L’ingiustizia del voto a scuola

A scuola ogni anno si ripete il triste rituale dei voti, un rito che per poco tempo permette al corpo docente di esercitare l’autorità spesso perduta in tutti gli altri giorni di scuola. Per i bambini e le bambine più piccole – chi è in prima o seconda elementare, ma troppo spesso anche dopo – il rituale ottiene quello che spesso i riti di passaggio si prefiggono: il trauma.Continua a leggere “L’ingiustizia del voto a scuola”

Quando sarai grande (tornerai a casa sol*)

Perchè i bambini fino a 14 anni devono tornare a casa da scuola con degli adulti? Chiara Saraceno oggi su Repubblica ci dà ragionevoli idee sul perché non sia opportuno. Vorrei però chiedermi come sia possibile che oggi sia potuto venire in mente il contrario (vietare la libera scelta alle famiglie). Forse educare all’autonomia non è più tra le priorità?Continua a leggere “Quando sarai grande (tornerai a casa sol*)”

Storie di un’altra scuola possibile

L’estate che verrà – storie di un’altra scuola possibile, film-documentario di Claudia Cipriani.*

È un viaggio per le scuole italiane in tre tappe: tre ordini di scuola in tre diversi contesti. Tre età, tre paesaggi, tre stagioni. I riflessi delle luci sui navigli milanesi che si contemplano con lo sguardo ammaliato e inquieto dei bambini. Le solitarie nebbie padane in cui ci si rifugia e ci si cerca da adolescenti. L’assolato uliveto salernitano in cui si ride e discute a diciott’anni. È un film di insegnanti e di studenti di tre scuole in cui si ha voglia di costruire comunità educative altre. Altre rispetto a quelle volute dalle riformette della scuola che sono concepite lontane dai corridoi e dalle aule, prestando soprattutto attenzione a far tornare i conti e a guadagnarsi qualche consenso rispolverando vecchi simboli dell’autorità. Com’è possibile che tutte le riforme ignorino che i bambini imparano facendo e toccando, osservando e manipolando, si chiede incredula un’insegnante. Com’è possibile? annocheverr1

Le scuole del film non sono e non vogliono essere eccezionali: ce ne sono molte, ancor più di quante probabilmente ci si immagini, ma faticano a far sistema, stentano a imporsi come modelli per discutere il futuro della scuola pubblica in Italia. Come si costruisce un rapporto di fiducia? Come si coinvolge? Come si trasmettono i saperi? Come si valuta? Le domande che ci si pone tutti i giorni nelle scuole. Il film di Claudia Cipriani racconta di competenze diffuse e di lavori sotterranei.

annocheverr3È un film politico perché offre materiali per pensare la scuola oggi a partire da, come si dice, buone pratiche. E lo fa riprendendo con una telecamera che non si nasconde ma diventa parte della scena raccontata, lo fa cogliendo con affetto frammenti di esperienze di bambini e ragazzi che nelle scuole passano crescendo (o crescono passando) e di chi, in quelle scuole, ci resta con passione tutta la propria vita.annocheverra2

* di Andrea Lanza


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Fuori dalla propria cella

Tre cose che avete imparato in carcere: con una certa temerarietà e accettando di essere banale, questo è stato uno dei primi temi di scrittura che ho dato al reparto maschile. Piccole reazioni di stupore negli occhi e nei visi: forse si aspettavano un inizio più fantasioso. Come dar loro torto? Continua a leggere “Fuori dalla propria cella”

Psicologi a scuola (per aiutare gli insegnanti)

° di Marco Vinicio Masoni

I ragazzi nati e formati in questi ultimi trenta anni chiedono qualcosa di inaudito rispetto al passato. Sapete che oggi scorre nei discorsi comuni una parola, che, diffusissima, sembra non abbia avuto storia, sembra che ci sia sempre stata, ma la parola è giovane: “Motivazione”. Solo trenta anni fa era termine utilizzato raramente. Se ne sentiva parlare pochissimo nelle scuole. I ragazzi di oggi vogliono essere motivati. La gerarchia non è più o è sempre meno visibile, il ruolo non ci protegge più, non basta dire in classe “sono l’insegnante quindi mi dovete ascoltare” (espressione efficace decenni fa), perché gli studenti sembra rispondano (lo fanno anche col silenzio), “fatti ascoltare, fai in modo che sia interessante ascoltarti…” Questa, è la motivazione. Far che la ragazza e il ragazzo davanti a te in classe ti dicano: professore, ci insegni. E’ un mondo nuovo per la scuola, una grande sfida. La relazione motivante è oggi il nuovo grande compito.Continua a leggere “Psicologi a scuola (per aiutare gli insegnanti)”

