Le tante anime di Giove

Dall’Indice della Scuola ecco l’anticipazione online della recensione di Vincenzo Viola del libro di Franco Lorenzoni, I bambini pensano grande, cronaca di Una avventura Pedagogica.La filosofia è nascosta e noi la dobbiamo trovare. Noi, nel fare questo spettacolo, l’abbiamo trovata”. Continua a leggere “Le tante anime di Giove”

Decrescita, tra etica e pedagogia: intervista a Latouche

Oggi siamo educati all’illimitatezza dai pubblicitari che creano sempre più bisogni e sempre più illimitati perché “un popolo felice consuma poco”. La dimensione dell’infinito appartiene invece alla dimensione spirituale che Latouche [ASCOLTA/SCARICA L’INTERVISTA DI RBE A LATOUCHE SU DECRESCITA, ETICA, PEDAGOGIA], rivendica a patto che sia laica e non religiosa. Ma se detestiamo l’attuale società dei consumi come si può educareContinua a leggere “Decrescita, tra etica e pedagogia: intervista a Latouche”

Elogio della scuola lenta

di Cinzia Mion

Sembra quasi un mitico manifesto destinato alla scuola, realizzato da un gruppo ecologico per la sensibilizzazione ad una “Decrescita sostenibile e felice”, il bel libro di Gianfranco Zavalloni, appena stampato dalla casa editrice EMI che porta il titolo “La pedagogia della lumaca”. Un titolo che la dice lunga sull’impostazione che ha dato l’autore alle sue attraenti argomentazioni per convincerci della necessità di rallentare l’accelerazione esponenziale di questa versione della modernità,Continua a leggere “Elogio della scuola lenta”

E’ possibile una pedagogia della decrescita?

E’ possibile una pedagogia della decrescita? Una pedagogia della resistenza ai valori pervasivi del marketing? Serge Latouche nell’intervista a RBE (in onda il 16/3 e il 23/3 su www.rbe.it alle 15:30) si definisce rivoluzionario conservatore per Continua a leggere “E’ possibile una pedagogia della decrescita?”

Giovani che creano bene comune

Non sono né sdraiati, né narcisisti, né spavaldi, né nichilisti,  i giovani intervistati nella ricercazione di Marchesi e Conte. Ricordano un po’ i giovani descritti da Stefano Laffi (vedi intervista e recensione) che costruiscono il futuro nel presente. Anziché essere descritti in termini negativi, gli autori propongono un taglio selettivo. Un lavoro di decolonizzazione dell’immaginario sociologico odierno che guarda ai giovani senza simulacri e senza le ricorrenti etichette segnate dalla passività, sfiducia, autocentratura. I giovani intervistati, dalla Calabria al Friuli passando per la val Pellice, hanno la caratteristica di lasciare tracce delle loro azioni collettive sulla comunità locale, producendo beni comuni. Evitando di volere capire e attribuire dei bisogni è possibile mettere a fuoco alcune caratteristiche comuni di questi nuovi gruppi di giovani: gruppi con durata breve, gruppi con obiettivi, gruppi attraversati e non gruppi di permanenza, né tanto meno gruppi basati sull’identità; gruppi che pongono molta enfasi al pragmatismo, al fare insieme. Emerge una pluri-identità di strategie giovanili che fronteggiano la complessità, segnata dall’avere molti contatti, dallo stare dentro a contesti differenti, dal collaborare con logiche di compito. Caratteristiche ambiggiovani disegnue ma che si possono leggere in positivo come una strategia adattiva: la grande enfasi data al piacere di stare insieme prefigura una nuova modalità gruppale attenta ai processi relazionali, a differenza dei gruppi del secolo scorso molto legati a una dimensione identitaria.

La ricerca riferisce di giovani che desiderano e ricercano una relazione con gli adulti, a condizione che siano figure di adulti e adulte significative: dei testimoni. E’ come se l’unica relazione significativa tra generazioni possibile fosse quella dell’ipotesi di Freire: gli esseri umani si educano fra loro stando al mondo. Siamo di fronte a una richiesta selettiva perché i/le giovani di oggi si rivolgono ad adulti/e che hanno una esperienza degna di essere vissuta, per prenderne spunto, rielaborarla; non hanno bisogno di modelli da imitare. Figure adulte come quella del passatore, di chi ti accompagna e poi ti lascia andare sul confine. Il maggior bene comune di questi gruppi è la cooperazione stessa, proprio perché l’accento è posto sul gruppo: il bene comune è la costruzione collettiva, la divisione del lavoro dei compiti. Per questi/e giovani il processo è importantissimo: è il come fare insieme, il come cooperare. Cooperare significa mettere insieme forze per fare cose che non si possono fare da soli; la cooperazione produce quindi speranza e ha molto a che fare con la politica. Anche se in un senso nuovo.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ANDREA MARCHESI IN DUE PUNTATE

L’esperienza di ricercazione “Officina Giovani” – all’interno della rete nazionale di cooperative sociali legate a EDUCA – condotta da A. Marchesi e Cristiano Conte è riportata nell’ultimo numero di Animazione Sociale. Tra pochi giorni il convegno nazionale promosso dalla medesima rivista “Cose da fare con i giovani” appuntamento per operatori impegnati nel lavoro sociale con i giovani che si svolgerà a Rovereto il 27 e 28 febbraio.

La teologia queer può servire alla pedagogia?

Continuano le conversazioni radiofoniche con la pastora e teologa Daniela Di Carlo su RBE per interrogarci su come la riflessione teologica sul gender possa aiutare un pensiero etico-pedagogico: come pensare a una pedagogia queer capace di educare al genere senza ingabbiare in un genere?

