Quando sarai grande (tornerai a casa sol*)

Perchè i bambini fino a 14 anni devono tornare a casa da scuola con degli adulti? Chiara Saraceno oggi su Repubblica ci dà ragionevoli idee sul perché non sia opportuno. Vorrei però chiedermi come sia possibile che oggi sia potuto venire in mente il contrario (vietare la libera scelta alle famiglie). Forse educare all’autonomia non è più tra le priorità?Continua a leggere “Quando sarai grande (tornerai a casa sol*)”

Siamo innocenti?

smartphone_Cultura_Inquieta9E l’uomo del nostro secolo non poteva trovare altro modo più chiaro di esprimere il proprio scontento rispetto al mondo, il proprio disgusto di fronte alle cose come sono, del rifiuto di assumersi la responsabilità di tutto questo di fronte ai figli. Quasi che ogni giorno i genitori dicessero:

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Tempo per leggere

Oggi i gusti artistici (letterari, cinematrofici, musicali) vengono sempre più ridotti a semplice click (mi piace/non mi piace): il gusto artistico da giudizio qualitativo e critico si riduce a mero numero. Così si vincono i San Remo e così ci educano i vari Talent Shows: tanti mi piace o sei out. Come è possibile aiutare le nuove generazioni a formarsi un gusto artistico?

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Immagini pedofile e paure incontrollate

Perché la famossima fotografia della bambina vietnamita che fugge nuda dai bombardamenti al napaln mezzo secolo fa era considerata una tragica immagine della brutalità della guerra e oggi è censurata da facebook come immagine pedofila? Cosa è cambiato nella percezione dell’infanzia in questo mezzo secolo per farci vedere diversamente la stessa fotografia?Continua a leggere “Immagini pedofile e paure incontrollate”

Giocando si impara

Lasciateli giocare perché lasciare libero l’istinto del gioco renderà i nostri figli piú felici, sicuri di sé e piú pronti alle sfide poste dalla vita. Il gioco infantile è un metodo di apprendimento per l’essere umano così come per altri mammiferi. Giocando si cresce e si acquisisce fiducia. Giocando si apprende tutto quello che serve per essere adulti e autonomi. Continua a leggere “Giocando si impara”

Le maschere dell’infanzia

Cosa è l’infanzia? Cosa non è? Ogni cultura e ogni periodo storico se ne è fatta una idea che ha finito poi con il diventare una norma di riferimento. Che ruolo ha l’infanzia nell’ideologia globale? Cosa evoca questa immagine di perfezione e purezza e che idea abbiamo oggi? Da dove proviene? Perché questa confusione tra gioco e divertimento e perché questa ansia di dover sempre far divertire i nostri bambini e bambine?

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La follia delle telecamere in nidi e materne

Inquietante la decisione della Camera dei Deputati che approva una Legge che impone ai Nidi e alle Scuole Materne le telecamere di sorveglianza per registrare gli eventuali abusi degli insegnanti sui bambini.Continua a leggere “La follia delle telecamere in nidi e materne”

Baby block

Un quarantacinquenne anarchico milanese si ritrova per scelta padre. L’evento lo costringe a guardare indietro nella propria vita per cercare di scorgere il futuro di sua figlia. Ne esce un libro molto divertente, autoironico, leggero ma con domande importanti: Baby-block, (edito da Zero in Condotta, da poco in libreria). L’attesa della nascita diventa un percorso per capire come è diventato attivista anarchico, un interrogarsi su come si può essere padri e ostinarsi a lottare  per una società molto migliore. Sono davvero tanti i pensieri che possono addensarsi in prossimità della venuta al mondo di un essere tanto desiderato, che costringe a guardare la vita con meno ideologie e con una completa apertura all’imprevedibilità del futuro. Ne ho parlato con l’autore.Continua a leggere “Baby block”

Lasciateli giocare

Recensione di Vera Schiavazzi a Peter Gray, Lasciateli giocare, Perché lasciare libero l’istinto del gioco renderà i nostri figli piú felici, sicuri di sé e piú pronti alle sfide poste dalla vita, Torino: Einaudi, 2015 *

Arrampicarsi su un albero, giocare alla caccia al tesoro con gli amici, fare una gara di corsa e gettarsi nel fango. Il tutto prima dei dodici anni, e non solo perché lo consiglia il National Trust inglese né perché può sembrare romantico, ma per diventare più creativi e imparare a affrontare la vita con più coraggio e autonomia di chi ha passato un’infanzia tra videogiochi e playstation, senza mai incontrare bambini sconosciuti o sfuggire alla sorveglianza dei genitori.Continua a leggere “Lasciateli giocare”

Come uscire dalla trappola

Questo articolo di Alice Miller* del 1988 è stato prima richiesto e poi rifiutato per la pubblicazione. È qui riprodotto poiché può essere utile come sintesi concreta e divulgativa, con formulazioni non troppo teoriche di alcuni concetti dell’autrice che condannò radicalmente la pedagogia nera .