Nelle scuole felici si ascolta

Sclavi e Giornelli ci invitano a pensare all’ascolto attivo come a una dimensione importante che si distingue dall’ascolto normale perché presuppone una relazione e la volontà di stare in relazione, di riconoscere che la persona che abbiamo di fronte ha le sue ragioni ed è intelligente. giornelliVisoE’ importante pensare che il conflitto sia inevitabile perché Continua a leggere “Nelle scuole felici si ascolta”

Nella scuola felice si può…

Ma esistono le scuole felici? Si possono provare a costruire? Quali sono gli ingredienti? Una scuola elementare senza zaino, senza voti, senza libri e senza fotocopie dove ciascun bambino e ciascuna bambina può scegliere ogni giorno cosa imparare è una bella idea per il futuro? Come si possono provare a costruire? Quali sono gli ingredienti? Una scuola senza zaini, senza libri di testo, senza fotocopie e senza voti può essere una proposta positiva?Continua a leggere “Nella scuola felice si può…”

La follia delle telecamere in nidi e materne

Inquietante la decisione della Camera dei Deputati che approva una Legge che impone ai Nidi e alle Scuole Materne le telecamere di sorveglianza per registrare gli eventuali abusi degli insegnanti sui bambini.Continua a leggere “La follia delle telecamere in nidi e materne”

Socrate in classe

di MIRELLA NAPODANO *

La speciale attenzione che la cultura contemporanea riserva al piccolo dell’uomo è una ventata di entusiasmo, tale da spazzare le vischiosità del mondo patriarcale, avvezzo da tempo immemorabile ad un concetto patrimoniale della prole. La cultura della contemporaneità ha svelato lo straordinario mondo sommerso dell’infanzia: prodigiose disposizioni all’apprendimento e insospettati potenziali di educabilità abitano la mente infantile, uniti a strumenti di conoscenza e di ricerca che gli adulti presto dimenticano di poter usare. Le potenzialità dell’universo bambino penetrano agevolmente le profondità delle nostre convinzioni, decifrano infallibilmente le nostre opzioni valoriali e concorrono a svelare – a dispetto delle bugie che pure siamo disposti a raccontare – la nudità metafisica dei nostri sentimenti più autentici.

I bambini sono dotati di un fiuto infallibile e di un’irriducibile determinazione a riguardo delle domande radicali dell’esistenza umana, perciò sono spontaneamente filosofi, in virtù di un pensiero filosofico non formale e convenzionale, ma spontaneo ed originario, diretto a rintracciare il significato dell’esistenza quotidiana, come possono confermare innumerevoli testimonianze di genitori e docenti per semplice constatazione diretta e partecipata. In effetti, i bambini sembrano venire al mondo con la speranza di non dover abitare invano questa terra e nutrono una profonda, atavica fiducia nella complicità del cielo a tale riguardo. Il bene e il male, il senso della vita, il bisogno di protezione, lo stupore e il rispetto costituiscono l’incantevole complessità della gestazione culturale (mentale, affettiva, sociale) del figlio, sogni compresi. Sono gli stessi punti sui quali gli adulti, culturalmente aggiornatissimi, politicamente correttissimi e scientificamente rigorosissimi, balbettano farfugliano inciampano o, peggio, restano prudentemente in silenzio.Socrateinclasse

Come molti altri educatori della mia generazione, ho avuto la fortuna di imbattermi nel mondo infantile delle remote contrade rurali ma anche in quello – non meno fascinante – dei sobborghi urbani in piena era consumistica. Mi considero perciò una testimone privilegiata dell’ingegno infantile, di quell’intelligenza esistenziale che si esplica ancora oggi con indicibile grazia nei condomini delle città distratte e decadenti, pur nello stordimento dei miti dell’effimero.

Dei miei primi alunni delle contrade di Ariano irpino, eredi di inequivocabili fattezze longobarde, ricordo ancora i colori: biondi i capelli, ceruleo lo sguardo aperto su un mondo di colline brulle aridi ostili, che a mio padre ricordavano il profilo dei monti dell’Africa Settentrionale dove era stato soldato; ma i loro sorrisi, da me immortalati in poche foto in bianco e nero sviluppate in casa, erano autentici squarci di azzurro. Ricordo ancora l’emozione provata nel vederli per la prima volta decifrare con successo una frase sul libro di lettura: ero sempre ossessionata dall’idea di non fare in tempo ad insegnare a tutti a leggere speditamente prima dell’arrivo dell’estate, ben sapendo che l’afa bruciante dei meriggi estivi trascorsi nei campi avrebbe presto spazzato via le acquisizioni rimaste precarie.Barbiana2

Molti anni dopo ho ritrovato il viso di una di quelle bambine tra le mamme degli alunni dello stesso plesso, in una caotica assemblea di genitori impegnati (o rassegnati?) a discutere più o meno degli stessi problemi di allora. Mi sono sorpresa nel ricordare ancora esattamente il suo nome: il volto quasi inalterato, la corporatura alta, robusta – da contadina – ma il sorriso non era più quello di allora. Anche lei stentava a riconoscermi nei panni di Dirigente scolastica.