ASCOLTA: CON CHE GENERE DI TEOLOGIA? DANIELA DI CARLO

ASCOLTA: LA PEDAGOGIA QUEER PUO’ SERVIRE ALLA PEDAGOGIA? DANIELA DI CARLO

Ma prima ancora cosa è esattamente il genere? Cosa dicono le teorie post-gender e cosa sostengono i detrattori reazionari quando parlano di ideologie del gender?  Quali sono le potenzialità di una teologia e di un’etica basata su valori indecenti che riabilitano il diverso e la diversa? E’ possibile pensare a valori che ci orientano nel mondo, che ci guidano verso la giustizia, verso il rispetto per i generi diversi e che non pretendano alcuna validità universale? Mettere in discussione l’universalità dei due generi significa dover rinunziare al linguaggio inclusivo? Significa dimenticare che il linguaggio e la società sono ancora sessisti? Quali sono le sfide dell’educare al genere oggi senza predefinire modelli forgiati su stereotipi? Come iniziare la persona fin da piccolissima al genere senza stereotipi? E senza cadere in contro-stereotipi? Un risultato con cui fare i conti è che il genere forse non è così fondativo, mentre ciò che è fondativo è l’incontro. I corpi alle volte hanno imprigionato le persone, perchè corpo e percezione di genere differiscono. Questo pensiero si smarca molto dal femminismo classico e dal pensiero della differenza che partiva dalla constatazione che si viene al mondo diversi, maschi e femmine, e che la diversità di genere fosse la diversità, la chiave che spiegasse tutte le altre differenze.

La teologia queer è una critica molto dura all’ordine occidentale e alla sue ingiustizie. La teologia queer (teologia finocchia o la teologia diversa, obliqua) parte dalla costatazione molto cristiana che ogni creatura nella sua manifestazione è accolta da Dio, ogni creatura appartiene alla creatività di Dio ed è amata da Dio; non sembra una grande novità, perché la religione ha sempre predicato l’amore universale; l’insurrezione dell’abbietta della teologia indecente FotoDanSimmette tuttavia in risalto come l’evangelo in questo senso abbia perso il suo ruolo scandaloso trasformandosi, con le chiese storiche, in tranquillizzante e arrivando molto spesso a forme di condanna di omosessualità e comportamenti sessuali ritenuti devianti. Emerge quindi un Dio diverso, che Canal descrive così nella sua recensione sul Manifesto: “Un Dio fluido e instabile, clandestino, indocile, un estraneo che sta davanti alla porta del nostro attuale ordine amoroso ed economico. Un Dio che fa coming out della sua marginalità e della sua onni-sessualità che oltrepassa qualsiasi dogmatica dell’eterosessualità. (…) un Dio sfrenato e poliamoroso, il cui sé si compone in relazione ai suoi abbracci multipli e alla sua mancanza di definizione sessuale. Dio è un mescolamento di generi. Un Dio che non disdegna gli eccessi, pieno di desideri trasgressivi a causa del suo amore per gli esseri umani.”

La teologia queer cerca di confutare gli insegnamenti conservatori che caratterizzano l’insegnamento di molte chiese sull’omosessualità, sul desiderio, sugli atti sessuali, ecc. ponendosi l’obbietteologiaqueertivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer. Si caratterizza come una teologia della liberazione, nel senso di una teologia contestuale. Tale vicinanza deriva dalla prassi, dalla metodologia utilizzata e dalla visione comune della teologia come strumento per liberare dall’oppressione, in questo caso perpetrata a danno di gay, lesbiche, bisessuali, transgender. Le interviste radiofoniche con Daniela Di Carlo proseguiranno a febbraio parlando di pensiero della differenza,  teologia e pedagogia di fronte a conflitto e autorità, abbozzando delle risposte e aprendo altre domande.

LA RECENSIONE sul MANIFESTO del 11/12/14 di Claudio CANAL AL LIBRO IL DIO QUEER

Padri materni ma con meno autorità

Grazie ai cambiamenti sociali e soprattutto ai movimenti femministi, i padri di oggi hanno avuto la possibilità di occuparsi dei bambini e delle bambine, ma chi si occupa di dare regole in famiglia? I nuovi padri possono scoprire tenerezza e sentimenti in una vicinanza maggiore, data anche dal dedicare più tempo sia nel gioco sia nelle cure quotidiane. Il padre materno, da san Giuseppe ai nuovi mammi (Roma: Mentelmi, 1999) è ripubblicato da Einaudi dopo 15 anni: lo studio di Simona Argentieri, aggiornato e modificato nei contenuti, esce con il medesimo titolo, senza il sottotitolo.

Scompare il padre padrone, affettivamente lontano, preso dal lavoro e incline alle punizioni, compaiono i nuovi padri, che si alternano con le madri al biberon. Eppure, capaci di assolvere tutte le funzioni della maternità con naturalezza e piacere, come incarnano la non nuova fantasia del padre materno, forte, tenero e protettivo i papà postmoderni? Cosa significa per un/a bambino/a ricevere cure paterne? Argentieri si chiede se ci siano cure paterne e cure materne. In cosa sono diverse. L’autrice percorre le diverse figure, i maschili plurali della storia, analizzando soprattutto le immagini, i quadri, la letteratura, e molto i recenti film in un viaggio nell’immaginario del padre. Si interroga soprattutto sul presente ponendo la questione dell’autorità: se i papà di oggi fanno volentieri i mammi, chi è che si occuperà di svolgere le tradizionali funzioni paterne? Alcune donne sono troppo pronte a delegare al nuovo padre, altre persistono nell’escluderlo creando frustrazioni nei nuovi padri che non si sentono mai uguali. Mettere al mondo e prendersi cura non sono sufficienti senza assumersi le responsabilità genitoriali che mettano in discussione le tradizionali divisioni dei sessi (divisioni nel lavoro domestico, divisioni nell’accudimento, divisioni nel tempo per lo spazio pubblico, divisioni nel dare regole, etc..). In definitiva per Argentieri esistono funzioni essenziali che possono e devono essere svolte da entrambi i genitori e non tanto in un modo maschile e in uno femminile. Se la rivoluzione femminista ha messo in discussione la divisione tradizionale dei ruoli, si tratta oggi di inventarne nuovi, dividendo cure e responsabilità. Uno dei rischi più forti del padre di oggi è quello di sottrarsi a questa responsabilità, un nuovo tipo di fuga sotto forma non di sottrazione di iper-presenza limitata alla cura. Chi viene al mondo ha bisogno invece di una responsabilità di entrambi i genitori.

RECENSIONI:

Oltre alla recensione di Valentina Pigmei su Pagina99, si segnalano la recensione di Marco Franzoso su Gli Asini, n.24, novembre-dicembre 2014 e l’articolo di Sara Honegger sul medesimo numero della rivista; sempre su Gli Asini n.24 la recensione di Simona Argentieri al romanzo di Franzoso .

