassegna di ipotesi sul condizionamento indotto, sugli atteggiamenti alimentati certamente in chi esordisce nella vita sotto questa cultura materiale, ma forse anche in noi che la abitiamo da adulti.

La passività, innanzitutto, mascherata da potenza: l’azione è eterodiretta, per cui difficilmente possiamo fare qualcosa che non sia previsto dalla merce, e sotto la fantasia del dominio aumenta in realtà la nostra dipendenza da una mediazione tecnologica che agisce per noi. A fare play non è il bambino ma il giocattolo, letteralmente è il giocattolo che gioca, suona e recita, chi è di fronte schiaccia e assiste, come davanti a un televisore. Ma poiché la tecnologia è complessa, per semplificarne l’utilizzo e renderla accessibile al popolo non si può che mascherarla, inventare le funzioni che dialogano con i nostri modi comuni di agire, decidere per noi cosa dobbiamo fare e predisporre automatismi. Quale idea del mondo, quindi: la realtà come spettacolo, noi come pubblico, l’eliminazione della fatica o dell’apprendimento, la promessa implicita che tutto ci è dato, ed è qui per noi, non per intrinseca necessità o autonoma esistenza, l’impossibilità di incontro e casualità, sotto il nostro primato di spettatori a cui il mondo deve la sua recita. 

SEGUE SECONDA PARTE


FRAMMENTO TRATTO DA:laffi

Stefano Laffi, La congiura contro i giovani, crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Milano: Feltrinelli, 2014, pp. 35-40

LEGGI LA RECENSIONE

ASCOLTA L’INTERVISTA A STEFANO LAFFI

I bambini sono per la maggior parte poveri e i poveri sono, per la maggior parte, bambini

Giorno dopo giorno, si nega ai bambini il diritto di essere tali. I fatti, che si burlano di questo diritto, impartiscono i loro insegnamenti nella vita quotidiana. Il mondo tratta i bambini ricchi come se fossero denaro, affinché si abituino ad agire come agisce il denaro. Il mondo tratta i bambini poveri come se fossero rifiuti, affinché diventino dei rifiuti. E quelli che stanno in mezzo, Continua a leggere “I bambini sono per la maggior parte poveri e i poveri sono, per la maggior parte, bambini”

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)

Con la seconda parte dello scritto di Franco Lorenzoni, che ringrazio per il contributo offerto a GloBildung, continuano le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica.

Scava più il lombrico reale o quello virtuale?

Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)”

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)

Continuiamo le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica con uno scritto di Franco Lorenzoni in due parti, ecco la prima.

Elias Canetti, in quello splendido romanzo sulla percezione infantile del mondo che è La lingua salvata, racconta di essere grato a sua madre per il senso di vastità che gli ha saputo donare. Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)”

Le tante anime di Giove

Dall’Indice della Scuola ecco l’anticipazione online della recensione di Vincenzo Viola del libro di Franco Lorenzoni, I bambini pensano grande, cronaca di Una avventura Pedagogica.La filosofia è nascosta e noi la dobbiamo trovare. Noi, nel fare questo spettacolo, l’abbiamo trovata”. Continua a leggere “Le tante anime di Giove”

Globildung compie un anno, grazie lettor

Grazie a voi, pochi/e lettor che nel 2014 – da ben 17 paesi del globo – avete letto qualcosa su Globildung. Siamo al primo giro. Niente tuit, purtroppo i miei post hanno bisogno di più di venti secondi (e di essere letti, non guardati). Forse se ne inizia a vedere la trama: educare al genere, al conflitto, ai media nelle difficoltà in un mondo globale. Segnalazioni di articoli e libri (La congiura contro i giovani, L’infanzia non è un gioco, Litigare bene, etc…) .

Attualmente nuova veste per il blog in prova. Lasciata la lavagna alle spalle, viste le molte critiche, ma tanti accorgimenti ancora mancano. Non vorrei usare la pagina commerciale FB, dove manca il pulsante “non mi piace” e la critica è bandita.

Conto ovviamente sul passa parola e l’email, un mezzo ormai desueto perché troppo prolisso, nessun ha tempo ormai. Mancano tempo e solidi: società della scarsezza. E le lettere cartacee sono sepolte.

Novità: da domani segnalerò nel blog le interviste della trasmissione; quelle già fatte sono qui, sul sito di 400 colpi.