Si legge continuamente sui giornali come sia ormai statisticamente dimostrato che la maggior parte delle persone che maltrattano i figli hanno a loro volta subito maltrattamenti da bambini. È un’informazione non del tutto esatta, nel senso che non si tratta della ‘maggior parte’, ma di tutti. Continua a leggere “Come uscire dalla trappola”

Il bambino democratico

di Andrea Lanza*

La pedagogia, da subito, dalla fine del Settecento, è animata da quella tensione insita nel voler costituire un legame tra il vecchio e il nuovo in una società che vuole diventare altro da ciò che era. Un secolo più tardi, le nuove pedagogie, quelle per esempio di Montessori e di Piaget, devono confrontarsi alla stessa sfida divenuta ancor più difficile. A metà Novecento, Hannah Arendt mostra quanto la crisi dell’educazione sia intimamente legata alla crisi dell’autorità e della tradizione:Continua a leggere “Il bambino democratico”

L’infanzia non è un gioco

di Stefano Benzoni *

Innocenti e felici. Voraci ed egoisti. Autonomi e intoccabili. Avidi e seduttivi. Dai bambini vogliamo tutto e il contrario di tutto. Soprattutto vogliamo che siano adulti il più in fretta possibile così da placare la nostra ansia da prestazione di genitori insicuri. Ma la crescita, come una conversazione, necessita di spazi. Di silenzio. Di pause.Continua a leggere “L’infanzia non è un gioco”

Baby promoters e baby consumatori

Sarah è una ragazzina brillante e vivace. Le piace andare alle riunioni degli scout il lunedì, fare danza moderna il martedì ed è appena stata ammessa nella squadra di ginnastica del locale Circolo delle Aquile, il che significa tre allenamenti settimanali e gare in giro per tutto il paese. Ha un buon carattere, che a scuola la trasforma in una piccola “calamita”, sempre al centro del divertimento. Passa molto tempo al computer e ultimamente ha cominciato a usare Internet per giocare e chattare. ConsumingKids

Sarah ha anche un segreto: essendo una ragazzina piena di impegni e con molti contatti, è stata reclutata attraverso la chat-room di un sito per bambini per lavorare come venditriceContinua a leggere “Baby promoters e baby consumatori”

La Sfida dei 10 giorni senza schermi, una formula sperimentata per ridurre il tempo-schermo

di Jacques Brodeur


Se la torta al cioccolato e le patatine hanno sviluppato una dipendenza comparabile a quella per la tv e altri schermi, e che i nostri bambini vorrebbero goderne ogni giorno, anzi più volte al giorno, cercheremmo un modo rapido per staccarli. La differenza tra le torte, le patatine fritte e la TV è che la televisione, controlla l’informazione del pubblico: è lei che sceglie gli esperti e che informa il pubblico. Nessun accademia dell’alimentazione e neppure nessun ciarlatano oserebbe dichiarare pubblicamente che gli adulti non dovrebbero preoccuparsi per l’eccesso di consumo di torte e patatine fritte, e che dobbiamo avere solo fiducia nella capacità di recupero dei giovani, o che ci deve solo aspettare che l’appetito diminuisca, che il fenomeno passi.
Dalla creazione della settimana, senza schermi negli Stati Uniti nel 1995, seguita dallo sviluppo del programma SMART in California alla fine del millennio, (7) la competenza intorno alla riduzione del tempo-schermo si è costantemente arricchita. Nel 2003-2004, la riduzione del tempo-schermo è stata sperimentata dalla scuola materna fino alla fine della scuola superiore attraverso due iniziative distinte, una in Michigan, (8) l’altra in Quebec. (9)

SAPERE, PREREQUISITO DI VOLONTÀ E POTERE
Per preparare i bambini e i giovani a riprendere la padronanza degli schermi in cui si immergono la maggior parte del loro tempo libero, dobbiamo condividere con loro e i loro genitori due tipi di conoscenza. Questa conoscenza deve essere condivisa con gli insegnanti, testimoni e vittime dei danni da sovraesposizione agli schermi.
La conoscenza del primo tipo riguarda i danni conosciuti e scientificamente documentati che si riscontrano nei giovani quando vi è sovraesposizione agli schermi.
I danni comprendono in particolare:
– Bullismo, inciviltà, verbale e abusi fisici,criminali e non;
– Pubblicità rivolta ai bambini, evidente abuso di potere da parte di neurologia / psicologia al servizio del Marketing;
– Disturbi legati ai videogiochi, la disconnessione dalla realtà, il gioco d’azzardo on-line;
– Disturbi alimentari, anoressia, immagine corporea e l’ossessione dell’apparenza;
– La sedentarietà, il sovrappeso, l’obesità;
– Il deficit di attenzione, il disinteresse per la lettura e bassi risultati scolastici;
– Omofobia e misoginia nella musica e nei video musicali;
– Ipersessualizzazione della vita, pornografia, esibizionismo, atteggiamenti sessuali a rischio;
– Pubblicità sessista e relazioni tra i sessi non paritarie;
– L’autostima compromessa, isolamento, depressione, suicidio;
– Abilità sociali, la diffamazione, legami sociali e di fiducia compromessi.
La conoscenza del secondo tipo comprende i risultati di studi ottenuti in seguito alla riduzione del tempo di schermi. I più convincenti sono quelli osservati con i bambini e gli adolescenti che hanno accettato di provare dopo la formazione adeguata alla loro età. In Michigan, in Quebec e in Francia, si è reso necessario regolare le modalità di collaborazione presentate ai genitori e preparare gli esercizi per adeguare gli strumenti forniti agli insegnanti. (10)
Non si preparano le giovani menti alla disconnessione senza precauzioni. L’adagio vale anche qui come per la disintossicazione dei fumatori e degli alcolisti. Il miglioramento del processo di preparazione per il ritiro catodico-digitale si è basata sulla valutazione annuale dei benefici della riduzione del tempo-schermo nel breve, medio e lungo termine.addiction-des-jeunes-a-Internet