E che dire dell’infanzia negata di Lorenzo, alunno di seconda elementare – insolitamente claudicante in una mattina d’inverno – il cui terreo pallore mi insospettì fino al punto da scomodare il medico scolastico. Questi diagnosticò una lussazione dell’anca dovuta alla caduta da un albero, tenuta nascosta dal piccolo per timore delle botte della nonna, cui era stato affidato dai genitori emigrati in Svizzera in cerca di fortuna. Il dolore all’articolazione non gli aveva impedito di compiere a piedi, come d’abitudine, il tragitto di oltre tre chilometri che separava la scuola dall’umido tugurio dove abitava.

Ma ecco che altre facce di alunni ammiccano eccitate dietro un siparietto di stoffa rimediata al mercato e adattata non senza difficoltà al palcoscenico di legno, a sua volta allestito da genitori carpentieri (la manodopera ha sempre inciso molto sulle magre finanze scolastiche). Durante le concitate prove spettava a me la sedia del regista; gli inviti delle recite scolastiche erano intestati con molto sussiego: ‘Collettivo teatrale di Valle’…

Di tanti altri bambini ho conosciuto solo nomi e patologie, sommariamente descritte nelle diagnosi funzionali depositate presso il Gruppo di lavoro per l’integrazione scolastica. Le storie vere, amare, fatte di vane promesse ingiustizie delusioni e piccoli grandi progressi me le raccontavano a turno, ciascuno dal suo punto di vista, genitori ed insegnanti. Un universo dolente, fatto di luci ed ombre: una faticosa quotidianità impegnata a dipingere di colori più vivi creature solo apparentemente scolorite, la cui presenza nelle classi è desinata a far risaltare la diversità, accrescendo di sfumature variopinte lo scenario scolastico.

In qualcuno, come Antonio, erano immediatamente riconoscibili i segni dell’emarginazione sociale: pallido ed emaciato, portava i capelli annodati a codino in prima elementare; era l’ultimo dei molti figli di una famiglia disastrata, dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti e ad altri mestieri altrettanto illeciti, mentre il capofamiglia scontava con la reclusione una pena passata in giudicato. Antonio era bello: qualcosa di fiero, di indomito, attraversava il suo sguardo quando mi diceva che da grande voleva fare il camionista. Tuttavia non riusciva ad imparare a leggere; quando lo vidi pensai alla scuola di Barbiana e a quanto debba essere faticosa la conquista della parola da parte dei poveri… Mi riferì che aveva finanche smarrito il libro di testo nella sua caotica abitazione, caratterizzata da varie forme di promiscuità. I suoi progressi furono lenti – inficiati dalla demotivazione – fin quando non realizzò che per conseguire la patente di guida bisogna rispondere a dei test scritti. Fu allora che Antonio riuscì a far appello al suo residuo di autostima, proiettando il suo incerto Sé nella gratificante visione di un futuro da camionista e imparò finalmente a decifrare quegli strani segni di inchiostro cui la nostra cultura attribuisce tanta importanza.

Una delle cose più belle che abbia mai ascoltato è il silenzio assorto e partecipe di circa duecento alunni riuniti nel Centro Sociale per il rituale appuntamento dei Martedì dell’ascolto. Le domande dei ragazzi interpellavano spudoratamente amministratori, tutori dell’ordine, esperti, testimoni del passato. Quel due giugno del 1996, alla manifestazione celebrativa dei cinquant’anni della Repubblica, di fronte ai ragazzi col berrettino tricolore c’erano anche i marinai in congedo: arzilli vecchietti impettiti nelle loro insegne militari – con molte medaglie appuntate sulle impeccabili divise da cerimonia – insieme a rappresentanti della Resistenza e reduci di guerra. Le loro storie riempirono per un po’ il silenzio della sala; uno di loro terminò il racconto della sua prigionia esclamando “Viva l’Italia”. Ci fu un breve applauso. Un attimo dopo – come per incanto – quell’esclamazione veniva ripresa dall’omonima canzone di Francesco De Gregori, prevista proprio a quel punto nella scaletta musicale, senza che qualcuno avesse potuto o voluto programmarlo con una tale precisione.