Sul blog sempre qualche idea e note su libri e articoli. E poi il sogno di diffondere l’esperimento di Brodeur, dieci giorni senza televisione: per fortuna, Spegnere gli schermi, è il post più letto del blog del 2014.

Un anno fa, il 10 gennKeen Readersaio 2014, il primo post: il discorso della Montessori, che adesso è disponibile integralmente per la prima volta sul web. E così anche qualche estratto di Girardi e Gutierrez su Freire.

Il proposito di coinvolgere maggiormente chi legge – la minoranza della minoranza ormai. Sul futuro delle nostre istituzioni che formano alla cultura aveva forse già detto molto Nietzsche il quale denunziava il ruolo sostitutivo dei mass-media alle istituzioni formative? Anziché rincorrere l’attualità questo blog vuole fermarsi a riflettere. Ecco quindi un elogio delle recensioni inattuali di Claudio Magris.

Ora, e da parecchio tempo, l’accento si è spostato violentemente verso l’offerta. Pochi chiedono, scelgono (naturalmente in base a ciò che è stato loro detto, magari anche a persuasioni occulte ma comunque scelgono) quello che loro interessa, pochi hanno un reale interesse che desiderano soddisfare. La stragrande maggioranza, forse in particolare proprio nel mondo dei libri, soggiace completamente all’offerta.

Leggi qui tutto l’articolo di Claudio Magris “Non esiste un fuori tempo massimo per la letteratura”
Un brillante saggio a favore delle recensioni tardive contro la tirannide dell’offerta,
L’Indice, aprile 2014

Spegnere gli schermi è possibile! … e auspicabile

Lo schermo è pericoloso. Oggi gli studi scientifici si contano a migliaia – e gli scienziati hanno individuato i danni causati ai giovani cervelli per l’esposizione agli schermi.” Le parole di Jacques Brodeur sono semplici, non allarmiste e non fataliste, ma guardano in faccia la realtà e prendono in considerazione le malattie, le intossicazioni e tutti i disturbi che l’elevata esposizione agli schermi (TV ma non solo) causa ai bambini e alle bambine di oggi. A partire dalla sedentarietà, ai deficit cognitivi, alla lesione della memoria per non parlare della aggressività e soprattutto della diminuzione del tempo di dialogo in famiglia. Tutti effetti largamente studiati dagli scienziati, e altrettanto ignorati dai media. Chissà come mai? Puoi ascoltare l’intervista a Brodeur dal sito di RBE.

jacquesbrodeurMa Brodeur non si limita a denunciare. Ha usato i primi studi che comparano gli effetti positivi della riduzione del tempo-Tv e ha implementato dei programmi scolastici in Canada e in Francia per sensibilizzare alunn* e famiglie sull’importanza di essere padron* degli schermi anziché lasciarsi impadronire da essi. Programmi che prevedono una completa astensione dalla TV per 10 giorni da parte di tutte le famiglie degli alunni e alunne di un istituto.spiderman

Progetti dirompenti che bloccano i continui scarichi di responsabilità: i genitori non sono responsabili perché gli amici e i compagni di classe sono sempre attaccati agli schermi, gli insegnanti non sono responsabili, credono che non sia un loro problema ma non si rendono conto che la causa principale dei deficit di attenzione e dei disturbi di apprendimento è proprio la sovraesposizione agli schermi.

Brodeur unisce famiglie e istituzione scolastiche per fare riprendere in mano la vita comunitaria ai protagonisti, coinvolgendo tutte le associazioni del territorio. I bambini e le bambine scelgono da sole le alternative alla Tv, le vivono per 10 giorni e poi continuano! Brodeur non vuole solo migliorare la qualità dei programmi televisivi ma ha anche l’ambizione di diminuire la quantità di tempo che bambini e bambine passano davanti agli schermi e aumentare il tempo che passano con amici e amiche reali e con i genitori veri anziché con i supereroi virtuali perché le statistiche ci dicono che il tempo passato a parlare in famiglia è nettamente minore di quello davanti agli schermi.

schermiLa prima costatazione è quella che tutti, veramente tutti conoscono e cioè: i bambini di oggi non si muovono abbastanza! E perché non si muovono abbastanza? perchè sono imprigionati dalla TV! il primo danno quindi è la sedentarietà” – sostiene Brodeur  – insegnante di ginnastica in pensione che dedica tutte le sue energie a ai progetti spegni-TV. Con grandi risultati. Siamo ormai al 4 congresso internazionale da lui organizzato. Qui puoi vedere tutti i video dell’ultimo convegno dove studiosi, studenti, famiglie ne parlano (in francese).

