La bambina con le ginocchia sbucciate

Il tema delle risorse segrete dell’infanzia trae spunto dal sottotitolo del libro di Silvia Vegetti Finzi: “Una bambina senza stella”. Riprendendo i temi di questo suo libro, l’autrice ripercorre alcuni episodi della sua infanzia accompagnandoli da riflessioni adulte. Per capire il cambio epocale che stiamo vivendo (cambio dell’immaginario e del subcoscio), le abbiamo chiesto quali fossero gli elementi dai tempi della seconda guerra mondiale ad oggi che più l’hanno stupita di questo cambiamento nella relazione genitori-figli.

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Psicologi a scuola (per aiutare gli insegnanti)

° di Marco Vinicio Masoni

I ragazzi nati e formati in questi ultimi trenta anni chiedono qualcosa di inaudito rispetto al passato. Sapete che oggi scorre nei discorsi comuni una parola, che, diffusissima, sembra non abbia avuto storia, sembra che ci sia sempre stata, ma la parola è giovane: “Motivazione”. Solo trenta anni fa era termine utilizzato raramente. Se ne sentiva parlare pochissimo nelle scuole. I ragazzi di oggi vogliono essere motivati. La gerarchia non è più o è sempre meno visibile, il ruolo non ci protegge più, non basta dire in classe “sono l’insegnante quindi mi dovete ascoltare” (espressione efficace decenni fa), perché gli studenti sembra rispondano (lo fanno anche col silenzio), “fatti ascoltare, fai in modo che sia interessante ascoltarti…” Questa, è la motivazione. Far che la ragazza e il ragazzo davanti a te in classe ti dicano: professore, ci insegni. E’ un mondo nuovo per la scuola, una grande sfida. La relazione motivante è oggi il nuovo grande compito.Continua a leggere “Psicologi a scuola (per aiutare gli insegnanti)”

La gerarchia invisibile

Gli adulti postmoderni sono posti di fronte a un dato nuovo: Marco Masoni la definisce l’invisibilità della gerarchia. Le nuove generazioni non si fanno più comandare, e così adulti (che siano genitori, insegnanti, etc…) non sanno come farsi obbedire e rispettare! L’autorità adulta è in crisi in famiglia, a scuola, ovunque. Continua a leggere “La gerarchia invisibile”

La pedagogia del tasto play (2)

Il consumo tecnologico disattiva la ricerca informativa: se le cose devono funzionare, non importa nemmeno il come e il perché, l’approfondimento è inutile, la curiosità non si esercita su ciò che ci precede – chi l’ha inventato? Chi l’ha costruito? Da dove viene? Di che materiale è? – perché tutte quelle voci del sapere le archiviamo, delegando ai marchi di sicurezza una generica garanzia sull’utilizzo. Tutta la tensione dell’utilizzatore tecnologico è invece su ciò che segue da qui a poco, sull’incantesimo del funzionamento, sulla magia dello scatto. È anche così che si forma un rapporto con il mondo disinteressato alle origini, indifferente alla natura delle cose, che non interroga ma aspetta, che non chiede ma guarda ciò che arriva. Continua a leggere “La pedagogia del tasto play (2)”

Il bambino democratico

di Andrea Lanza*

La pedagogia, da subito, dalla fine del Settecento, è animata da quella tensione insita nel voler costituire un legame tra il vecchio e il nuovo in una società che vuole diventare altro da ciò che era. Un secolo più tardi, le nuove pedagogie, quelle per esempio di Montessori e di Piaget, devono confrontarsi alla stessa sfida divenuta ancor più difficile. A metà Novecento, Hannah Arendt mostra quanto la crisi dell’educazione sia intimamente legata alla crisi dell’autorità e della tradizione:Continua a leggere “Il bambino democratico”