Erano ancora mani di bambini quelle che mi conducevano – in un giorno d’agosto – a constatare i danni prodotti da alcuni balordi nei locali della scuola: pareti imbrattate con la vernice acquistata per i lavoretti, disordine di carte stracciate, volgari resti di un bivacco. Allora mi sentii addirittura confortata nel vedere che i ragazzini erano quasi più sgomenti di me: i loro sguardi umidi incrociavano il mio con un Perché? senza risposta.mirella-napodano.jpg

La relazione educativa deve poter stimolare nei ragazzi la crescita di una struttura in grado di reggere il peso dell’esistenza, rafforzando l’identità personale, inducendo a riflettere su di sé e sui valori della vita, per far fronte alle scelte morali in piena consapevolezza ed assunzione di responsabilità. L’insegnante è chiamato sempre più a diventare un consigliere, un partner della conversazione: qualcuno che aiuta ad argomentare piuttosto che porgere una verità bella e fatta. E’ questo il motivo che pervicacemente ci spinge a continuare la riflessione sull’opportunità di fare filosofia con i ragazzi, queste creature variopinte che più e meglio di noi sanno ribellarsi, senza cedere alla rassegnazione, impegnandosi – per quanto possono – nella rivolta contro l’involuzione e l’insignificanza delle istituzioni.


* Premessa autobiografica di Socrate in classe, Le buone pratiche della filosofia dialogica nella scuola, Perugia: Moralcchi, 2008; il libro si pone in ideale continuità del precedente testo Creature variopinte, che è attualmente in fase di allestimento per un’edizione completamente rinnovata del testo, dal titolo: Un mondo di creature variopinte, che presumibilmente sarà in distribuzione nel mese di settembre 2016. In esso infatti vengono descritte in maniera particolareggiata le modalità di espletamento dei laboratori di filosofia dialogica, la metodologia adottata nel laboratorio sperimentale dal’autrice che ringraziamo insieme all’editore.

ASCOLTA LE INTERVISTE A MIRELLA NAPODANO

parte prima

parte seconda

Dieci giorni senza schermi, ecco il racconto

Un libro sotto forma di romanzo che racconta il travolgente esperimento di una scuola in cui gli alunni decidono di fare a meno degli schermi per 10 giorni per essere più consapevoli il resto della vita del potere delle nuove tecnologie. In questo blog abbiamo già ampiamente parlato della rete che sta promuovendo l’esperimento di 10 giorni senza schermo in centinaia di scuole nel mondo. Pubblichiamo la prima recensione in italiano del libro appena uscito da Einaudi-Ragazzi: Dieci giorni senza schermi? che sfida! E’ la traduzione di una recensione pubblicata su Figaro Littéraire*.

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Valutare senza voti

Valutare senza voti alle scuole elementari è possibile e anche legale, basta volerlo. Ne abbiamo parlato in questa intervista con il maestro Davide Tamagnini che lo fa normalmente, ha scritto un articolo in proposito ed è intervenuto al seminario SI PUÒ FARE? Laboratorio di ricerca sulla valutazione dal SAC e la rivista Gli Asini.
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Metacognizione: babbuini meglio di bambine/i?

Se i babbuini si divertono con ragionamenti analogici e sono capaci di metacognizione perché a scuola bisogna iniziare solo tardi? Nel centro di primatologia di Rousset, ad Aixen-Provence, i babbuini possono accedere a loro piacimento ad alcuni test cognitivi collocati vicino al loro recinto. Ogni scimmia esegue fino a un migliaio di test ogni giorno. Aumentando via via la difficoltà dei compiti, si scopre che i babbuini sono in grado di usare capacità cognitive elaborate, finora considerate appannaggio esclusivo degli esseri umani, tra cui la metacognizione.(Leggi qui la scheda di Le Scienze, febbraio 2016 metacognizione nei babbuini)Continua a leggere “Metacognizione: babbuini meglio di bambine/i?”

Fantastiche tecnologie moderne … per servire i bambini o per asservirli?

di Jacques Brodeur

Al convegno tenutosi a Parigi 30 aprile 2014, (1) i ricercatori intervenuti hanno analizzato alcuni degli effetti negativi del tempo di esposizione agli schermi per i bambini e adolescenti. In gergo militare, si sarebbe chiamato danno collaterale del bombardamento catodico-digitale. I capi di industrie che utilizzano gli schermi per catturare l’attenzione dei bambini sono ben consapevoli dei danni, ma come i venditori di sigarette di 50 anni fa, negano i fatti e rifiutano di riconoscere la paternità; utilizzano poi le informazioni pubbliche per diffondere l’idea che le accuse provengono da parte di gruppi che sostengono la censura. Essi stanno lottando per dare la colpa agli adulti che lasciano i loro figli davanti alla TV. Fanno di tutto per affascinare i bambini e, quando ci riescono, la colpa è della mamma e del papà.