Ma Brodeur è attento anche alle metamorfosi delle amicizie di internet causate da facebook. Si rifà agli studi di Thomas Robinson che insegna a Stanford al Prevention Research Center. Cosa sta veramente a cuore a Brodeur? Che le nuove generazioni ricevano più cure e attenzioni dagli amici reali e dai loro genitori piuttosto che da Spiderman. Semplice? Sì ma non banale perché per mille inerzie oggi è più facile lasciare che tutto vada come va e che i bambini e le bambine stiano davanti agli schermi buoni e zitti, pensando che questo tolga problemi anziché darne di maggiori. Augurandomi che questi progetti presto prendano piede in Italia non mi resta che aggiungere che il silenzio mediatico di fronte a questo problema etico-pedagogico è pari soltanto alle sottovalutazioni mediatiche sui disastri ambientali. I media amano parlare di chi è a favore e chi è contro e riducono la scienza a opinioni opposte e superficiali, a talkshow che è chiacchiera da bar, ma tra gli studi scientifici – ricorda sempre Broduer nell’intervista citata – “solo 20 su 4000 non sostengono che l’esposizione prolungata agli schermi non provochi aggressività e deficit di attenzione”.

Educare alla padronanza degli schermi? Sì grazie!

Il convegno Maitrise des écrans – Parigi il 30 aprile 2014 – era organizzato da insegnanti, alunni, genitori, studiosi che hanno confrontato le loro esperienze di spegnimento degli schermi sperimentate in Francia dal 2006 (175) e in Canada dal 2003 (con oltre 100). Nella presentazione si legge: “Oggi, gli schermi sono onnipresenti nella nostra vita quotidiana e dalla più tenera età: TV, console di gioco, smartphone, computer, tablet. I contenuti accessibili sono molti, variano (FaceBook, Twitter, Snapchat, Ask) e sfuggono spesso al controllo dei genitori… Senza negare le possibilità di condivisione di informazioni e conoscenze che queste nuove tecnologie offrono, si tratta di valutare anche i rischi potenziali per la salute e l’apprendimento nell’uso prolungato. Mentre il fascino degli schermi aumenta, il danno si estende; da qui la necessità di fornire alle famiglie e alle scuole un tempo di disconnessione.”schermi

L’organizzatore Jacques Brodeur, ha evidenziato i tre risultati maggiori. Aumento del tempo della conversazione in famiglia. Aumento del tempo dedicato allo sport (bicicletta soprattutto). Aumento del tempo dedicato alla lettura. Sono i risultati sul lungo periodo, quando gli alunni tornano ad accendere gli schermi con maggiore senso critico. Le stime, sorpassate dall’irruzione di smartphon, dicevano che dal 1983 al 1997 il tempo-conversazione in famiglia si fosse dimezzato passando da 1h12′ a 34′ alla settimana (USA). Questo mentre il tempo-schermo passava da 15-20 hh settimanali nel 1980 alle 40 hh settimanali (età 8-18 anni). L’American Academy of Pediatrics dà dati più accurati, ma il problema è tutto pedagogico: se la maggior parte del tempo è davanti a schermi di anziché a parlare in famiglia e giocare liberamente con i coetanei, chi sta educando?

In questi esperimenti la settimana è vissuta come una partita sportiva. Nessuno è obbligato a spegnere la TV. Sono i bambini il vero motore, i giocatori entusiasti. Molto spesso è la prima volta che hanno questa possibilità di scelta. Nella testimonianza dei genitori mi ha colpito moltissimo sentire che molte famiglie avevano proprio il desiderio che ci fosse una istituzione pubblica e dei professionisti che offrissero finalmente ai propri bambini delle alternative agli schermi. Insegnanti e istituzioni danno invece la colpa alle famiglie. Dobbiamo parlare di corresponsabilità educativa?