VOLERE PADRONEGGIARE GLI SCHERMI CON BAMBINI/E
Sapere come sopravvivere in un mondo altamente mediatizzato, è non solo utile, ma indispensabile. Ma ciò non è sufficiente per generare la volontà. La volontà è il risultato della combinazione di conoscenze e curiosità di vedere se potessimo, noi, insieme ad altri, ottenere i benefici riscontrati altrove. La motivazione degli studenti si costrui
sce un pezzo alla volta: la curiosità si trasforma in interesse, desiderio, volontà di partecipare e determinazione a continuare fino alla fine. Questo percorso è diverso dal pensiero e l’illuminazione compulsivo del subconscio, specifica della pubblicità o della manipolazione commerciale. Per aiutare i bambini a compiere questo viaggio, agli insegnanti sono dati degli esercizi da svolgere in l’aula.
Con i bambini da 4 a 8-9 anni, questi esercizi sono progettati per essere avviat
i a scuola ed essere portati a casa ed essere così completati con mamma e papà. La complicità di scuola e famiglia gioca un ruolo fondamentale nella formazione. I primi esercizi sono di esternare le emozioni, i sentimenti, le opinioni. I bambini sono invitati a disegnare un film che li spaventa.
Disegni di bambini di seconda elementare. (11)
Disegni di prima media. (12)

In seguito si propone di disegnare se stessi per esercitare il loro coraggio con quanto presentato in classe:
1) raccontare un malessere, una paura, una rabbia a qualcuno di fiducia; (espressione)
2) consolare una persona che ha difficoltà, paura o rabbia; (empatia-compassione)
3) bloccare la paura che proviene da un film prima che viene arrivi alla testa. ”Il mio cervello non è un bidone della spazzatura.”
I bambini amano questi esercizi che li tengono in contatto con la loro vita interiore e con il vivere insieme. L’espressione di sentimenti ed emozioni combinata con il potere di poter consolare produce un impatto positivo sulla fiducia dei partecipanti alla
Sfida dei 10 giorni senza schermi.
Poi viene la compilazione del tempo trascorso a guardare gli schermi.
infine, i bambini scrivono una lista delle cose che vorrebbero fare se il televisore e altri schermi fossero spenti. Questo elenco di preferenze personali comprende cinque tipi di attività: da svolgere da soli, con la famiglia, con gli amici, in gruppo, con i nonni. Si prevedono le attività esterne o interne.


SUSCITARE LA VOLONTÀ CON GLI ADOLESCENTI

Con pre-adolescenti o adolescenti talvolta, l’approccio educativo per domande li apre l’accesso al potere in modo folgorante. Ogni domanda è preceduta da una breve desrizione di 3-4 minuti, seguita da uno scambio verbale tra studenti in gruppi di 2 o 3, quindi tutti sono invitati a mettere il loro parere per iscritto. Tutte le risposte sono esatte. Esempi di argomenti che hanno generato scintille nei giovani.
Perché
Matt Groening ha proibito a suo figlio di 12 anni di guardare I Simpson, quando ne era il realizzatore?
A q
uale scopo si le emittenti continuano a cercare i modi per aumentare il pubblico?
Perché
l’esercito americano usa i videogiochi per addestrare le reclute di uccidere?
Come possono contribuire i cartoni animati al deficit di attenzione?
Perché i bambini che guardano la TV di mattina hanno avuto più problemi in classe?
Quali sono i programmi sessisti e misogeni?
Perché i bambini che non hanno schermi nelle loro stanze dormono di più e meglio?

Come fanno i pubblicitari e l’industria mediatica a preparare i giovani a un eccesso di consumo delle risorse del pianeta?
Come si diventa dipendenti nei social network o in Internet, o con i videogiochi?
Cosa è la
nomofobia e come può essere curata?
Come si distiguono gli schermi che usiamo da quelli che ci rendono schiavi?
Perché il Giappone, la Cina e la Corea del Sud hanno creato campi di disintossicazione da Internet?

PADRONEGGIARE GLI SCHERMI TENENDOLI SPENTI E’ ESERCIZIO DI POTERE
Per consentire ai bambini di appropriarsi questo potere, vengono dati loro degli strumenti. In primo luogo, un programma in cui si nota che ci saranno 54 punti da segnare. Questa griglia dà fiducia ai bambini e permette loro di pianificare le volte che decidono di guardare un programma. Non vi è alcun disonore nel vincere una partita 53-1 o 52-2.