COMPRENDERE LA REALTA’ PER FRONTEGGIARLA

Per i genitori, la missione è quella di ridurre il rischio, per neutralizzare l’influenza di schermi sulla loro prole e, per quanto possibile, renderli immuni. Missione impossibile, o quasi. Per lo stato, la sfida è quella di prevedere i costi sociali e per riparare i danni, offrendo campi o cliniche di riabilitazione, come avviene negli Stati Uniti, Giappone, Cina, Corea del Sud e il Canada. Tra le misure più comuni si trovano sensi comuni di ogni tipo: non importa, il mio bambino è abbastanza intelligente per gestire il suo consumo di schermo, ci si si arrabbia per nulla, lo lascio fare e vedremo in seguito, ogni generazione ha preoccupato la precedente, non si può fermare il progresso, lo fanno tutti, etc.
Le famiglie sono alla ricerca di un progetto di gioco serio, preparato con cura, equilibrato, con buoni ingredienti, concordato, con esperienza focalizzata sulla condivisione intergenerazionale dei saperi, della volontà e del potere. Ma di quale potere stiamo parlando? Di quello di educare criticamente ai media con favorendo il padroneggiamento degli schermi, senza farsi asservire dagli schermi.

La conferenza di 30 aprile 2014 ha dimostrato che un tale progetto esiste, e che questo progetto è stato costruito pazientemente nel corso degli anni, attraverso tentativi ed errori, trasferimento delle competenze (2) e testimonianze di decine di migliaia bambini, genitori e insegnanti.

DANNI COLLATERALI CONOSCIUTILA VOCE ALLE ESPERTE

In Canada, la Canadian Paediatric Society riconosce che “l’esposizione prolungata agli schermi provoca vari problemi di salute come l’aumento del rischio di fumare, l’alcol e altre sostanze, comportamenti e atteggiamenti aggressivi, cattiva alimentazione e peso in eccesso. A questa lista, altri studi aggiungono, l’ossessione per l’aspetto, la rapida adozione di comportamenti sessuali a rischio e iper-sessualizzazione. Infine, ora sappiamo che il tempo-schermo può anche influenzare l’apprendimento scolastico, tra cui la lettura, primo fattore di successo formativo”. (3)

La sfida è quindi quella di mettere gli schermi al loro posto e l’unico posto che meritano è quella di sevitori, adottando lo stesso atteggiamento verso il consumo di cibo e medicinali di cui si scoprono gli effetti collaterali.

Il 30 aprile a Parigi, due psicologhe e una sociologa hanno condiviso con il pubblico i risultati che regolarmente rilevano durante le loro consulenze professionali e i consigli che forniscono ai genitori sull’esposizione dei loro figli agli schermi. (4)

Eloisa Junier è una psicologa dello sviluppo dei neonati. Lei è irremovibile “nessuno schermo prima dei tre anni!” Secondo lei, dalla nascita, “il mondo di bambini è invaso da tutti i tipi di schermi: televisivi, tablet, telefoni cellulari, computer …” si rammarica che il contatto con lo schermo sia sempre più precoce, sempre più frequente e sempre più esteso. “Non è raro per i bambini sotto i due anni trascorrere 1, 2, 3 ore davanti allo schermo ogni giorno.” L’uso intensivo può influenzare il loro sviluppo e il loro comportamento quotidiano. Ha trovato “vari sintomi quali agitazione, irritabilità, disturbi del sonno.” La psicologa propone quindi una sfida per i genitori: “interrompere tutte visioni di schermi dalla vita del bambino per un mese intero,” e far loro decidere se prolungare l’esperienza nel caso lo trovino interessante. Si lamenta che” le famiglie non sono molto consapevoli dei rischi di questi giocattoli digitali.” E si rammarica che” il loro utilizzo si rivela a volte apprezzato.”
Al presunto stimolo dell’intelligenza dei bambini da parte degli schermi, Heloise Junier risponde che si tratta di “luoghi comuni da parte di imprenditori di marketing e
sedicenti esperti”. Secondo la psicologa, l’argomento fraudolento è utilizzato per stimolare le vendite in un mondo in cui, “la corsa per l’elitarismo infuria dalla culla.” Consiglia ai genitori di non affidare i loro bambini a schermi babysitter, anche quando si sentono sopraffatti o hanno molte altre preoccupazioni. L’oratrice ha chiesto “un approccio di prevenzione che parta culla.”sedia-schermo4

Sabine Duflo è una psicologa clinico presso il Centre Médico Psychologique di Noisy-le-Grand. Nel suo intervento del 30 aprile si è concentrata sull’uso di schermi con figli fino all’età di 11 anni preoccpandosi di come che gli schermi stiano invadendo l’universo famigliare e sociale. Gli schermi stanno fornendo modelli di riferimento di identità e di comportamento ”che il bambino riprodurrà tanto più facilmente se vi sarà stato esposto ripetutamente.” Secondo la psicologa “gli schermi influenzano in modo particolare la capacità di attenzione bambino, la possibilità di iniziare la lettura, la capacità di regolare le emozioni, le modalità di relazioni con gli altri, e in ultima analisi, la sua rappresentazione del mondo. ” La psicologa prescrive che il tempo passato davanti agli schermi sia regolato dai genitori. Si è riscontrato che tale prescrizione comporta ”effetti veloci e molto positivi anche in aree relazionali e comportamentali che potrebbero sembrare a prima vista molto distanti dallo schermo.”

