Sorvegliare e punire

Circolano ancora le idee di mettere telecamere nei nidi e poliziotti nelle scuole superiori. Ma quali possono essere le alternative? Sorvegliare e punire sono modalità ancora diffuse e propagandate da media e politici. Modalità che escludono investimenti educativi nel futuro Continua a leggere “Sorvegliare e punire”

Nelle scuole felici si ascolta

Sclavi e Giornelli ci invitano a pensare all’ascolto attivo come a una dimensione importante che si distingue dall’ascolto normale perché presuppone una relazione e la volontà di stare in relazione, di riconoscere che la persona che abbiamo di fronte ha le sue ragioni ed è intelligente. giornelliVisoE’ importante pensare che il conflitto sia inevitabile perché Continua a leggere “Nelle scuole felici si ascolta”

L’infanzia non è un gioco

di Stefano Benzoni *

Innocenti e felici. Voraci ed egoisti. Autonomi e intoccabili. Avidi e seduttivi. Dai bambini vogliamo tutto e il contrario di tutto. Soprattutto vogliamo che siano adulti il più in fretta possibile così da placare la nostra ansia da prestazione di genitori insicuri. Ma la crescita, come una conversazione, necessita di spazi. Di silenzio. Di pause.Continua a leggere “L’infanzia non è un gioco”

E’ possibile una pedagogia della decrescita?

E’ possibile una pedagogia della decrescita? Una pedagogia della resistenza ai valori pervasivi del marketing? Serge Latouche nell’intervista a RBE (in onda il 16/3 e il 23/3 su www.rbe.it alle 15:30) si definisce rivoluzionario conservatore per Continua a leggere “E’ possibile una pedagogia della decrescita?”

La teologia queer può servire alla pedagogia?

Continuano le conversazioni radiofoniche con la pastora e teologa Daniela Di Carlo su RBE per interrogarci su come la riflessione teologica sul gender possa aiutare un pensiero etico-pedagogico: come pensare a una pedagogia queer capace di educare al genere senza ingabbiare in un genere?

ASCOLTA: CON CHE GENERE DI TEOLOGIA? DANIELA DI CARLO

ASCOLTA: LA PEDAGOGIA QUEER PUO’ SERVIRE ALLA PEDAGOGIA? DANIELA DI CARLO

Ma prima ancora cosa è esattamente il genere? Cosa dicono le teorie post-gender e cosa sostengono i detrattori reazionari quando parlano di ideologie del gender?  Quali sono le potenzialità di una teologia e di un’etica basata su valori indecenti che riabilitano il diverso e la diversa? E’ possibile pensare a valori che ci orientano nel mondo, che ci guidano verso la giustizia, verso il rispetto per i generi diversi e che non pretendano alcuna validità universale? Mettere in discussione l’universalità dei due generi significa dover rinunziare al linguaggio inclusivo? Significa dimenticare che il linguaggio e la società sono ancora sessisti? Quali sono le sfide dell’educare al genere oggi senza predefinire modelli forgiati su stereotipi? Come iniziare la persona fin da piccolissima al genere senza stereotipi? E senza cadere in contro-stereotipi? Un risultato con cui fare i conti è che il genere forse non è così fondativo, mentre ciò che è fondativo è l’incontro. I corpi alle volte hanno imprigionato le persone, perchè corpo e percezione di genere differiscono. Questo pensiero si smarca molto dal femminismo classico e dal pensiero della differenza che partiva dalla constatazione che si viene al mondo diversi, maschi e femmine, e che la diversità di genere fosse la diversità, la chiave che spiegasse tutte le altre differenze.

La teologia queer è una critica molto dura all’ordine occidentale e alla sue ingiustizie. La teologia queer (teologia finocchia o la teologia diversa, obliqua) parte dalla costatazione molto cristiana che ogni creatura nella sua manifestazione è accolta da Dio, ogni creatura appartiene alla creatività di Dio ed è amata da Dio; non sembra una grande novità, perché la religione ha sempre predicato l’amore universale; l’insurrezione dell’abbietta della teologia indecente FotoDanSimmette tuttavia in risalto come l’evangelo in questo senso abbia perso il suo ruolo scandaloso trasformandosi, con le chiese storiche, in tranquillizzante e arrivando molto spesso a forme di condanna di omosessualità e comportamenti sessuali ritenuti devianti. Emerge quindi un Dio diverso, che Canal descrive così nella sua recensione sul Manifesto: “Un Dio fluido e instabile, clandestino, indocile, un estraneo che sta davanti alla porta del nostro attuale ordine amoroso ed economico. Un Dio che fa coming out della sua marginalità e della sua onni-sessualità che oltrepassa qualsiasi dogmatica dell’eterosessualità. (…) un Dio sfrenato e poliamoroso, il cui sé si compone in relazione ai suoi abbracci multipli e alla sua mancanza di definizione sessuale. Dio è un mescolamento di generi. Un Dio che non disdegna gli eccessi, pieno di desideri trasgressivi a causa del suo amore per gli esseri umani.”