Un’altra fonte di energia è l’elenco delle attività offerte dalle organizzazioni locali, tra cui tutti i giovani (con l’aiuto dei loro genitori per i più piccoli), possono compiere delle scelte e incontrare gli amici. Ognuno compila la propria lista con l’aggiunta di singole attività, la lettura o la bicicletta, etc.. Infine, ogni studente riceve un diario personale dove durante la sfida, senza schermi, si annota le sue scelte, segna i suoi punti, esprimere i sentimenti e parla di quello che ha fatto prima della Sfida dei 10 giorni senza schermi, ognuno dei 10 giorni e dopo la fine della sfida.

COME FUNZIONA LA SFIDA DEI 10 GIORNI SENZA SCHERMI?

Come una partita, come un gioco, come un tour de force, una prodezza. L’esperienza ha individuato le condizioni vincenti che hanno raggiunto alti tassi di partecipazione fino al 95%. (13)
In un prossimo articolo, passeremo in rassegna gli strumenti per la vittoria. In ogni comunità, gli organizzatori sono creativi e verificano l’effetto di nuovi ingredienti. Condizione di partenza: l’accordo dei primi due partner coinvolti: il personale docente e il consiglio di istituto. Una volta che l’accordo viene raggiunto, la direzione redige un calendario di preparazione degli studenti, che di solito si sviluppa nell’arco di tre mesi. La stagione in cui gli schermi rimarranno spenti non è rilevante, essendo dimostrato che avremmo potuto ottenere risultati paragonabili in autunno, inverno e primavera. Ogni scuola può quindi impostare il proprio calendario in funzione delle altre attività previste nel calendario scolastico: feste, vacanze, esami, eventi.


ASCOLTA L’INTERVISTA A JACQUE BRODEUR

PROSSIMO ARTICOLO DI J.B. TRADOTTO DA GLOBINDUNG:Treize raisons de réaliser le Défi sans écrans

LEGGI IL PRECEDENTE ARTICOLO SU GLOBINDUNG (la prima parte di questo – qui trovi l’orginale)


NOTE E LINK PER APPROFONDIRE

7. « Qui éduque les préadolescents, les parents ou les médias ? »
8. Stanford SMART (Student Media Awareness to Reduce Television).
9.
Le programme SMART de la Maternelle à la fin du secondaire au Michigan
10. Réduction du temps-écrans au Qu
Outils proposés au Québec et en Franceébec.
11.
Outils proposés au Québec et en France
12. « Des élèves de 2e année ont dessiné un film qui leur a fait peur ».
13. Dessins d’élèves de 6e année.
14. « Treize raisons de réaliser le Défi sans écrans ».

Fantastiche tecnologie moderne … per servire i bambini o per asservirli?

di Jacques Brodeur

Al convegno tenutosi a Parigi 30 aprile 2014, (1) i ricercatori intervenuti hanno analizzato alcuni degli effetti negativi del tempo di esposizione agli schermi per i bambini e adolescenti. In gergo militare, si sarebbe chiamato danno collaterale del bombardamento catodico-digitale. I capi di industrie che utilizzano gli schermi per catturare l’attenzione dei bambini sono ben consapevoli dei danni, ma come i venditori di sigarette di 50 anni fa, negano i fatti e rifiutano di riconoscere la paternità; utilizzano poi le informazioni pubbliche per diffondere l’idea che le accuse provengono da parte di gruppi che sostengono la censura. Essi stanno lottando per dare la colpa agli adulti che lasciano i loro figli davanti alla TV. Fanno di tutto per affascinare i bambini e, quando ci riescono, la colpa è della mamma e del papà.


COMPRENDERE LA REALTA’ PER FRONTEGGIARLA

Per i genitori, la missione è quella di ridurre il rischio, per neutralizzare l’influenza di schermi sulla loro prole e, per quanto possibile, renderli immuni. Missione impossibile, o quasi. Per lo stato, la sfida è quella di prevedere i costi sociali e per riparare i danni, offrendo campi o cliniche di riabilitazione, come avviene negli Stati Uniti, Giappone, Cina, Corea del Sud e il Canada. Tra le misure più comuni si trovano sensi comuni di ogni tipo: non importa, il mio bambino è abbastanza intelligente per gestire il suo consumo di schermo, ci si si arrabbia per nulla, lo lascio fare e vedremo in seguito, ogni generazione ha preoccupato la precedente, non si può fermare il progresso, lo fanno tutti, etc.
Le famiglie sono alla ricerca di un progetto di gioco serio, preparato con cura, equilibrato, con buoni ingredienti, concordato, con esperienza focalizzata sulla condivisione intergenerazionale dei saperi, della volontà e del potere. Ma di quale potere stiamo parlando? Di quello di educare criticamente ai media con favorendo il padroneggiamento degli schermi, senza farsi asservire dagli schermi.

La conferenza di 30 aprile 2014 ha dimostrato che un tale progetto esiste, e che questo progetto è stato costruito pazientemente nel corso degli anni, attraverso tentativi ed errori, trasferimento delle competenze (2) e testimonianze di decine di migliaia bambini, genitori e insegnanti.