Perdere tempo per educare

Viviamo in un mondo difficile, soprattutto un mondo veloce. La velocità è caratteristica della modernità e ancor più della postmodernità, che Harvey ha eccellentemente descritto con la categoria di compressione spazio-temporale (1). Nella nostra epoca tutto sembra schiacciarsi sul presente. Il futuro, anziché essere portatore di Progresso, come fu almeno dall’Illuminismo,Continua a leggere “Perdere tempo per educare”

La pedagogia del tasto play (1)

Lo sguardo da regista di Pier Paolo Pasolini leggeva a metà degli anni settanta negli oggetti di uso comune i segni della grande mutazione, perché il servizio di tazze che il suo scenografo Dante Ferretti aveva scelto nel film in lavorazione sugli anni quaranta tradiva un’epoca in cui le cose si facevano con cura e sapienza artigiana, lontani dalla serialità e dai codici a barre. Chissà a quante cose siamo così abituati senza farci caso, se un osservatore acuto come Walter Benjamin (*) coglieva persino nell’introduzione dei fiammiferi una trasformazione radicale del Novecento, quella che sostituisce in molti campi a una serie di operazioni un gesto brusco. Quante cose sono oggi regolate da movimenti a scatti – nei vari clic, push, play ecc. della quotidianità – anziché fluidi, in questo tradendo il nostro corpo, che non si muove affatto così ma vi è costretto dagli oggetti?

A questo punto della mutazione l’artigianato è un lontano ricordo, oppure una nicchia per ricchi, o corrisponde alla manodopera sfruttata chissà dove e chissà come, tale da risultare più conveniente della merce seriale ma senza avere più nulla della cura e della qualità che si attribuirebbe al “fatto a mano”. Quanto agli scatti, si sono solo un po’ ammorbiditi ma sono ovunque, ed è diventato difficile farne a meno. Qualunque preliminare, attesa o sospensione del movimento promesso dall’oggetto sarebbe insostenibile nella nevrosi del consumo, per cui se le sigarette si accendessero da sole senza fiammiferi si venderebbero quelle, le tende da campeggio ormai si montano nel senso che lo fanno loro e tu non fai più nulla, i cibi si vergognano dei loro tempi di cottura, che si dimezzano progressivamente come la velocità dei processori dei computer.

Nella stanza del risveglio di un bambino la realtà è già tutta a pulsanti, fuori da qualunque sincronia con l’orologio biologico e dalla logica di movimento del suo corpo, non la tenda alla finestra ma il tasto play è diventato forse il grande educatore, il maestro di vita. Sono così i giocattoli, sempre più e sempre prima elettronici, sono così anche i libri quando incorporano il loro audio o emettono suoni, è così l’automobile che appare al suo sguardo immobilizzato dalla postura di sicurezza del seggiolino come luna park di spie, pulsanti e funzioni magiche, ma è così la casa stessa, perché quando gattona un bambino vede soprattutto prese e copri-prese luminosi, quando si alza in piedi trova esattamente davanti ai suoi occhi pulsanti e manopole di elettrodomestici, e sul tavolino si imbatte certamente in uno dei tanti telecomandi o telefoni di famiglia. È una casa senza leve, dove l’elettronica ha soppiantato la meccanica, e proprio per questo, paradossalmente e potenzialmente, dove un bambino può tutto, compresi i disastri. È una casa dove si impara a essere consumatori, perché nessun congegno è autocostruito, nessuna esperienza è possibile se non quella di agire il gesto previsto dall’oggetto.

“I re non toccano le porte. Non conoscono questa felicità,” scriveva Ponge (*) ricordando il piacere della scoperta di persona, con quel quadro sul mondo varcato a poco a poco attraverso la spinta di un pomello e poi richiuso, nella magia delle stanze…, e allora il bambino-re messo sul trono della consolle della cameretta tecnologica che cosa si perde mentre è noto il potere guadagnato, cioè il telecontrollo della materia circostante? Se gli oggetti educano, qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play? Proviamo a fare una rassegna di ipotesi sul condizionamento indotto, sugli atteggiamenti alimentati certamente in chi esordisce nella vita sotto questa cultura materiale, ma forse anche in noi che la abitiamo da adulti.