La teologia queer cerca di confutare gli insegnamenti conservatori che caratterizzano l’insegnamento di molte chiese sull’omosessualità, sul desiderio, sugli atti sessuali, ecc. ponendosi l’obbietteologiaqueertivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer. Si caratterizza come una teologia della liberazione, nel senso di una teologia contestuale. Tale vicinanza deriva dalla prassi, dalla metodologia utilizzata e dalla visione comune della teologia come strumento per liberare dall’oppressione, in questo caso perpetrata a danno di gay, lesbiche, bisessuali, transgender. Le interviste radiofoniche con Daniela Di Carlo proseguiranno a febbraio parlando di pensiero della differenza,  teologia e pedagogia di fronte a conflitto e autorità, abbozzando delle risposte e aprendo altre domande.

LA RECENSIONE sul MANIFESTO del 11/12/14 di Claudio CANAL AL LIBRO IL DIO QUEER

Litigare fa bene

Per Daniele Novara la proposta contenuta nell’ultimo suo libro (Litigare fa bene, insegnare ai propri figli a gestire i conflitti, per crescerli più sicuri e più felici) riassume tutto il suo lavoro ormai più che ventennale. Il conflitto è il principale antidoto alla violenza (e non è all’origine): “l’educazione alla socialità passa piuttosto attraverso l’educazione al litigio: è fondamentale insegnare a stare insieme anche quando è difficile; a gestire i problemi e le prepotenze senza utilizzare la violenza; a reagire ai comportamenti vessatori trasformando la relazione e il gruppo in occasioni di apprendimento e creatività piuttosto che in ambiti di paura e conformismo.”

Lasciate che i bambini litighino fra loro! Il litigio tra bambini sviluppa le capacità di mediazione, relazione e rinuncia che saranno necessarie da adulto. Seguendo Alice Miller e la sua dura condanna delle pedagogie nere, (le pedagogie che consapevolmente o inconsapevolmente fanno rientrare la violenza tra le pratiche pedagogiche), Novara ammonisce i genitori che si fidano del loro istinto senza un lavoro su di sé. Questi genitori riprodurranno ciò che nella loro infanzia è stato loro imposto perchè senza presa di coscienza si riproducono anche i meccanismi di violenza. La spontaneità non aiuta i genitori.

Attraverso semplici spiegazioni e forse anche troppi esempi, l’autore dimostra l’efficacia del metodo maieutico “Litigare bene”. Per aiutare i figli a gestire i conflitti e per crescerli più competenti nelle relazioni interpersonali occorre lasciare litigare i bambini, non cercare il colpevole, non imporre né fornire la soluzione, ascoltare e legittimare tutti i punti di vista, favorire l’accordo creato dai bambini stessi. Per l’autore “educare vuol dire quindi aiutare a litigare bene”.

Il conflitto tra bambini rappresenta uno dei tabù pedagogici della nostra epoca. Al primo accenno di litigio infantile la maggior parte degli adulti tende a intervenire e reprimere il conflitto, nella convinzione che sia necessario imporre una rappacificazione. Invece i contrasti costituiscono una fondamentale occasione di apprendimento relazionale che, se lasciati liberi di agire, i più piccoli imparano a gestire autonomamente.litigare

I “bravi bambini” e le “brave bambine” che non litigano mai sono una finzione letteraria dei vari galatei dello scolaro e del libro Cuore. Rispondono a idee astratte degli adulti e, quando ciò accade, siamo di fronte all’interiorizzazione delle aspettative dell’adulto. Questi bambini e bambine “dotate” da grandi potrebbero non sapere fronteggiare complicazioni e conflitti.

Del resto il vissuto dei bambini è spesso diverso: “non stavamo litigando, stavamo solo giocando…”. Diverse ricerche sul campo ormai da tempo hanno dimostrato che spesso i bambini trovano velocemente da soli l’accordo o comunque la soluzione. La ricerca condotta da Novara stesso e la sua équipe ha evidenziato come nelle medesime scuole dove c’è stato una applicazione del metodo ‘litigare bene’ si siano prodotti cambiamenti. Sono state osservate le classi materne e elementari di diverse scuole prima e dopo l’uso del metodo. Sono aumentati gli accordi spontanei e le rinunce. Si è scoperto che si sono ridotti i litigi e gli interventi degli insegnanti.

Lasciare litigare liberamente presenta quindi notevoli vantaggi: i bambini si autoregolano, i maschi usano più le parole della fisicità, tutti/e imparano a confrontarsi con altri punti di vista e sviluppano l’empatia, imparano a trovare un’alternativa e a lasciare perdere se necessario, sviluppando in compenso autostima e creatività.