ASCOLTA L’INTERVISTA  A SIMONA ARGENTIERI SU RBE/400COLPI

Globildung compie un anno, grazie lettor

Grazie a voi, pochi/e lettor che nel 2014 – da ben 17 paesi del globo – avete letto qualcosa su Globildung. Siamo al primo giro. Niente tuit, purtroppo i miei post hanno bisogno di più di venti secondi (e di essere letti, non guardati). Forse se ne inizia a vedere la trama: educare al genere, al conflitto, ai media nelle difficoltà in un mondo globale. Segnalazioni di articoli e libri (La congiura contro i giovani, L’infanzia non è un gioco, Litigare bene, etc…) .

Attualmente nuova veste per il blog in prova. Lasciata la lavagna alle spalle, viste le molte critiche, ma tanti accorgimenti ancora mancano. Non vorrei usare la pagina commerciale FB, dove manca il pulsante “non mi piace” e la critica è bandita.

Conto ovviamente sul passa parola e l’email, un mezzo ormai desueto perché troppo prolisso, nessun ha tempo ormai. Mancano tempo e solidi: società della scarsezza. E le lettere cartacee sono sepolte.

Novità: da domani segnalerò nel blog le interviste della trasmissione; quelle già fatte sono qui, sul sito di 400 colpi.

Sul blog sempre qualche idea e note su libri e articoli. E poi il sogno di diffondere l’esperimento di Brodeur, dieci giorni senza televisione: per fortuna, Spegnere gli schermi, è il post più letto del blog del 2014.

Un anno fa, il 10 gennKeen Readersaio 2014, il primo post: il discorso della Montessori, che adesso è disponibile integralmente per la prima volta sul web. E così anche qualche estratto di Girardi e Gutierrez su Freire.

Il proposito di coinvolgere maggiormente chi legge – la minoranza della minoranza ormai. Sul futuro delle nostre istituzioni che formano alla cultura aveva forse già detto molto Nietzsche il quale denunziava il ruolo sostitutivo dei mass-media alle istituzioni formative? Anziché rincorrere l’attualità questo blog vuole fermarsi a riflettere. Ecco quindi un elogio delle recensioni inattuali di Claudio Magris.

Ora, e da parecchio tempo, l’accento si è spostato violentemente verso l’offerta. Pochi chiedono, scelgono (naturalmente in base a ciò che è stato loro detto, magari anche a persuasioni occulte ma comunque scelgono) quello che loro interessa, pochi hanno un reale interesse che desiderano soddisfare. La stragrande maggioranza, forse in particolare proprio nel mondo dei libri, soggiace completamente all’offerta.

Leggi qui tutto l’articolo di Claudio Magris “Non esiste un fuori tempo massimo per la letteratura”
Un brillante saggio a favore delle recensioni tardive contro la tirannide dell’offerta,
L’Indice, aprile 2014

Spegnere gli schermi è possibile! … e auspicabile

Lo schermo è pericoloso. Oggi gli studi scientifici si contano a migliaia – e gli scienziati hanno individuato i danni causati ai giovani cervelli per l’esposizione agli schermi.” Le parole di Jacques Brodeur sono semplici, non allarmiste e non fataliste, ma guardano in faccia la realtà e prendono in considerazione le malattie, le intossicazioni e tutti i disturbi che l’elevata esposizione agli schermi (TV ma non solo) causa ai bambini e alle bambine di oggi. A partire dalla sedentarietà, ai deficit cognitivi, alla lesione della memoria per non parlare della aggressività e soprattutto della diminuzione del tempo di dialogo in famiglia. Tutti effetti largamente studiati dagli scienziati, e altrettanto ignorati dai media. Chissà come mai? Puoi ascoltare l’intervista a Brodeur dal sito di RBE.

jacquesbrodeurMa Brodeur non si limita a denunciare. Ha usato i primi studi che comparano gli effetti positivi della riduzione del tempo-Tv e ha implementato dei programmi scolastici in Canada e in Francia per sensibilizzare alunn* e famiglie sull’importanza di essere padron* degli schermi anziché lasciarsi impadronire da essi. Programmi che prevedono una completa astensione dalla TV per 10 giorni da parte di tutte le famiglie degli alunni e alunne di un istituto.spiderman

Progetti dirompenti che bloccano i continui scarichi di responsabilità: i genitori non sono responsabili perché gli amici e i compagni di classe sono sempre attaccati agli schermi, gli insegnanti non sono responsabili, credono che non sia un loro problema ma non si rendono conto che la causa principale dei deficit di attenzione e dei disturbi di apprendimento è proprio la sovraesposizione agli schermi.

Brodeur unisce famiglie e istituzione scolastiche per fare riprendere in mano la vita comunitaria ai protagonisti, coinvolgendo tutte le associazioni del territorio. I bambini e le bambine scelgono da sole le alternative alla Tv, le vivono per 10 giorni e poi continuano! Brodeur non vuole solo migliorare la qualità dei programmi televisivi ma ha anche l’ambizione di diminuire la quantità di tempo che bambini e bambine passano davanti agli schermi e aumentare il tempo che passano con amici e amiche reali e con i genitori veri anziché con i supereroi virtuali perché le statistiche ci dicono che il tempo passato a parlare in famiglia è nettamente minore di quello davanti agli schermi.

schermiLa prima costatazione è quella che tutti, veramente tutti conoscono e cioè: i bambini di oggi non si muovono abbastanza! E perché non si muovono abbastanza? perchè sono imprigionati dalla TV! il primo danno quindi è la sedentarietà” – sostiene Brodeur  – insegnante di ginnastica in pensione che dedica tutte le sue energie a ai progetti spegni-TV. Con grandi risultati. Siamo ormai al 4 congresso internazionale da lui organizzato. Qui puoi vedere tutti i video dell’ultimo convegno dove studiosi, studenti, famiglie ne parlano (in francese).

Ma Brodeur è attento anche alle metamorfosi delle amicizie di internet causate da facebook. Si rifà agli studi di Thomas Robinson che insegna a Stanford al Prevention Research Center. Cosa sta veramente a cuore a Brodeur? Che le nuove generazioni ricevano più cure e attenzioni dagli amici reali e dai loro genitori piuttosto che da Spiderman. Semplice? Sì ma non banale perché per mille inerzie oggi è più facile lasciare che tutto vada come va e che i bambini e le bambine stiano davanti agli schermi buoni e zitti, pensando che questo tolga problemi anziché darne di maggiori. Augurandomi che questi progetti presto prendano piede in Italia non mi resta che aggiungere che il silenzio mediatico di fronte a questo problema etico-pedagogico è pari soltanto alle sottovalutazioni mediatiche sui disastri ambientali. I media amano parlare di chi è a favore e chi è contro e riducono la scienza a opinioni opposte e superficiali, a talkshow che è chiacchiera da bar, ma tra gli studi scientifici – ricorda sempre Broduer nell’intervista citata – “solo 20 su 4000 non sostengono che l’esposizione prolungata agli schermi non provochi aggressività e deficit di attenzione”.