La passività, innanzitutto, mascherata da potenza: l’azione è eterodiretta, per cui difficilmente possiamo fare qualcosa che non sia previsto dalla merce, e sotto la fantasia del dominio aumenta in realtà la nostra dipendenza da una mediazione tecnologica che agisce per noi. A fare play non è il bambino ma il giocattolo, letteralmente è il giocattolo che gioca, suona e recita, chi è di fronte schiaccia e assiste, come davanti a un televisore. Ma poiché la tecnologia è complessa, per semplificarne l’utilizzo e renderla accessibile al popolo non si può che mascherarla, inventare le funzioni che dialogano con i nostri modi comuni di agire, decidere per noi cosa dobbiamo fare e predisporre automatismi. Quale idea del mondo, quindi: la realtà come spettacolo, noi come pubblico, l’eliminazione della fatica o dell’apprendimento, la promessa implicita che tutto ci è dato, ed è qui per noi, non per intrinseca necessità o autonoma esistenza, l’impossibilità di incontro e casualità, sotto il nostro primato di spettatori a cui il mondo deve la sua recita. 

SEGUE SECONDA PARTE


FRAMMENTO TRATTO DA:laffi

Stefano Laffi, La congiura contro i giovani, crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Milano: Feltrinelli, 2014, pp. 35-40

LEGGI LA RECENSIONE

ASCOLTA L’INTERVISTA A STEFANO LAFFI

E’ possibile una pedagogia della decrescita?

E’ possibile una pedagogia della decrescita? Una pedagogia della resistenza ai valori pervasivi del marketing? Serge Latouche nell’intervista a RBE (in onda il 16/3 e il 23/3 su www.rbe.it alle 15:30) si definisce rivoluzionario conservatore per Continua a leggere “E’ possibile una pedagogia della decrescita?”

La teologia queer può servire alla pedagogia?

Continuano le conversazioni radiofoniche con la pastora e teologa Daniela Di Carlo su RBE per interrogarci su come la riflessione teologica sul gender possa aiutare un pensiero etico-pedagogico: come pensare a una pedagogia queer capace di educare al genere senza ingabbiare in un genere?

ASCOLTA: CON CHE GENERE DI TEOLOGIA? DANIELA DI CARLO

ASCOLTA: LA PEDAGOGIA QUEER PUO’ SERVIRE ALLA PEDAGOGIA? DANIELA DI CARLO

Ma prima ancora cosa è esattamente il genere? Cosa dicono le teorie post-gender e cosa sostengono i detrattori reazionari quando parlano di ideologie del gender?  Quali sono le potenzialità di una teologia e di un’etica basata su valori indecenti che riabilitano il diverso e la diversa? E’ possibile pensare a valori che ci orientano nel mondo, che ci guidano verso la giustizia, verso il rispetto per i generi diversi e che non pretendano alcuna validità universale? Mettere in discussione l’universalità dei due generi significa dover rinunziare al linguaggio inclusivo? Significa dimenticare che il linguaggio e la società sono ancora sessisti? Quali sono le sfide dell’educare al genere oggi senza predefinire modelli forgiati su stereotipi? Come iniziare la persona fin da piccolissima al genere senza stereotipi? E senza cadere in contro-stereotipi? Un risultato con cui fare i conti è che il genere forse non è così fondativo, mentre ciò che è fondativo è l’incontro. I corpi alle volte hanno imprigionato le persone, perchè corpo e percezione di genere differiscono. Questo pensiero si smarca molto dal femminismo classico e dal pensiero della differenza che partiva dalla constatazione che si viene al mondo diversi, maschi e femmine, e che la diversità di genere fosse la diversità, la chiave che spiegasse tutte le altre differenze.