Ha sviluppato una piccola regola che chiama le regola dei 4 passi: non guardare gli schermi del mattino in quanto questo è il momento in cui l’attenzione è più forte; non guardarli durante i pasti della famiglia perché nuoce agli scambi; non prima di dormire, perché il bambino si stanca e il sonno ne viene disturbato; non nella stanza del bambino. Ha aggiunto: ”Penso che se vogliamo che la prossima generazione sappia padroneggiare gli schermi, e non ne divenga dipendente, paradossalmente si deve ridurre al minimo la loro presenza nella vita del bambino, al fine di consentirgli di acquisire una capacità critica per la sua umanità: la capacità di pensare da solo.”

Sophie Jehel è di formazione sociologa ed è maitre de conference in scienze dell’informazione all’università di Parigi-8. (5) In particolare, ha condotto un sondaggio su oltre un migliaio di ragazzi e i loro genitori, ponendo una questione di grande attualità in Europa e in America: “chi educa i preadolescenti i genitori o i media? (6)

Secondo lei le famiglie richiedono un’azione specifica da parte dei responsabili politici: ”Nelle nostre società moderne, dice, i contenuti multimediali sono anche culturali e forgiano i valori della società.” Costata che “i legami che i bambini intrecciano con le società dei media sono parte delle relazioni sociali e culturali. ” I genitori giocano un ruolo centrale e il loro rifiuto (o la loro incapacità) di svolgere questo ruolo ha un prezzo. Per illustrare l’utilità delle politiche pubbliche e il loro ruolo, l’oratrice ha aggiunto: ”se esistono importanti strumenti di regolamentazione pubblica (classificazione di giochi, di segnaletica per la televisione) i genitori potrebbero entrarne in possesso per guidare il consumo dei bambini, contribuendo a ridurre l’esposizione ai contenuti a rischio.” Sophie Jehel si rammarica per ”l’inadeguatezza di questi regolamenti e la loro totale assenza su Internet.


Si possono ascoltare le conferenze di
Sabine Duflo, Héloïse Junier et Sophie Jehel.


ASCOLTA L’INTERVISTA A JACQUES BRODEUR

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NOTE E LINK PER APPROFONDIRE

(1) Colloque tenu à Paris le 30 avril 2014.
http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-accueil.php
(2) Expertise entourant le Défi sans écrans. http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-expe.php
(3) Société canadienne de pédiatrie.
http://www.tv5.org/cms/chaine-francophone/info/Les-dossiers-de-la-redaction/ACTA/p-28653–Digital-detox-faut-il-se-soigner-de-l-overdose-d-ecrans-.htm
(4) Conférenciers du 30 avril. http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-conf.php
(5) Sophie Jehel, Université Paris-8, Notes biographiques.
(6) « Qui éduque les préadolescents, les parents ou les médias ? »

Sortirne tutti insie­me è la politica

Cara signora,

lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.

Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che «respingete».

Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.Continua a leggere “Sortirne tutti insie­me è la politica”

Autonomia scolastica e mercificazione

Da oltre 30 anni dietro le riforme della scuola si nascondono in tutto il globo tendenze simili con tre scopi: creare un mercato mondiale dell’istruzione, mercificare l’istruzione e far emergere i mercati delle tecnologie informatiche. Nico Hirtt ha già descritto brevemente la creazione del mercato mondiale dell’istruzione (leggi post precedente), ma la scuola al servizio del mercato è aspetto da distinguere dalle privatizzazioni: è il motivo per cui oggi non si parla più di democrazia ed equità di accesso all’istruzione ma si parla di efficienza dei sistemi di istruzione.Continua a leggere “Autonomia scolastica e mercificazione”

Autonomia scolastica e privatizzazioni

La riforma della scuola proposta dal governo italiano non è che un piccolo tassello di un trend globale, che dietro le parole di riforma, autonomia, competenze, decentralizzazione, professionalità docenti e accountability, nasconde dei piani precisi anche se contraddittori. La scuola è dei privati, delle famiglie. Piani riformisti solo per i benefici portati alle aristocrazie finanziarie del globo. Continua a leggere “Autonomia scolastica e privatizzazioni”

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)

Con la seconda parte dello scritto di Franco Lorenzoni, che ringrazio per il contributo offerto a GloBildung, continuano le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica.