La distinzione tra conflitto e violenza, che anche gli adulti stessi faticano a compiere, è fondamentale anche per sapere circoscrivere il bullismo senza farne un inutile allarme sociale. Conflitto, litigio, guerra, violenza, aggressività, bullismo, prepotenza dovrebbero essere campi semantici da scandagliare.

Il libro esamina i litigi tra pari tra bambini/e di meno di 10 anni e non esamina la questione del conflitto tra generazioni. Forse non abbastanza approfondita è l’indicazione di dare regole chiare, presentata come l’alternativa alle punizioni dannose per l’autostima dei bambini. Chiarezza, realismo e condivisione delle regole. Ma siamo forse alla questione del conflitto generazionale e alla questione dell’autorità educativa. Basta che siano chiare perché siano rispettate? Assente dal libro anche l’analisi del contesto storico e sociale che sta riducendo gli spazi di reale autonomia nel gioco per i bambini. La proposta di Novara è forse fin troppo esemplificata per le famiglie e contiene invece solo spunti di riflessioni per le insegnanti (non è un caso che nel sottotitolo si parli di figli e non di scolari). Il contesto scolastico è distinto, antropologicamente e giuridicamente, da quello familiare. Pur essendo molto centrato sul metodo proposto a cui si dà persino un nome proprio ‘LITIGARE BENE’, e meno sui contesti dove esso è già applicato senza il Kit e il marchio, il libro costituisce una avanzatissima proposta pedagogica per le famiglie di oggi che rompe un grande tabù. Se molte famiglie lo leggessero e lo applicassero, il presente e il futuro sarebbero migliori.

Una scena politica – a 10 anni

“Maestra, maestra in bagno c’è una scena politica!”, con queste parole Marta, una bambina di dieci anni, ha ritenuto doveroso segnalare quello che stava succedendo. Un litigio durante l’intervallo tra un bambino e una bambina di una quinta elementare, che saggiamente la maestra aveva lasciato ricomporre alla classe (per promuovere l’autoregolazione dei conflitti), stava adesso in bagno prendendo delle pieghe che erano descrivibili come “una scena politica”. Mentre la maestra va in bagno a verificare lo stato del conflitto “degenerato in politica”, fingo di non avere capito cosa la bimba volesse dire. La mia domanda porta il chiarimento richiesto: “ma sì dai, è come fanno i politici, che urlano, urlano e non si capisce mai niente. E poi… poi si insultano e dicono solo parolacce.” Politica come assenza di conflitto, come assenza di dialogo nel dissenso. Politica come termine corsa: solo insulti.rissaparlamentare

In realtà il senso di quel segnale d’allarme era stato immediatamente chiaro per tutta la classe, compresa l’insegnante e me. E’ un sottointeso di una intera generazione? Da dove viene tanta capacità di lettura critica dei talkshow e del parlamento? Anche per me i talkshow politici siano di destra (per es. Vespa) o di sinistra (per es. Santoro) hanno un valore insopportabilmente antieducativo per le modalità con cui si svolgono, ben colte e sintetizzate dalla bambina. Un cattivo esempio  morale. Inoltre il termine “scena” denota la consapevolezza che siamo di fronte a uno spettacolo? o che siamo nella società dello spettacolo? Il carattere diseducativo dei talkshow “politici” non sta non tanto nel litigio (nella contrapposizione di per sé molto educativa), ma nell’uscire dal momento sano del conflitto. Nella degenerazione del conflitto, parlato e argomentato; nella guerra di parole, dove ci si interrompe, non si cerca di comprendere l’altro ma di zittirlo; nell’insulto fine a se stesso.

rissatvsgarbiMolti genitori si potrebbero scandalizzare e mettere in discussione il valore educativo dell’autoregolazione dei conflitti di questa bravissima maestra che aveva lasciato fino a quel momento che il conflitto esploso in classe tra due bambini, con la conseguente divisione, contrapposizione e poi mediazione dei compagni e compagne aveva quasi placato tutti gli animi  in un lungo quarto d’ora dell’intervallo. Qualcosa di “politico” l’aveva però riacceso. Il politico è il momento in cui ai bambini non sembra più possibile autoregolare i loro conflitti.

Sentire parlare male dei politici dai bambini a me non fa scattare nessun pensiero del tipo: “ma no… la politica non è solo quella che vedete in televisione… ” Questi sono i politici scelti dal popolo italiano oggi: i migliori rappresentanti di una cultura machista, gerontocratica, ignorante e senza principi etici. Questa degradazione morale ed educativa quotidiana in cui versa il nostro paese è ben situata nel punto giusto da Marta e dalle sue compagne: là dove nessuna parola è più possibile. Là dove il conflitto si capovolge in violenza: il contrasto e la divergenza si tramutano in danneggiamento intenzionale; là dove si passa dal voler risolvere il problema con pianti e urla al volere sopprimere il problema sopprimendo l’altro.