La teologia queer è una critica molto dura all’ordine occidentale e alla sue ingiustizie. La teologia queer (teologia finocchia o la teologia diversa, obliqua) parte dalla costatazione molto cristiana che ogni creatura nella sua manifestazione è accolta da Dio, ogni creatura appartiene alla creatività di Dio ed è amata da Dio; non sembra una grande novità, perché la religione ha sempre predicato l’amore universale; l’insurrezione dell’abbietta della teologia indecente FotoDanSimmette tuttavia in risalto come l’evangelo in questo senso abbia perso il suo ruolo scandaloso trasformandosi, con le chiese storiche, in tranquillizzante e arrivando molto spesso a forme di condanna di omosessualità e comportamenti sessuali ritenuti devianti. Emerge quindi un Dio diverso, che Canal descrive così nella sua recensione sul Manifesto: “Un Dio fluido e instabile, clandestino, indocile, un estraneo che sta davanti alla porta del nostro attuale ordine amoroso ed economico. Un Dio che fa coming out della sua marginalità e della sua onni-sessualità che oltrepassa qualsiasi dogmatica dell’eterosessualità. (…) un Dio sfrenato e poliamoroso, il cui sé si compone in relazione ai suoi abbracci multipli e alla sua mancanza di definizione sessuale. Dio è un mescolamento di generi. Un Dio che non disdegna gli eccessi, pieno di desideri trasgressivi a causa del suo amore per gli esseri umani.”

La teologia queer cerca di confutare gli insegnamenti conservatori che caratterizzano l’insegnamento di molte chiese sull’omosessualità, sul desiderio, sugli atti sessuali, ecc. ponendosi l’obbietteologiaqueertivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer. Si caratterizza come una teologia della liberazione, nel senso di una teologia contestuale. Tale vicinanza deriva dalla prassi, dalla metodologia utilizzata e dalla visione comune della teologia come strumento per liberare dall’oppressione, in questo caso perpetrata a danno di gay, lesbiche, bisessuali, transgender. Le interviste radiofoniche con Daniela Di Carlo proseguiranno a febbraio parlando di pensiero della differenza,  teologia e pedagogia di fronte a conflitto e autorità, abbozzando delle risposte e aprendo altre domande.

LA RECENSIONE sul MANIFESTO del 11/12/14 di Claudio CANAL AL LIBRO IL DIO QUEER

Padri materni ma con meno autorità

Grazie ai cambiamenti sociali e soprattutto ai movimenti femministi, i padri di oggi hanno avuto la possibilità di occuparsi dei bambini e delle bambine, ma chi si occupa di dare regole in famiglia? I nuovi padri possono scoprire tenerezza e sentimenti in una vicinanza maggiore, data anche dal dedicare più tempo sia nel gioco sia nelle cure quotidiane. Il padre materno, da san Giuseppe ai nuovi mammi (Roma: Mentelmi, 1999) è ripubblicato da Einaudi dopo 15 anni: lo studio di Simona Argentieri, aggiornato e modificato nei contenuti, esce con il medesimo titolo, senza il sottotitolo.