Scava più il lombrico reale o quello virtuale?

Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)”

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)

Continuiamo le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica con uno scritto di Franco Lorenzoni in due parti, ecco la prima.

Elias Canetti, in quello splendido romanzo sulla percezione infantile del mondo che è La lingua salvata, racconta di essere grato a sua madre per il senso di vastità che gli ha saputo donare. Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)”

Le tante anime di Giove

Dall’Indice della Scuola ecco l’anticipazione online della recensione di Vincenzo Viola del libro di Franco Lorenzoni, I bambini pensano grande, cronaca di Una avventura Pedagogica.La filosofia è nascosta e noi la dobbiamo trovare. Noi, nel fare questo spettacolo, l’abbiamo trovata”. Continua a leggere “Le tante anime di Giove”

Linguaggio inclusivo per educare al genere

L’incontro con l’educazione al genere è per me iniziato oltre 20 anni fa al centro ecumenico di agape. Si trattò e si è sempre trattato di uno scontro, di un conflitto, scaturito dalla tematizzazione perenne del linguaggio non sessista o linguaggio inclusivo. Inizialmente mi sembrava assurdo voler cambiare la grammatica italiana. linguaggioInclusivoCuntalaAdesso guardandomi indietro con più esperienza del giovane maschio animatore ventenne che dal linguaggio italiano non si sentiva affatto escluso, né ne percepiva i caratteri sessisti, posso dire che non mi sembra possibile una educazione alle differenze che non parta dalla differenza di genere. Non vedo approccio educativo al genere che non possa fare a meno dello scontro e del conflitto che genera l’uso del linguaggio inclusivo. Nella mia esperienza quando è mancato l’uso del linguaggio inclusivo non mi sono mai sentito già oltre ma sempre prima. Chi lo considera pura formalità ne misconosce la sostanzialità. Per questo provo disagio quando le mie colleghe non lo usano, quando la mia dirigente firma con il maschile, quando anche in questo incontro ci sono donne che si autodefiniscono “formatore”. sessimolinguaitaliana

Il linguaggio di genere è dirompente nella scuola perché agisce in 4 direzioni: – sul piano giuridico dei documenti scolastici (POF e modulistica amministrativa interna in primis); – sul piano della formazione insegnanti; – sul piano della relazione pedagogica con le bambine e i bambini; – infine indirettamente sulle famiglie italiane.

Sul piano educativo ci sono due direzioni: – la prima è quella di ripristinare sempre la grammatica classica che nel parlato tende a scomparire per alcune semplificazioni che vedono schiacciare l’uso del pronome indiretto “le” sul maschile “gli” o l’accordo del participio passato quando necessario: – bravebambinela seconda più interessante è quella propria del linguaggio non sessista e quindi della eliminazione del maschile-neutro e di tutte le altre discriminazioni (che non a caso iniziano dai sostantivi che indicano lavori che sono diminutivi e/o vezzeggiativi) etc… fino ad arrivare all’uso provocatorio del solo femminile plurale per indicare anche i maschi.

Mi auguro che su questo ci siano gruppi di auto-formazione, che sappiano condividere difficoltà e risorse dell’uso di questo linguaggio e che la rete collochi l’uso del linguaggio inclusivo (termine che preferirei a sessuato o non-sessista) e sappia fornire tutti gli elementi per una formazione permanente a livello linguistico, politico, giuridico.

(Simone Lanza, Roma, 20-21 settembre 2014)

Novantacinque tesi sulla scuola

Pubblicate sul suo sito Nuovo e utile e su Internazionale 23 gennaio 2014, le 95 tesi della Annamaria Testa, sperando che siano rivoluzionarie come le 95 tesi del celebre monaco agostiniano, meritano tutte una lettura attenta. Si rivolgono a insegnanti, alunni, famiglie. La scuola è una questione pubblica. La responsabilità è collettiva. E qui ce n’è per tutti! Per noi insegnanti potrebbe essere una buona check list prima di dare i numeri… In attesa che generino una vera e propria riforma globale, ecco quelle secondo me più belle.lutero2