Linguaggio inclusivo per educare al genere

L’incontro con l’educazione al genere è per me iniziato oltre 20 anni fa al centro ecumenico di agape. Si trattò e si è sempre trattato di uno scontro, di un conflitto, scaturito dalla tematizzazione perenne del linguaggio non sessista o linguaggio inclusivo. Inizialmente mi sembrava assurdo voler cambiare la grammatica italiana. linguaggioInclusivoCuntalaAdesso guardandomi indietro con più esperienza del giovane maschio animatore ventenne che dal linguaggio italiano non si sentiva affatto escluso, né ne percepiva i caratteri sessisti, posso dire che non mi sembra possibile una educazione alle differenze che non parta dalla differenza di genere. Non vedo approccio educativo al genere che non possa fare a meno dello scontro e del conflitto che genera l’uso del linguaggio inclusivo. Nella mia esperienza quando è mancato l’uso del linguaggio inclusivo non mi sono mai sentito già oltre ma sempre prima. Chi lo considera pura formalità ne misconosce la sostanzialità. Per questo provo disagio quando le mie colleghe non lo usano, quando la mia dirigente firma con il maschile, quando anche in questo incontro ci sono donne che si autodefiniscono “formatore”. sessimolinguaitaliana

Il linguaggio di genere è dirompente nella scuola perché agisce in 4 direzioni: – sul piano giuridico dei documenti scolastici (POF e modulistica amministrativa interna in primis); – sul piano della formazione insegnanti; – sul piano della relazione pedagogica con le bambine e i bambini; – infine indirettamente sulle famiglie italiane.

Sul piano educativo ci sono due direzioni: – la prima è quella di ripristinare sempre la grammatica classica che nel parlato tende a scomparire per alcune semplificazioni che vedono schiacciare l’uso del pronome indiretto “le” sul maschile “gli” o l’accordo del participio passato quando necessario: – bravebambinela seconda più interessante è quella propria del linguaggio non sessista e quindi della eliminazione del maschile-neutro e di tutte le altre discriminazioni (che non a caso iniziano dai sostantivi che indicano lavori che sono diminutivi e/o vezzeggiativi) etc… fino ad arrivare all’uso provocatorio del solo femminile plurale per indicare anche i maschi.

Mi auguro che su questo ci siano gruppi di auto-formazione, che sappiano condividere difficoltà e risorse dell’uso di questo linguaggio e che la rete collochi l’uso del linguaggio inclusivo (termine che preferirei a sessuato o non-sessista) e sappia fornire tutti gli elementi per una formazione permanente a livello linguistico, politico, giuridico.

(Simone Lanza, Roma, 20-21 settembre 2014)

Educare alla padronanza degli schermi? Sì grazie!

Il convegno Maitrise des écrans – Parigi il 30 aprile 2014 – era organizzato da insegnanti, alunni, genitori, studiosi che hanno confrontato le loro esperienze di spegnimento degli schermi sperimentate in Francia dal 2006 (175) e in Canada dal 2003 (con oltre 100). Nella presentazione si legge: “Oggi, gli schermi sono onnipresenti nella nostra vita quotidiana e dalla più tenera età: TV, console di gioco, smartphone, computer, tablet. I contenuti accessibili sono molti, variano (FaceBook, Twitter, Snapchat, Ask) e sfuggono spesso al controllo dei genitori… Senza negare le possibilità di condivisione di informazioni e conoscenze che queste nuove tecnologie offrono, si tratta di valutare anche i rischi potenziali per la salute e l’apprendimento nell’uso prolungato. Mentre il fascino degli schermi aumenta, il danno si estende; da qui la necessità di fornire alle famiglie e alle scuole un tempo di disconnessione.”schermi

L’organizzatore Jacques Brodeur, ha evidenziato i tre risultati maggiori. Aumento del tempo della conversazione in famiglia. Aumento del tempo dedicato allo sport (bicicletta soprattutto). Aumento del tempo dedicato alla lettura. Sono i risultati sul lungo periodo, quando gli alunni tornano ad accendere gli schermi con maggiore senso critico. Le stime, sorpassate dall’irruzione di smartphon, dicevano che dal 1983 al 1997 il tempo-conversazione in famiglia si fosse dimezzato passando da 1h12′ a 34′ alla settimana (USA). Questo mentre il tempo-schermo passava da 15-20 hh settimanali nel 1980 alle 40 hh settimanali (età 8-18 anni). L’American Academy of Pediatrics dà dati più accurati, ma il problema è tutto pedagogico: se la maggior parte del tempo è davanti a schermi di anziché a parlare in famiglia e giocare liberamente con i coetanei, chi sta educando?

In questi esperimenti la settimana è vissuta come una partita sportiva. Nessuno è obbligato a spegnere la TV. Sono i bambini il vero motore, i giocatori entusiasti. Molto spesso è la prima volta che hanno questa possibilità di scelta. Nella testimonianza dei genitori mi ha colpito moltissimo sentire che molte famiglie avevano proprio il desiderio che ci fosse una istituzione pubblica e dei professionisti che offrissero finalmente ai propri bambini delle alternative agli schermi. Insegnanti e istituzioni danno invece la colpa alle famiglie. Dobbiamo parlare di corresponsabilità educativa?