Scompare il padre padrone, affettivamente lontano, preso dal lavoro e incline alle punizioni, compaiono i nuovi padri, che si alternano con le madri al biberon. Eppure, capaci di assolvere tutte le funzioni della maternità con naturalezza e piacere, come incarnano la non nuova fantasia del padre materno, forte, tenero e protettivo i papà postmoderni? Cosa significa per un/a bambino/a ricevere cure paterne? Argentieri si chiede se ci siano cure paterne e cure materne. In cosa sono diverse. L’autrice percorre le diverse figure, i maschili plurali della storia, analizzando soprattutto le immagini, i quadri, la letteratura, e molto i recenti film in un viaggio nell’immaginario del padre. Si interroga soprattutto sul presente ponendo la questione dell’autorità: se i papà di oggi fanno volentieri i mammi, chi è che si occuperà di svolgere le tradizionali funzioni paterne? Alcune donne sono troppo pronte a delegare al nuovo padre, altre persistono nell’escluderlo creando frustrazioni nei nuovi padri che non si sentono mai uguali. Mettere al mondo e prendersi cura non sono sufficienti senza assumersi le responsabilità genitoriali che mettano in discussione le tradizionali divisioni dei sessi (divisioni nel lavoro domestico, divisioni nell’accudimento, divisioni nel tempo per lo spazio pubblico, divisioni nel dare regole, etc..). In definitiva per Argentieri esistono funzioni essenziali che possono e devono essere svolte da entrambi i genitori e non tanto in un modo maschile e in uno femminile. Se la rivoluzione femminista ha messo in discussione la divisione tradizionale dei ruoli, si tratta oggi di inventarne nuovi, dividendo cure e responsabilità. Uno dei rischi più forti del padre di oggi è quello di sottrarsi a questa responsabilità, un nuovo tipo di fuga sotto forma non di sottrazione di iper-presenza limitata alla cura. Chi viene al mondo ha bisogno invece di una responsabilità di entrambi i genitori.

RECENSIONI:

Oltre alla recensione di Valentina Pigmei su Pagina99, si segnalano la recensione di Marco Franzoso su Gli Asini, n.24, novembre-dicembre 2014 e l’articolo di Sara Honegger sul medesimo numero della rivista; sempre su Gli Asini n.24 la recensione di Simona Argentieri al romanzo di Franzoso .

ASCOLTA L’INTERVISTA  A SIMONA ARGENTIERI SU RBE/400COLPI

Giovani pionieri al Kids Marketing

Stefano Laffi si occupa da molto tempo di giovani, come ricercatore sociale e consulente. Il suo ultimo libro, La congiura contro i giovani, dice dure verità sui giovani e lo fa con parole dosate e ben scolpite. Ha il coraggio di dire che il re è nudo: il mondo in cui i giovani si trovano costretti a vivere e crescere li esclude dalla cittadinanza, al di là di tutti i  discorsi retorici. laffi

Il suo è un notevole saggio critico delle condizioni postmoderne in cui crescono le nuove generazioni. Disvela i dispositivi pedagogici di un mondo dominato dalle merci. In controtendenza rispetto alle lamentele sui giovani, sdraiati e rilassati, maleducati e colpevolizzati per ogni nuovo cattivo costume, il libro segue la traiettoria dalla nascita ai primi colloqui di lavoro per descrivere la negazione della cittadinanza ai bambini. L’ombra che li accompagnerà in questo viaggio sarà fin dai primi minuti l’ossessione adulta per la norma. La spettacolarizzazione di ogni aspetto della vita (si nasce e si è sempre famosi ma esposti) fa da sfondo a un film lento, senza sfumature, non troppo lungo e senza il gran finale. I bambini prima e i giovani dopo sono i protagonisti: le difficoltà che incontrano sono date da un mondo pieno di merci e oggetti che modificano il loro rapporto con il mondo. E’ la pedagogia del tasto play dove tutto funziona elettronicamente cambiando però anche la percezione della realtà e alterando i sensi e la mente. Da McLuhan a Roland Barthes passando per Benjamin e Pasolini e una quantità scelta e mirata (grazie a poche note) di saggi critici della società dei consumi per approdare a Margaret Mead. Il libro riprende molte questioni già enucleate nel secolo scorso, le dipana, le mette sul piatto. Ci sono molti orrori, ma sono quelli che noi adulti abbiamo preparato per il futuro dei nostri nipoti.