DANNI COLLATERALI CONOSCIUTILA VOCE ALLE ESPERTE

In Canada, la Canadian Paediatric Society riconosce che “l’esposizione prolungata agli schermi provoca vari problemi di salute come l’aumento del rischio di fumare, l’alcol e altre sostanze, comportamenti e atteggiamenti aggressivi, cattiva alimentazione e peso in eccesso. A questa lista, altri studi aggiungono, l’ossessione per l’aspetto, la rapida adozione di comportamenti sessuali a rischio e iper-sessualizzazione. Infine, ora sappiamo che il tempo-schermo può anche influenzare l’apprendimento scolastico, tra cui la lettura, primo fattore di successo formativo”. (3)

La sfida è quindi quella di mettere gli schermi al loro posto e l’unico posto che meritano è quella di sevitori, adottando lo stesso atteggiamento verso il consumo di cibo e medicinali di cui si scoprono gli effetti collaterali.

Il 30 aprile a Parigi, due psicologhe e una sociologa hanno condiviso con il pubblico i risultati che regolarmente rilevano durante le loro consulenze professionali e i consigli che forniscono ai genitori sull’esposizione dei loro figli agli schermi. (4)

Eloisa Junier è una psicologa dello sviluppo dei neonati. Lei è irremovibile “nessuno schermo prima dei tre anni!” Secondo lei, dalla nascita, “il mondo di bambini è invaso da tutti i tipi di schermi: televisivi, tablet, telefoni cellulari, computer …” si rammarica che il contatto con lo schermo sia sempre più precoce, sempre più frequente e sempre più esteso. “Non è raro per i bambini sotto i due anni trascorrere 1, 2, 3 ore davanti allo schermo ogni giorno.” L’uso intensivo può influenzare il loro sviluppo e il loro comportamento quotidiano. Ha trovato “vari sintomi quali agitazione, irritabilità, disturbi del sonno.” La psicologa propone quindi una sfida per i genitori: “interrompere tutte visioni di schermi dalla vita del bambino per un mese intero,” e far loro decidere se prolungare l’esperienza nel caso lo trovino interessante. Si lamenta che” le famiglie non sono molto consapevoli dei rischi di questi giocattoli digitali.” E si rammarica che” il loro utilizzo si rivela a volte apprezzato.”
Al presunto stimolo dell’intelligenza dei bambini da parte degli schermi, Heloise Junier risponde che si tratta di “luoghi comuni da parte di imprenditori di marketing e
sedicenti esperti”. Secondo la psicologa, l’argomento fraudolento è utilizzato per stimolare le vendite in un mondo in cui, “la corsa per l’elitarismo infuria dalla culla.” Consiglia ai genitori di non affidare i loro bambini a schermi babysitter, anche quando si sentono sopraffatti o hanno molte altre preoccupazioni. L’oratrice ha chiesto “un approccio di prevenzione che parta culla.”sedia-schermo4

Sabine Duflo è una psicologa clinico presso il Centre Médico Psychologique di Noisy-le-Grand. Nel suo intervento del 30 aprile si è concentrata sull’uso di schermi con figli fino all’età di 11 anni preoccpandosi di come che gli schermi stiano invadendo l’universo famigliare e sociale. Gli schermi stanno fornendo modelli di riferimento di identità e di comportamento ”che il bambino riprodurrà tanto più facilmente se vi sarà stato esposto ripetutamente.” Secondo la psicologa “gli schermi influenzano in modo particolare la capacità di attenzione bambino, la possibilità di iniziare la lettura, la capacità di regolare le emozioni, le modalità di relazioni con gli altri, e in ultima analisi, la sua rappresentazione del mondo. ” La psicologa prescrive che il tempo passato davanti agli schermi sia regolato dai genitori. Si è riscontrato che tale prescrizione comporta ”effetti veloci e molto positivi anche in aree relazionali e comportamentali che potrebbero sembrare a prima vista molto distanti dallo schermo.”

Ha sviluppato una piccola regola che chiama le regola dei 4 passi: non guardare gli schermi del mattino in quanto questo è il momento in cui l’attenzione è più forte; non guardarli durante i pasti della famiglia perché nuoce agli scambi; non prima di dormire, perché il bambino si stanca e il sonno ne viene disturbato; non nella stanza del bambino. Ha aggiunto: ”Penso che se vogliamo che la prossima generazione sappia padroneggiare gli schermi, e non ne divenga dipendente, paradossalmente si deve ridurre al minimo la loro presenza nella vita del bambino, al fine di consentirgli di acquisire una capacità critica per la sua umanità: la capacità di pensare da solo.”