Gli interventi convergono sull’assunzione di responsabilità da parte degli adulti. Héloise Junier, psicologa dello sviluppo, ritiene che in età prescolare non si debbano esporre a schermi prima di 3 anni e che fino ai 10 occorra parlare di minuti. Nella sua pratica ha riscontrato due motivazioni radicate nelle famiglie: 1) lo schermo è un buon baby sitter che riduce conflitti in famiglia; 2) rende più intelligenti i bambini. Ignoranza e mancanza di tempo? Per i bambini prima di 10 anni Sabine Duflo descrive un impatto globalmente negativo a livello emozionale e intellettuale: problemi di attenzione, problemi di lettura, problemi di sonno, di aggressività, incapacità di giocare da solo/a, ridotte capacità di immaginazione. La povertà di immaginario è stata evidenziata dall’analisi dei disegni da Winterstein. Analisi disegni di Winterstein

Sabine Duflo e Héloise Junier hanno spiegato che in età prescolare è essenziale lo sviluppo di capacità manipolatorie per le quali si rende importante usare quanti più materiali e supporti diversi: è la fase della scoperta senso-motoria in cui lo sviluppo di un solo senso (quello visivo) è limitante e anche inibente perché il tipo di attenzione richiesta è diversa e minima. L’attenzione è infatti capacità che si articola in due livelli: primaria e secondaria. E’ la capacità attentiva secondaria e volontaria quella prettamente umana intorno a cui si sviluppa, tra l’altr,o la capacità di attenzione congiunta e l’empatia.

L’intervento iniziale del filosofo Bernard Stiegler è un po’ allarmista: “il massacro degli innocenti”. Ha il merito di spiegare come il desiderio venga ridotto a pulsione: gli schermi (puntati contro i bambini come armi) inibiscano lo sviluppo del desiderio deturnandolo verso oggetti virtuali. Intervengono però anche gli alunni di una scuola superiore parlando dei grandi vantaggi che gli schermi permettono loro: condivisione di sentimenti, arte, cultura, relazioni a distanza. Non sembrano affatto sconvolti dall’idea di farne a meno, le amicizie e lo sport occuperebbero quel tempo. E’ proprio su questo incrocio che può iniziare l’esperimento di sospensione per sviluppare padronanza degli schermi.

Molte altre riflessioni vanno oltre. Si chiedono come evitare una settimana di grandi consumi. La sociologa Sophie Jehel è per una regolazione pubblica e un intervento dei poteri pubblici, almeno per le pubblicità e le trasmissioni per bambini/e. Gli attori del controllo dovrebbero essere tre: le famiglie, l’autoregolazione dei canali con codici etici, il controllo pubblico. Propone inoltre un osservatorio della società civile.

I temi sono molto attuali e caldi. Come si modificano le relazioni di amicizia attraverso gli schermi? E’ possibile educare a sviluppare un senso critico nell’uso dei media? L’esperimento “una settimana senza schermi” è l’occasione per aprire questi importanti interrogativi filosofici su cui bambini e giovani hanno estremamente voglia di mettersi in gioco. Questi schermi non hanno forse il potere di immobilizzare i corpi e le parole dei bambini? Non sono forse in gioco corpi e il potere filosofico ed esistenziale della parola?

PER AVERE AGGIORNAMENTI ITALIANI SUGLI ESPERIMENTI DI SPEGNIMENTO DEGLI SCHERMI NELLE SCUOLE SEGUI WWW.GLOBILDUNG !

Giovani pionieri al Kids Marketing

Stefano Laffi si occupa da molto tempo di giovani, come ricercatore sociale e consulente. Il suo ultimo libro, La congiura contro i giovani, dice dure verità sui giovani e lo fa con parole dosate e ben scolpite. Ha il coraggio di dire che il re è nudo: il mondo in cui i giovani si trovano costretti a vivere e crescere li esclude dalla cittadinanza, al di là di tutti i  discorsi retorici. laffi

Il suo è un notevole saggio critico delle condizioni postmoderne in cui crescono le nuove generazioni. Disvela i dispositivi pedagogici di un mondo dominato dalle merci. In controtendenza rispetto alle lamentele sui giovani, sdraiati e rilassati, maleducati e colpevolizzati per ogni nuovo cattivo costume, il libro segue la traiettoria dalla nascita ai primi colloqui di lavoro per descrivere la negazione della cittadinanza ai bambini. L’ombra che li accompagnerà in questo viaggio sarà fin dai primi minuti l’ossessione adulta per la norma. La spettacolarizzazione di ogni aspetto della vita (si nasce e si è sempre famosi ma esposti) fa da sfondo a un film lento, senza sfumature, non troppo lungo e senza il gran finale. I bambini prima e i giovani dopo sono i protagonisti: le difficoltà che incontrano sono date da un mondo pieno di merci e oggetti che modificano il loro rapporto con il mondo. E’ la pedagogia del tasto play dove tutto funziona elettronicamente cambiando però anche la percezione della realtà e alterando i sensi e la mente. Da McLuhan a Roland Barthes passando per Benjamin e Pasolini e una quantità scelta e mirata (grazie a poche note) di saggi critici della società dei consumi per approdare a Margaret Mead. Il libro riprende molte questioni già enucleate nel secolo scorso, le dipana, le mette sul piatto. Ci sono molti orrori, ma sono quelli che noi adulti abbiamo preparato per il futuro dei nostri nipoti.

Se gli oggetti educano – si chiede Laffi – qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play?” Un’arancia vera e una di plastica trasmettono al bambino immagini diverse del mondo e della sua relazione con la natura e con la vita. Si “indebolisce l’idea di una mediazione riflessiva come premessa dell’agire” e si rischia di formare al delirio di onnipotenza e al cinismo.

lafficongiuraIl bambino cresce vaccinato, assicurato, protetto e infine incoronato dal mercato che “ha capito quanto vale la sua quota e come può influenzare le decisioni anche degli altri consumi famigliari”. E’ la Guilt Money, quella disponibilità a spendere ed essere vulnerabile ai capricci del bambino ed è inversamente proporzionale al tempo: meno stai con i tuoi bambini più sei disposto a spendere soldi per loro. Un meccanismo che le aziende conoscono e usano. L’unico riconoscimento che avviene fin dalla tenera età è quello di essere consumatori in grado di modificare i consumi della famiglia e degli adulti. Entrato nelle fauci della bestia, Laffi descrive benissimo obiettivi e psicologia del Kids Marketing, che, senza alcuna remora etica, ha l’obiettivo di forgiare i desideri dei bambini. Laffi osserva che se “sommi il tempo di esposizione ai messaggi e lo confronti con il tempo di dialogo in famiglia, ti rendi conto chi parla davvero ai figli.” Inoltre c’è anche la comunicazione educational che è quella che usa la scuola tramite gli insegnanti, una scuola sempre più povera e quindi disposta a fare pubblicità per avere fondi.