Se gli oggetti educano – si chiede Laffi – qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play?” Un’arancia vera e una di plastica trasmettono al bambino immagini diverse del mondo e della sua relazione con la natura e con la vita. Si “indebolisce l’idea di una mediazione riflessiva come premessa dell’agire” e si rischia di formare al delirio di onnipotenza e al cinismo.

lafficongiuraIl bambino cresce vaccinato, assicurato, protetto e infine incoronato dal mercato che “ha capito quanto vale la sua quota e come può influenzare le decisioni anche degli altri consumi famigliari”. E’ la Guilt Money, quella disponibilità a spendere ed essere vulnerabile ai capricci del bambino ed è inversamente proporzionale al tempo: meno stai con i tuoi bambini più sei disposto a spendere soldi per loro. Un meccanismo che le aziende conoscono e usano. L’unico riconoscimento che avviene fin dalla tenera età è quello di essere consumatori in grado di modificare i consumi della famiglia e degli adulti. Entrato nelle fauci della bestia, Laffi descrive benissimo obiettivi e psicologia del Kids Marketing, che, senza alcuna remora etica, ha l’obiettivo di forgiare i desideri dei bambini. Laffi osserva che se “sommi il tempo di esposizione ai messaggi e lo confronti con il tempo di dialogo in famiglia, ti rendi conto chi parla davvero ai figli.” Inoltre c’è anche la comunicazione educational che è quella che usa la scuola tramite gli insegnanti, una scuola sempre più povera e quindi disposta a fare pubblicità per avere fondi.

Per Laffi è importante comprendere che siamo di fronte non un collasso di motivazione e di fiducia dei ragazzi rispetto alle sfide che li attendono, ma alla mancanza di opportunità e di possibilità, che si manifestano nel non trovare esperienze, lavoro, soldi, casa, e, più in generale, nel non aver voce, nel non poter incidere nella realtà che li circonda. La congiura è l’esclusione programmata dalla cittadinanza, dalla possibilità di contare e di essere riconosciuti come persone.

Insomma se abbondano articoli, servizi televisivi, libri che parlano dei giovani e fanno diagnosi e prognosi, che sentenziano su come aiutarli nel loro disagio, scarseggiano invece gli approcci critici al mondo che gli adulti di oggi consegnano al futuro. Le linee di tendenza intercettate da Laffi vanno ben oltre i confini nazionali e colgono alcuni processi globali contemporanei. Un esempio su tutti è la crisi del potere e del valore della parola: siamo in un mondo in cui “gli adulti non dicono quello che pensano e non fanno quello che dicono” Un mondo quindi in cui la parola conta poco, molto poco.

Riprendendo Generazioni in conflitto di Margaret Mead, Laffi traccia anche una via d’uscita. Le grandi scoperte sono state fatte da giovani. Bisogna affidarci ai nostri pionieri, valorizzare loro come sperimentatori. Uscirne insieme mettendo loro davanti a prefigurare ciò che noi non sappiamo disegnare. In alcune aziende c’è già il reverse mentoring e in fondo nel volontariato è normale che un ragazzo insegni a un cinquantenne appena arrivato. Forse ci siamo dimenticati che le più grandi invenzioni del ‘900 sono state fatte da scienziati che avevano fra i 20 e i 30 anni. Mutare la dislocazione del futuro è l’invito agli adulti a “trasmettere la fiducia che valga la pena diventare adulti”. I giovani diventano così –  con lo sguardo sul futuro e forse un po’ forzatamente poco anche sul passato – i depositari della salvezza, i pionieri in un mondo nuovo che noi adulti, da naufraghi e immigrati, non conosciamo né padroneggiamo più.

pubblicato in Educazione Democratica, n.8, giugno 2014

Qualcuno lo chiama porco, io lo chiamo signore

Un poliziotto tiene in braccio un bambino e pratica la respirazione bocca a bocca. E’ una campagna in difesa della polizia o una esplicita allusione alle inclinazioni pedofile delle forze dell’ordine?

Qualcuno lo chiama maiale

[da Stefano Benzoni, L’infanzia non è un gioco. Paradossi e ipocrisie dei genitori di oggi, Roma-Bari, Laterza, 2013]