Gli interventi convergono sull’assunzione di responsabilità da parte degli adulti. Héloise Junier, psicologa dello sviluppo, ritiene che in età prescolare non si debbano esporre a schermi prima di 3 anni e che fino ai 10 occorra parlare di minuti. Nella sua pratica ha riscontrato due motivazioni radicate nelle famiglie: 1) lo schermo è un buon baby sitter che riduce conflitti in famiglia; 2) rende più intelligenti i bambini. Ignoranza e mancanza di tempo? Per i bambini prima di 10 anni Sabine Duflo descrive un impatto globalmente negativo a livello emozionale e intellettuale: problemi di attenzione, problemi di lettura, problemi di sonno, di aggressività, incapacità di giocare da solo/a, ridotte capacità di immaginazione. La povertà di immaginario è stata evidenziata dall’analisi dei disegni da Winterstein. Analisi disegni di Winterstein

Sabine Duflo e Héloise Junier hanno spiegato che in età prescolare è essenziale lo sviluppo di capacità manipolatorie per le quali si rende importante usare quanti più materiali e supporti diversi: è la fase della scoperta senso-motoria in cui lo sviluppo di un solo senso (quello visivo) è limitante e anche inibente perché il tipo di attenzione richiesta è diversa e minima. L’attenzione è infatti capacità che si articola in due livelli: primaria e secondaria. E’ la capacità attentiva secondaria e volontaria quella prettamente umana intorno a cui si sviluppa, tra l’altr,o la capacità di attenzione congiunta e l’empatia.

L’intervento iniziale del filosofo Bernard Stiegler è un po’ allarmista: “il massacro degli innocenti”. Ha il merito di spiegare come il desiderio venga ridotto a pulsione: gli schermi (puntati contro i bambini come armi) inibiscano lo sviluppo del desiderio deturnandolo verso oggetti virtuali. Intervengono però anche gli alunni di una scuola superiore parlando dei grandi vantaggi che gli schermi permettono loro: condivisione di sentimenti, arte, cultura, relazioni a distanza. Non sembrano affatto sconvolti dall’idea di farne a meno, le amicizie e lo sport occuperebbero quel tempo. E’ proprio su questo incrocio che può iniziare l’esperimento di sospensione per sviluppare padronanza degli schermi.

Molte altre riflessioni vanno oltre. Si chiedono come evitare una settimana di grandi consumi. La sociologa Sophie Jehel è per una regolazione pubblica e un intervento dei poteri pubblici, almeno per le pubblicità e le trasmissioni per bambini/e. Gli attori del controllo dovrebbero essere tre: le famiglie, l’autoregolazione dei canali con codici etici, il controllo pubblico. Propone inoltre un osservatorio della società civile.

I temi sono molto attuali e caldi. Come si modificano le relazioni di amicizia attraverso gli schermi? E’ possibile educare a sviluppare un senso critico nell’uso dei media? L’esperimento “una settimana senza schermi” è l’occasione per aprire questi importanti interrogativi filosofici su cui bambini e giovani hanno estremamente voglia di mettersi in gioco. Questi schermi non hanno forse il potere di immobilizzare i corpi e le parole dei bambini? Non sono forse in gioco corpi e il potere filosofico ed esistenziale della parola?

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Giovani pionieri al Kids Marketing

Stefano Laffi si occupa da molto tempo di giovani, come ricercatore sociale e consulente. Il suo ultimo libro, La congiura contro i giovani, dice dure verità sui giovani e lo fa con parole dosate e ben scolpite. Ha il coraggio di dire che il re è nudo: il mondo in cui i giovani si trovano costretti a vivere e crescere li esclude dalla cittadinanza, al di là di tutti i  discorsi retorici. laffi

Il suo è un notevole saggio critico delle condizioni postmoderne in cui crescono le nuove generazioni. Disvela i dispositivi pedagogici di un mondo dominato dalle merci. In controtendenza rispetto alle lamentele sui giovani, sdraiati e rilassati, maleducati e colpevolizzati per ogni nuovo cattivo costume, il libro segue la traiettoria dalla nascita ai primi colloqui di lavoro per descrivere la negazione della cittadinanza ai bambini. L’ombra che li accompagnerà in questo viaggio sarà fin dai primi minuti l’ossessione adulta per la norma. La spettacolarizzazione di ogni aspetto della vita (si nasce e si è sempre famosi ma esposti) fa da sfondo a un film lento, senza sfumature, non troppo lungo e senza il gran finale. I bambini prima e i giovani dopo sono i protagonisti: le difficoltà che incontrano sono date da un mondo pieno di merci e oggetti che modificano il loro rapporto con il mondo. E’ la pedagogia del tasto play dove tutto funziona elettronicamente cambiando però anche la percezione della realtà e alterando i sensi e la mente. Da McLuhan a Roland Barthes passando per Benjamin e Pasolini e una quantità scelta e mirata (grazie a poche note) di saggi critici della società dei consumi per approdare a Margaret Mead. Il libro riprende molte questioni già enucleate nel secolo scorso, le dipana, le mette sul piatto. Ci sono molti orrori, ma sono quelli che noi adulti abbiamo preparato per il futuro dei nostri nipoti.