Per Laffi è importante comprendere che siamo di fronte non un collasso di motivazione e di fiducia dei ragazzi rispetto alle sfide che li attendono, ma alla mancanza di opportunità e di possibilità, che si manifestano nel non trovare esperienze, lavoro, soldi, casa, e, più in generale, nel non aver voce, nel non poter incidere nella realtà che li circonda. La congiura è l’esclusione programmata dalla cittadinanza, dalla possibilità di contare e di essere riconosciuti come persone.

Insomma se abbondano articoli, servizi televisivi, libri che parlano dei giovani e fanno diagnosi e prognosi, che sentenziano su come aiutarli nel loro disagio, scarseggiano invece gli approcci critici al mondo che gli adulti di oggi consegnano al futuro. Le linee di tendenza intercettate da Laffi vanno ben oltre i confini nazionali e colgono alcuni processi globali contemporanei. Un esempio su tutti è la crisi del potere e del valore della parola: siamo in un mondo in cui “gli adulti non dicono quello che pensano e non fanno quello che dicono” Un mondo quindi in cui la parola conta poco, molto poco.

Riprendendo Generazioni in conflitto di Margaret Mead, Laffi traccia anche una via d’uscita. Le grandi scoperte sono state fatte da giovani. Bisogna affidarci ai nostri pionieri, valorizzare loro come sperimentatori. Uscirne insieme mettendo loro davanti a prefigurare ciò che noi non sappiamo disegnare. In alcune aziende c’è già il reverse mentoring e in fondo nel volontariato è normale che un ragazzo insegni a un cinquantenne appena arrivato. Forse ci siamo dimenticati che le più grandi invenzioni del ‘900 sono state fatte da scienziati che avevano fra i 20 e i 30 anni. Mutare la dislocazione del futuro è l’invito agli adulti a “trasmettere la fiducia che valga la pena diventare adulti”. I giovani diventano così –  con lo sguardo sul futuro e forse un po’ forzatamente poco anche sul passato – i depositari della salvezza, i pionieri in un mondo nuovo che noi adulti, da naufraghi e immigrati, non conosciamo né padroneggiamo più.

pubblicato in Educazione Democratica, n.8, giugno 2014

Litigare fa bene

Per Daniele Novara la proposta contenuta nell’ultimo suo libro (Litigare fa bene, insegnare ai propri figli a gestire i conflitti, per crescerli più sicuri e più felici) riassume tutto il suo lavoro ormai più che ventennale. Il conflitto è il principale antidoto alla violenza (e non è all’origine): “l’educazione alla socialità passa piuttosto attraverso l’educazione al litigio: è fondamentale insegnare a stare insieme anche quando è difficile; a gestire i problemi e le prepotenze senza utilizzare la violenza; a reagire ai comportamenti vessatori trasformando la relazione e il gruppo in occasioni di apprendimento e creatività piuttosto che in ambiti di paura e conformismo.”

Lasciate che i bambini litighino fra loro! Il litigio tra bambini sviluppa le capacità di mediazione, relazione e rinuncia che saranno necessarie da adulto. Seguendo Alice Miller e la sua dura condanna delle pedagogie nere, (le pedagogie che consapevolmente o inconsapevolmente fanno rientrare la violenza tra le pratiche pedagogiche), Novara ammonisce i genitori che si fidano del loro istinto senza un lavoro su di sé. Questi genitori riprodurranno ciò che nella loro infanzia è stato loro imposto perchè senza presa di coscienza si riproducono anche i meccanismi di violenza. La spontaneità non aiuta i genitori.

Attraverso semplici spiegazioni e forse anche troppi esempi, l’autore dimostra l’efficacia del metodo maieutico “Litigare bene”. Per aiutare i figli a gestire i conflitti e per crescerli più competenti nelle relazioni interpersonali occorre lasciare litigare i bambini, non cercare il colpevole, non imporre né fornire la soluzione, ascoltare e legittimare tutti i punti di vista, favorire l’accordo creato dai bambini stessi. Per l’autore “educare vuol dire quindi aiutare a litigare bene”.

Il conflitto tra bambini rappresenta uno dei tabù pedagogici della nostra epoca. Al primo accenno di litigio infantile la maggior parte degli adulti tende a intervenire e reprimere il conflitto, nella convinzione che sia necessario imporre una rappacificazione. Invece i contrasti costituiscono una fondamentale occasione di apprendimento relazionale che, se lasciati liberi di agire, i più piccoli imparano a gestire autonomamente.litigare

I “bravi bambini” e le “brave bambine” che non litigano mai sono una finzione letteraria dei vari galatei dello scolaro e del libro Cuore. Rispondono a idee astratte degli adulti e, quando ciò accade, siamo di fronte all’interiorizzazione delle aspettative dell’adulto. Questi bambini e bambine “dotate” da grandi potrebbero non sapere fronteggiare complicazioni e conflitti.

Del resto il vissuto dei bambini è spesso diverso: “non stavamo litigando, stavamo solo giocando…”. Diverse ricerche sul campo ormai da tempo hanno dimostrato che spesso i bambini trovano velocemente da soli l’accordo o comunque la soluzione. La ricerca condotta da Novara stesso e la sua équipe ha evidenziato come nelle medesime scuole dove c’è stato una applicazione del metodo ‘litigare bene’ si siano prodotti cambiamenti. Sono state osservate le classi materne e elementari di diverse scuole prima e dopo l’uso del metodo. Sono aumentati gli accordi spontanei e le rinunce. Si è scoperto che si sono ridotti i litigi e gli interventi degli insegnanti.

Lasciare litigare liberamente presenta quindi notevoli vantaggi: i bambini si autoregolano, i maschi usano più le parole della fisicità, tutti/e imparano a confrontarsi con altri punti di vista e sviluppano l’empatia, imparano a trovare un’alternativa e a lasciare perdere se necessario, sviluppando in compenso autostima e creatività.

La distinzione tra conflitto e violenza, che anche gli adulti stessi faticano a compiere, è fondamentale anche per sapere circoscrivere il bullismo senza farne un inutile allarme sociale. Conflitto, litigio, guerra, violenza, aggressività, bullismo, prepotenza dovrebbero essere campi semantici da scandagliare.