1. I ragazzi non devono annoiarsi a scuola: chi si annoia non impara.
2. Il contrario di “annoiarsi a scuola” non è “divertirsi”. È “essere interessati”.
4. Qualsiasi argomento può essere reso interessante. Però bisogna lavorarci.
5. Dammi un motivo convincente per interessarmi a un argomento e proverò interesse.
6. Il motivo non può essere “altrimenti prendo un brutto voto”. I brutti voti non sono la versione incruenta delle frustate.
7. I voti (forse) misurano, ma non motivano a imparare.
8. Cioè: i voti sono una discutibile motivazione esterna. La motivazione interna è più potente.
9. I finlandesi fanno a meno dei voti fino ai 13 anni e sono bravissimi a scuola.
16. “Insegnare” è anche insegnare a imparare: metacognizione è la parola magica.
17. “State attenti” è un’ingiunzione paradossale. Proprio come “sii spontaneo”.
22. I ragazzi capiscono prima e meglio se possono fare domande o discutere un tema.
25. Mandare a memoria un testo che piace non è roba da bambinetti.
26. Ehi… alcune cose – dalle tabelline all’aoristo – vanno per forza mandate a memoria. Per il resto, se uno prima non capisce, non sta studiando: appiccica.
27. Se studio solo per l’interrogazione, è ovvio che dopo dimenticherò tutto, e amen.
28. Le competenze di base sono: leggere, scrivere, far di conto. Leggere vuol dire capire quel che si legge. Oggi, due italiani su tre non ce la fanno.
45. Se lavoro poco a scuola, a casa non lavorerò per niente.
46. …e non lasciarmi tutto solo a casa con le cose più noiose da fare.
48. Stabiliamo a ogni inizio d’anno un patto coi ragazzi, anche i più piccoli: poche regole di comportamento chiare. E scritte. E facciamole rispettare.
56. Come attirare i talenti migliori verso l’insegnamento? C’è la ricetta finlandese: riconoscimento sociale ed economico.
67. La scuola non è un’azienda: questo non l’autorizza a essere dispersiva e inefficace.
89. “Premiare il merito” ed “educare tutti” sono obiettivi complementari, non contrapposti.
92. Sì, esistono anche studenti maleducati. E sì, la responsabilità è delle famiglie.

Leggi qui tutte le 95 tesi sulla scuola

Fonte: Internazionale 23 gennaio 2014

Annamaria Testa
L’autrice si occupa di creatività e comunicazione. Insegna alla Bocconi di Milano. Ha scritto La trama lucente (Rizzoli 2010). Cura il sito Nuovo e utile, teorie e pratiche della creatività.

Ecco il bravo maestro

E’ più importante il carisma o la professionalità? La preparazione o il metodo? La questione della valutazione degli insegnanti trova in tutto il mondo la resistenza degli stessi insegnanti e dei sindacati ma è un tema in cui in altri paesi si sono fatti più passi avanti. In questo articolo si descrive bene la situazione degli Stati Uniti. La povertà conta ma contano anche gli insegnanti che si incontrano. Gli insegnanti contano più dell’istituto e dei programmi. Negli Stati Uniti un programma statale (Race to the top) e diverse Organizzazioni non governative (Teach for America, New teacher Project, …) cercano di capire quali sono gli indicatori che permettono di individuare i bravi insegnanti. Studiandoli, intervistandoli, esaminando anche i risultati degli alunni (in entrata e in uscita); risultati, che benché non possano essere l’unico indicatore, ne costituiscono un pezzo importante. Teach for America ha scoperto che i bravi insegnanti fissano obiettivi alti per i lTeach-For-America-New-Jobs-2oro studenti. Cercano continuamente di migliorare il loro metodo. Coinvolgono studenti e famiglie nel metodo di insegnamento. Programmano con obiettivi precisi e a ritroso dall’obiettivo che vogliono raggiungere. Soprattutto sembrano instancabili e non si arrendono mai alla burocrazia e alla mancanza di fondi. Controllano che i bambini e le bambine stiano seguendo e comprendendo. Fanno lavorare in gruppo e fanno in modo che gli alunni che capiscono spieghino agli altri. Usano tecniche di linguaggio non verbale, come cartelli e segni. Fin qui però non c’è ancor nulla per capire le eccellenze. In realtà uno dei criteri decisivi che discrimina il bravo maestro è l’apprendimento continuo e la riflessione continua sul metodo. Questo ha portato ad osservare i docenti migliori tra quelli che stavano sempre rifinendo e cambiando il metodo di lavoro. Infine anche la grinta, un miscuglio di tenacia e passione per gli obiettivi a lungo termine, e la soddisfazione, come qualità che permette di comunicare zelo e passione, sono segnalati come criteri decisivi. Seguendo le indicazioni di Farr, autore di Teaching as Leadership, sarebdonmilanibe l’attitudine alla leadership, cioè l’aver gestito qualcosa che ha prodotto risultati tangibili, uno degli strumenti migliori di misurazione. Insomma la povertà influisce sull’apprendimento ma se si incontrano maestri in gamba la vita può prendere un altro destino. Anche se alcune proposte che emergono dall’articolo possono fare sorridere gli insegnanti europei, la questione della valutazione degli insegnanti, rimane un tabù da iniziare a mettere in discussione.

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Amanda Ripley, “What makes a great teacher”, the Atlantic, gennaio 2010; trad. it “Ecco il bravo maestro”, Internazionale, 12/18 febbraio 2010