Sophie Jehel è di formazione sociologa ed è maitre de conference in scienze dell’informazione all’università di Parigi-8. (5) In particolare, ha condotto un sondaggio su oltre un migliaio di ragazzi e i loro genitori, ponendo una questione di grande attualità in Europa e in America: “chi educa i preadolescenti i genitori o i media? (6)

Secondo lei le famiglie richiedono un’azione specifica da parte dei responsabili politici: ”Nelle nostre società moderne, dice, i contenuti multimediali sono anche culturali e forgiano i valori della società.” Costata che “i legami che i bambini intrecciano con le società dei media sono parte delle relazioni sociali e culturali. ” I genitori giocano un ruolo centrale e il loro rifiuto (o la loro incapacità) di svolgere questo ruolo ha un prezzo. Per illustrare l’utilità delle politiche pubbliche e il loro ruolo, l’oratrice ha aggiunto: ”se esistono importanti strumenti di regolamentazione pubblica (classificazione di giochi, di segnaletica per la televisione) i genitori potrebbero entrarne in possesso per guidare il consumo dei bambini, contribuendo a ridurre l’esposizione ai contenuti a rischio.” Sophie Jehel si rammarica per ”l’inadeguatezza di questi regolamenti e la loro totale assenza su Internet.


Si possono ascoltare le conferenze di
Sabine Duflo, Héloïse Junier et Sophie Jehel.


ASCOLTA L’INTERVISTA A JACQUES BRODEUR

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NOTE E LINK PER APPROFONDIRE

(1) Colloque tenu à Paris le 30 avril 2014.
http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-accueil.php
(2) Expertise entourant le Défi sans écrans. http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-expe.php
(3) Société canadienne de pédiatrie.
http://www.tv5.org/cms/chaine-francophone/info/Les-dossiers-de-la-redaction/ACTA/p-28653–Digital-detox-faut-il-se-soigner-de-l-overdose-d-ecrans-.htm
(4) Conférenciers du 30 avril. http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-conf.php
(5) Sophie Jehel, Université Paris-8, Notes biographiques.
(6) « Qui éduque les préadolescents, les parents ou les médias ? »

L’entusiasmo dei bambini per gli schermi: preoccuparsi o no?

di Jacques Brodeur *

Genitori, insegnanti e operatori sanitari vedono aumentare ad alta velocità la quantità di tempo che bambini e adolescenti trascorrono davanti agli schermi di tutti i tipi. Curiosi, si interrogano e si rifiutano di stare a guardare con le braccia incrociate. Il potere seduttivo degli schermi aumenta. Continua a leggere “L’entusiasmo dei bambini per gli schermi: preoccuparsi o no?”

Allattamento naturale: ideologia, scienza e comandamenti (2)

di Simona Forti e Olivia Guaraldo

È nell’orizzonte dell’ideologia della Grande Salute (1) che sono state condotte le campagne per l’allattamento al seno, con un vigore di gran lunga più accanito rispetto a quello con cui si propagandava, tra gli anni ’50 e ’70, il latte artificiale come la panacea per il neonato e lo strumento di liberazione per la donna. Con un linguaggio quasi bellico, oltre che mutuato dal marketing, le agenzie sanitarie, l’Organizzazione Mondiale della Sanità in testa, negli ultimi 15 anni hanno ‘messo in atto campagne’, ‘sviluppato strategie’, diffuso informazioni, confezionato opuscoli, organizzato corsi per operatori; tutto in vista dell’obbiettivo supremo: la vittoria nella battaglia finale contro il latte artificiale; la salute futura del bambino passa attraverso la produzione e l’assunzione del latte materno. Sono davvero infiniti i documenti e gli organismi che promuovono pressantemente l’allattamento al seno (2). Continua a leggere “Allattamento naturale: ideologia, scienza e comandamenti (2)”

Allattamento al seno e mistica postmoderna della maternità

di Simona Forti e Olivia Guaraldo

Lungi dal rimanere ‘antagonista’ e radicale, lo spirito che muoveva il massiccio «ritorno alla natura» di una generazione scontenta dei modelli culturali e degli stili di vita imperanti, non tardò molto ad influenzare la comunità medica, soprattutto, e questo non è certo un caso, per quanto riguardava il corpo femminile e il latte materno. (…) L’intento di promuovere l’allattamento al seno in virtù della sua naturale ‘bontà’, della sua capacità di rafforzare non solo le difese immunitarie del bambino ma anche il legame fra madre e figlio, rivela, da un punto di vista biopolitico, interessanti quanto ambigui ‘rovesci della medaglia’.Continua a leggere “Allattamento al seno e mistica postmoderna della maternità”

I bambini sono per la maggior parte poveri e i poveri sono, per la maggior parte, bambini

Giorno dopo giorno, si nega ai bambini il diritto di essere tali. I fatti, che si burlano di questo diritto, impartiscono i loro insegnamenti nella vita quotidiana. Il mondo tratta i bambini ricchi come se fossero denaro, affinché si abituino ad agire come agisce il denaro. Il mondo tratta i bambini poveri come se fossero rifiuti, affinché diventino dei rifiuti. E quelli che stanno in mezzo, Continua a leggere “I bambini sono per la maggior parte poveri e i poveri sono, per la maggior parte, bambini”

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)

Con la seconda parte dello scritto di Franco Lorenzoni, che ringrazio per il contributo offerto a GloBildung, continuano le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica.

Scava più il lombrico reale o quello virtuale?

Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)”

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)

Continuiamo le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica con uno scritto di Franco Lorenzoni in due parti, ecco la prima.

Elias Canetti, in quello splendido romanzo sulla percezione infantile del mondo che è La lingua salvata, racconta di essere grato a sua madre per il senso di vastità che gli ha saputo donare. Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)”

Giovani pionieri al Kids Marketing

Stefano Laffi si occupa da molto tempo di giovani, come ricercatore sociale e consulente. Il suo ultimo libro, La congiura contro i giovani, dice dure verità sui giovani e lo fa con parole dosate e ben scolpite. Ha il coraggio di dire che il re è nudo: il mondo in cui i giovani si trovano costretti a vivere e crescere li esclude dalla cittadinanza, al di là di tutti i  discorsi retorici. laffi

Il suo è un notevole saggio critico delle condizioni postmoderne in cui crescono le nuove generazioni. Disvela i dispositivi pedagogici di un mondo dominato dalle merci. In controtendenza rispetto alle lamentele sui giovani, sdraiati e rilassati, maleducati e colpevolizzati per ogni nuovo cattivo costume, il libro segue la traiettoria dalla nascita ai primi colloqui di lavoro per descrivere la negazione della cittadinanza ai bambini. L’ombra che li accompagnerà in questo viaggio sarà fin dai primi minuti l’ossessione adulta per la norma. La spettacolarizzazione di ogni aspetto della vita (si nasce e si è sempre famosi ma esposti) fa da sfondo a un film lento, senza sfumature, non troppo lungo e senza il gran finale. I bambini prima e i giovani dopo sono i protagonisti: le difficoltà che incontrano sono date da un mondo pieno di merci e oggetti che modificano il loro rapporto con il mondo. E’ la pedagogia del tasto play dove tutto funziona elettronicamente cambiando però anche la percezione della realtà e alterando i sensi e la mente. Da McLuhan a Roland Barthes passando per Benjamin e Pasolini e una quantità scelta e mirata (grazie a poche note) di saggi critici della società dei consumi per approdare a Margaret Mead. Il libro riprende molte questioni già enucleate nel secolo scorso, le dipana, le mette sul piatto. Ci sono molti orrori, ma sono quelli che noi adulti abbiamo preparato per il futuro dei nostri nipoti.

Se gli oggetti educano – si chiede Laffi – qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play?” Un’arancia vera e una di plastica trasmettono al bambino immagini diverse del mondo e della sua relazione con la natura e con la vita. Si “indebolisce l’idea di una mediazione riflessiva come premessa dell’agire” e si rischia di formare al delirio di onnipotenza e al cinismo.

lafficongiuraIl bambino cresce vaccinato, assicurato, protetto e infine incoronato dal mercato che “ha capito quanto vale la sua quota e come può influenzare le decisioni anche degli altri consumi famigliari”. E’ la Guilt Money, quella disponibilità a spendere ed essere vulnerabile ai capricci del bambino ed è inversamente proporzionale al tempo: meno stai con i tuoi bambini più sei disposto a spendere soldi per loro. Un meccanismo che le aziende conoscono e usano. L’unico riconoscimento che avviene fin dalla tenera età è quello di essere consumatori in grado di modificare i consumi della famiglia e degli adulti. Entrato nelle fauci della bestia, Laffi descrive benissimo obiettivi e psicologia del Kids Marketing, che, senza alcuna remora etica, ha l’obiettivo di forgiare i desideri dei bambini. Laffi osserva che se “sommi il tempo di esposizione ai messaggi e lo confronti con il tempo di dialogo in famiglia, ti rendi conto chi parla davvero ai figli.” Inoltre c’è anche la comunicazione educational che è quella che usa la scuola tramite gli insegnanti, una scuola sempre più povera e quindi disposta a fare pubblicità per avere fondi.

Per Laffi è importante comprendere che siamo di fronte non un collasso di motivazione e di fiducia dei ragazzi rispetto alle sfide che li attendono, ma alla mancanza di opportunità e di possibilità, che si manifestano nel non trovare esperienze, lavoro, soldi, casa, e, più in generale, nel non aver voce, nel non poter incidere nella realtà che li circonda. La congiura è l’esclusione programmata dalla cittadinanza, dalla possibilità di contare e di essere riconosciuti come persone.

Insomma se abbondano articoli, servizi televisivi, libri che parlano dei giovani e fanno diagnosi e prognosi, che sentenziano su come aiutarli nel loro disagio, scarseggiano invece gli approcci critici al mondo che gli adulti di oggi consegnano al futuro. Le linee di tendenza intercettate da Laffi vanno ben oltre i confini nazionali e colgono alcuni processi globali contemporanei. Un esempio su tutti è la crisi del potere e del valore della parola: siamo in un mondo in cui “gli adulti non dicono quello che pensano e non fanno quello che dicono” Un mondo quindi in cui la parola conta poco, molto poco.