Il libro esamina i litigi tra pari tra bambini/e di meno di 10 anni e non esamina la questione del conflitto tra generazioni. Forse non abbastanza approfondita è l’indicazione di dare regole chiare, presentata come l’alternativa alle punizioni dannose per l’autostima dei bambini. Chiarezza, realismo e condivisione delle regole. Ma siamo forse alla questione del conflitto generazionale e alla questione dell’autorità educativa. Basta che siano chiare perché siano rispettate? Assente dal libro anche l’analisi del contesto storico e sociale che sta riducendo gli spazi di reale autonomia nel gioco per i bambini. La proposta di Novara è forse fin troppo esemplificata per le famiglie e contiene invece solo spunti di riflessioni per le insegnanti (non è un caso che nel sottotitolo si parli di figli e non di scolari). Il contesto scolastico è distinto, antropologicamente e giuridicamente, da quello familiare. Pur essendo molto centrato sul metodo proposto a cui si dà persino un nome proprio ‘LITIGARE BENE’, e meno sui contesti dove esso è già applicato senza il Kit e il marchio, il libro costituisce una avanzatissima proposta pedagogica per le famiglie di oggi che rompe un grande tabù. Se molte famiglie lo leggessero e lo applicassero, il presente e il futuro sarebbero migliori.

Una scena politica – a 10 anni

“Maestra, maestra in bagno c’è una scena politica!”, con queste parole Marta, una bambina di dieci anni, ha ritenuto doveroso segnalare quello che stava succedendo. Un litigio durante l’intervallo tra un bambino e una bambina di una quinta elementare, che saggiamente la maestra aveva lasciato ricomporre alla classe (per promuovere l’autoregolazione dei conflitti), stava adesso in bagno prendendo delle pieghe che erano descrivibili come “una scena politica”. Mentre la maestra va in bagno a verificare lo stato del conflitto “degenerato in politica”, fingo di non avere capito cosa la bimba volesse dire. La mia domanda porta il chiarimento richiesto: “ma sì dai, è come fanno i politici, che urlano, urlano e non si capisce mai niente. E poi… poi si insultano e dicono solo parolacce.” Politica come assenza di conflitto, come assenza di dialogo nel dissenso. Politica come termine corsa: solo insulti.rissaparlamentare

In realtà il senso di quel segnale d’allarme era stato immediatamente chiaro per tutta la classe, compresa l’insegnante e me. E’ un sottointeso di una intera generazione? Da dove viene tanta capacità di lettura critica dei talkshow e del parlamento? Anche per me i talkshow politici siano di destra (per es. Vespa) o di sinistra (per es. Santoro) hanno un valore insopportabilmente antieducativo per le modalità con cui si svolgono, ben colte e sintetizzate dalla bambina. Un cattivo esempio  morale. Inoltre il termine “scena” denota la consapevolezza che siamo di fronte a uno spettacolo? o che siamo nella società dello spettacolo? Il carattere diseducativo dei talkshow “politici” non sta non tanto nel litigio (nella contrapposizione di per sé molto educativa), ma nell’uscire dal momento sano del conflitto. Nella degenerazione del conflitto, parlato e argomentato; nella guerra di parole, dove ci si interrompe, non si cerca di comprendere l’altro ma di zittirlo; nell’insulto fine a se stesso.

rissatvsgarbiMolti genitori si potrebbero scandalizzare e mettere in discussione il valore educativo dell’autoregolazione dei conflitti di questa bravissima maestra che aveva lasciato fino a quel momento che il conflitto esploso in classe tra due bambini, con la conseguente divisione, contrapposizione e poi mediazione dei compagni e compagne aveva quasi placato tutti gli animi  in un lungo quarto d’ora dell’intervallo. Qualcosa di “politico” l’aveva però riacceso. Il politico è il momento in cui ai bambini non sembra più possibile autoregolare i loro conflitti.

Sentire parlare male dei politici dai bambini a me non fa scattare nessun pensiero del tipo: “ma no… la politica non è solo quella che vedete in televisione… ” Questi sono i politici scelti dal popolo italiano oggi: i migliori rappresentanti di una cultura machista, gerontocratica, ignorante e senza principi etici. Questa degradazione morale ed educativa quotidiana in cui versa il nostro paese è ben situata nel punto giusto da Marta e dalle sue compagne: là dove nessuna parola è più possibile. Là dove il conflitto si capovolge in violenza: il contrasto e la divergenza si tramutano in danneggiamento intenzionale; là dove si passa dal voler risolvere il problema con pianti e urla al volere sopprimere il problema sopprimendo l’altro.

Novantacinque tesi sulla scuola

Pubblicate sul suo sito Nuovo e utile e su Internazionale 23 gennaio 2014, le 95 tesi della Annamaria Testa, sperando che siano rivoluzionarie come le 95 tesi del celebre monaco agostiniano, meritano tutte una lettura attenta. Si rivolgono a insegnanti, alunni, famiglie. La scuola è una questione pubblica. La responsabilità è collettiva. E qui ce n’è per tutti! Per noi insegnanti potrebbe essere una buona check list prima di dare i numeri… In attesa che generino una vera e propria riforma globale, ecco quelle secondo me più belle.lutero2

1. I ragazzi non devono annoiarsi a scuola: chi si annoia non impara.
2. Il contrario di “annoiarsi a scuola” non è “divertirsi”. È “essere interessati”.
4. Qualsiasi argomento può essere reso interessante. Però bisogna lavorarci.
5. Dammi un motivo convincente per interessarmi a un argomento e proverò interesse.
6. Il motivo non può essere “altrimenti prendo un brutto voto”. I brutti voti non sono la versione incruenta delle frustate.
7. I voti (forse) misurano, ma non motivano a imparare.
8. Cioè: i voti sono una discutibile motivazione esterna. La motivazione interna è più potente.
9. I finlandesi fanno a meno dei voti fino ai 13 anni e sono bravissimi a scuola.
16. “Insegnare” è anche insegnare a imparare: metacognizione è la parola magica.
17. “State attenti” è un’ingiunzione paradossale. Proprio come “sii spontaneo”.
22. I ragazzi capiscono prima e meglio se possono fare domande o discutere un tema.
25. Mandare a memoria un testo che piace non è roba da bambinetti.
26. Ehi… alcune cose – dalle tabelline all’aoristo – vanno per forza mandate a memoria. Per il resto, se uno prima non capisce, non sta studiando: appiccica.
27. Se studio solo per l’interrogazione, è ovvio che dopo dimenticherò tutto, e amen.
28. Le competenze di base sono: leggere, scrivere, far di conto. Leggere vuol dire capire quel che si legge. Oggi, due italiani su tre non ce la fanno.
45. Se lavoro poco a scuola, a casa non lavorerò per niente.
46. …e non lasciarmi tutto solo a casa con le cose più noiose da fare.
48. Stabiliamo a ogni inizio d’anno un patto coi ragazzi, anche i più piccoli: poche regole di comportamento chiare. E scritte. E facciamole rispettare.
56. Come attirare i talenti migliori verso l’insegnamento? C’è la ricetta finlandese: riconoscimento sociale ed economico.
67. La scuola non è un’azienda: questo non l’autorizza a essere dispersiva e inefficace.
89. “Premiare il merito” ed “educare tutti” sono obiettivi complementari, non contrapposti.
92. Sì, esistono anche studenti maleducati. E sì, la responsabilità è delle famiglie.