Se gli oggetti educano – si chiede Laffi – qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play?” Un’arancia vera e una di plastica trasmettono al bambino immagini diverse del mondo e della sua relazione con la natura e con la vita. Si “indebolisce l’idea di una mediazione riflessiva come premessa dell’agire” e si rischia di formare al delirio di onnipotenza e al cinismo.

lafficongiuraIl bambino cresce vaccinato, assicurato, protetto e infine incoronato dal mercato che “ha capito quanto vale la sua quota e come può influenzare le decisioni anche degli altri consumi famigliari”. E’ la Guilt Money, quella disponibilità a spendere ed essere vulnerabile ai capricci del bambino ed è inversamente proporzionale al tempo: meno stai con i tuoi bambini più sei disposto a spendere soldi per loro. Un meccanismo che le aziende conoscono e usano. L’unico riconoscimento che avviene fin dalla tenera età è quello di essere consumatori in grado di modificare i consumi della famiglia e degli adulti. Entrato nelle fauci della bestia, Laffi descrive benissimo obiettivi e psicologia del Kids Marketing, che, senza alcuna remora etica, ha l’obiettivo di forgiare i desideri dei bambini. Laffi osserva che se “sommi il tempo di esposizione ai messaggi e lo confronti con il tempo di dialogo in famiglia, ti rendi conto chi parla davvero ai figli.” Inoltre c’è anche la comunicazione educational che è quella che usa la scuola tramite gli insegnanti, una scuola sempre più povera e quindi disposta a fare pubblicità per avere fondi.

Per Laffi è importante comprendere che siamo di fronte non un collasso di motivazione e di fiducia dei ragazzi rispetto alle sfide che li attendono, ma alla mancanza di opportunità e di possibilità, che si manifestano nel non trovare esperienze, lavoro, soldi, casa, e, più in generale, nel non aver voce, nel non poter incidere nella realtà che li circonda. La congiura è l’esclusione programmata dalla cittadinanza, dalla possibilità di contare e di essere riconosciuti come persone.

Insomma se abbondano articoli, servizi televisivi, libri che parlano dei giovani e fanno diagnosi e prognosi, che sentenziano su come aiutarli nel loro disagio, scarseggiano invece gli approcci critici al mondo che gli adulti di oggi consegnano al futuro. Le linee di tendenza intercettate da Laffi vanno ben oltre i confini nazionali e colgono alcuni processi globali contemporanei. Un esempio su tutti è la crisi del potere e del valore della parola: siamo in un mondo in cui “gli adulti non dicono quello che pensano e non fanno quello che dicono” Un mondo quindi in cui la parola conta poco, molto poco.

Riprendendo Generazioni in conflitto di Margaret Mead, Laffi traccia anche una via d’uscita. Le grandi scoperte sono state fatte da giovani. Bisogna affidarci ai nostri pionieri, valorizzare loro come sperimentatori. Uscirne insieme mettendo loro davanti a prefigurare ciò che noi non sappiamo disegnare. In alcune aziende c’è già il reverse mentoring e in fondo nel volontariato è normale che un ragazzo insegni a un cinquantenne appena arrivato. Forse ci siamo dimenticati che le più grandi invenzioni del ‘900 sono state fatte da scienziati che avevano fra i 20 e i 30 anni. Mutare la dislocazione del futuro è l’invito agli adulti a “trasmettere la fiducia che valga la pena diventare adulti”. I giovani diventano così –  con lo sguardo sul futuro e forse un po’ forzatamente poco anche sul passato – i depositari della salvezza, i pionieri in un mondo nuovo che noi adulti, da naufraghi e immigrati, non conosciamo né padroneggiamo più.

pubblicato in Educazione Democratica, n.8, giugno 2014