Leggi qui tutte le 95 tesi sulla scuola

Fonte: Internazionale 23 gennaio 2014

Annamaria Testa
L’autrice si occupa di creatività e comunicazione. Insegna alla Bocconi di Milano. Ha scritto La trama lucente (Rizzoli 2010). Cura il sito Nuovo e utile, teorie e pratiche della creatività.

Ecco il bravo maestro

E’ più importante il carisma o la professionalità? La preparazione o il metodo? La questione della valutazione degli insegnanti trova in tutto il mondo la resistenza degli stessi insegnanti e dei sindacati ma è un tema in cui in altri paesi si sono fatti più passi avanti. In questo articolo si descrive bene la situazione degli Stati Uniti. La povertà conta ma contano anche gli insegnanti che si incontrano. Gli insegnanti contano più dell’istituto e dei programmi. Negli Stati Uniti un programma statale (Race to the top) e diverse Organizzazioni non governative (Teach for America, New teacher Project, …) cercano di capire quali sono gli indicatori che permettono di individuare i bravi insegnanti. Studiandoli, intervistandoli, esaminando anche i risultati degli alunni (in entrata e in uscita); risultati, che benché non possano essere l’unico indicatore, ne costituiscono un pezzo importante. Teach for America ha scoperto che i bravi insegnanti fissano obiettivi alti per i lTeach-For-America-New-Jobs-2oro studenti. Cercano continuamente di migliorare il loro metodo. Coinvolgono studenti e famiglie nel metodo di insegnamento. Programmano con obiettivi precisi e a ritroso dall’obiettivo che vogliono raggiungere. Soprattutto sembrano instancabili e non si arrendono mai alla burocrazia e alla mancanza di fondi. Controllano che i bambini e le bambine stiano seguendo e comprendendo. Fanno lavorare in gruppo e fanno in modo che gli alunni che capiscono spieghino agli altri. Usano tecniche di linguaggio non verbale, come cartelli e segni. Fin qui però non c’è ancor nulla per capire le eccellenze. In realtà uno dei criteri decisivi che discrimina il bravo maestro è l’apprendimento continuo e la riflessione continua sul metodo. Questo ha portato ad osservare i docenti migliori tra quelli che stavano sempre rifinendo e cambiando il metodo di lavoro. Infine anche la grinta, un miscuglio di tenacia e passione per gli obiettivi a lungo termine, e la soddisfazione, come qualità che permette di comunicare zelo e passione, sono segnalati come criteri decisivi. Seguendo le indicazioni di Farr, autore di Teaching as Leadership, sarebdonmilanibe l’attitudine alla leadership, cioè l’aver gestito qualcosa che ha prodotto risultati tangibili, uno degli strumenti migliori di misurazione. Insomma la povertà influisce sull’apprendimento ma se si incontrano maestri in gamba la vita può prendere un altro destino. Anche se alcune proposte che emergono dall’articolo possono fare sorridere gli insegnanti europei, la questione della valutazione degli insegnanti, rimane un tabù da iniziare a mettere in discussione.

Leggi l’articolo intero

Amanda Ripley, “What makes a great teacher”, the Atlantic, gennaio 2010; trad. it “Ecco il bravo maestro”, Internazionale, 12/18 febbraio 2010

Non c’è più tempo per il gioco libero

Oggi i bambini e le bambine non hanno più tempo per giocare tra di loro. tempo per esplorare, tempo per annoiarsi, tempo per inventarsi giochi, tempo per mettersi nei guai e tempo per tirarsene fuori da soli. tempo per stare con coetanei senza adulti. La vita a scuola e nel tempo libero è gestita e organizzata dagli adulti. Solo giocando possono acquisire le abilità sociali che gli serviranno da grandi: ascoltare gli altri, essere creativi, gestire le emozioni e affrontare i pericoli. streetgamesL’autore descrive il declino del tempo libero che bambini e bambine hanno a disposizione negli ultimi 40 anni collegandolo con altre salienze delle metamorfosi dell’infanzia: la diminuzione dell’empatia, l’aumento del narcisismo, la diminuzione della creatività e dell’elaborazione creativa. Importanti abilità del vivere insieme, che tutti i grandi mammiferi sviluppano tramite il gioco libero sono in pericolo: in particolare il gioco libero in gruppo permette lo sviluppo di capacità relazionali, capacità di contrattare e mediare, capacità di gestire emergenze e pericoli. Sport organizzati da adulti e tempo libero sottratto al gioco libero hanno, come in un esperimento fatto con ratti e scimmie, stanno provocando blocchi emotivi, chiusura, paura e aggressività. La privazione del gioco sarebbe persino la causa di ansia, depressione e della crescita di bambini e bambine più svantaggiate.

leggi l’intero articolo: Lasciateli giocare

Peter Gray, psicologo e ricercatore del Boston College, dalle pagine del magazine Aeon ha scritto “The Play deficit, Aeon, 18/9/2013; trad. it. “Lasciateli giocare”, Internazionale, 20-26/12/2013; dello stesso autore Free to learn, 2013.

Qualcuno lo chiama porco, io lo chiamo signore

Un poliziotto tiene in braccio un bambino e pratica la respirazione bocca a bocca. E’ una campagna in difesa della polizia o una esplicita allusione alle inclinazioni pedofile delle forze dell’ordine?

Qualcuno lo chiama maiale

[da Stefano Benzoni, L’infanzia non è un gioco. Paradossi e ipocrisie dei genitori di oggi, Roma-Bari, Laterza, 2013]