Riprendendo Generazioni in conflitto di Margaret Mead, Laffi traccia anche una via d’uscita. Le grandi scoperte sono state fatte da giovani. Bisogna affidarci ai nostri pionieri, valorizzare loro come sperimentatori. Uscirne insieme mettendo loro davanti a prefigurare ciò che noi non sappiamo disegnare. In alcune aziende c’è già il reverse mentoring e in fondo nel volontariato è normale che un ragazzo insegni a un cinquantenne appena arrivato. Forse ci siamo dimenticati che le più grandi invenzioni del ‘900 sono state fatte da scienziati che avevano fra i 20 e i 30 anni. Mutare la dislocazione del futuro è l’invito agli adulti a “trasmettere la fiducia che valga la pena diventare adulti”. I giovani diventano così –  con lo sguardo sul futuro e forse un po’ forzatamente poco anche sul passato – i depositari della salvezza, i pionieri in un mondo nuovo che noi adulti, da naufraghi e immigrati, non conosciamo né padroneggiamo più.

pubblicato in Educazione Democratica, n.8, giugno 2014

Litigare fa bene

Per Daniele Novara la proposta contenuta nell’ultimo suo libro (Litigare fa bene, insegnare ai propri figli a gestire i conflitti, per crescerli più sicuri e più felici) riassume tutto il suo lavoro ormai più che ventennale. Il conflitto è il principale antidoto alla violenza (e non è all’origine): “l’educazione alla socialità passa piuttosto attraverso l’educazione al litigio: è fondamentale insegnare a stare insieme anche quando è difficile; a gestire i problemi e le prepotenze senza utilizzare la violenza; a reagire ai comportamenti vessatori trasformando la relazione e il gruppo in occasioni di apprendimento e creatività piuttosto che in ambiti di paura e conformismo.”

Lasciate che i bambini litighino fra loro! Il litigio tra bambini sviluppa le capacità di mediazione, relazione e rinuncia che saranno necessarie da adulto. Seguendo Alice Miller e la sua dura condanna delle pedagogie nere, (le pedagogie che consapevolmente o inconsapevolmente fanno rientrare la violenza tra le pratiche pedagogiche), Novara ammonisce i genitori che si fidano del loro istinto senza un lavoro su di sé. Questi genitori riprodurranno ciò che nella loro infanzia è stato loro imposto perchè senza presa di coscienza si riproducono anche i meccanismi di violenza. La spontaneità non aiuta i genitori.

Attraverso semplici spiegazioni e forse anche troppi esempi, l’autore dimostra l’efficacia del metodo maieutico “Litigare bene”. Per aiutare i figli a gestire i conflitti e per crescerli più competenti nelle relazioni interpersonali occorre lasciare litigare i bambini, non cercare il colpevole, non imporre né fornire la soluzione, ascoltare e legittimare tutti i punti di vista, favorire l’accordo creato dai bambini stessi. Per l’autore “educare vuol dire quindi aiutare a litigare bene”.

Il conflitto tra bambini rappresenta uno dei tabù pedagogici della nostra epoca. Al primo accenno di litigio infantile la maggior parte degli adulti tende a intervenire e reprimere il conflitto, nella convinzione che sia necessario imporre una rappacificazione. Invece i contrasti costituiscono una fondamentale occasione di apprendimento relazionale che, se lasciati liberi di agire, i più piccoli imparano a gestire autonomamente.litigare

I “bravi bambini” e le “brave bambine” che non litigano mai sono una finzione letteraria dei vari galatei dello scolaro e del libro Cuore. Rispondono a idee astratte degli adulti e, quando ciò accade, siamo di fronte all’interiorizzazione delle aspettative dell’adulto. Questi bambini e bambine “dotate” da grandi potrebbero non sapere fronteggiare complicazioni e conflitti.

Del resto il vissuto dei bambini è spesso diverso: “non stavamo litigando, stavamo solo giocando…”. Diverse ricerche sul campo ormai da tempo hanno dimostrato che spesso i bambini trovano velocemente da soli l’accordo o comunque la soluzione. La ricerca condotta da Novara stesso e la sua équipe ha evidenziato come nelle medesime scuole dove c’è stato una applicazione del metodo ‘litigare bene’ si siano prodotti cambiamenti. Sono state osservate le classi materne e elementari di diverse scuole prima e dopo l’uso del metodo. Sono aumentati gli accordi spontanei e le rinunce. Si è scoperto che si sono ridotti i litigi e gli interventi degli insegnanti.

Lasciare litigare liberamente presenta quindi notevoli vantaggi: i bambini si autoregolano, i maschi usano più le parole della fisicità, tutti/e imparano a confrontarsi con altri punti di vista e sviluppano l’empatia, imparano a trovare un’alternativa e a lasciare perdere se necessario, sviluppando in compenso autostima e creatività.

La distinzione tra conflitto e violenza, che anche gli adulti stessi faticano a compiere, è fondamentale anche per sapere circoscrivere il bullismo senza farne un inutile allarme sociale. Conflitto, litigio, guerra, violenza, aggressività, bullismo, prepotenza dovrebbero essere campi semantici da scandagliare.

Il libro esamina i litigi tra pari tra bambini/e di meno di 10 anni e non esamina la questione del conflitto tra generazioni. Forse non abbastanza approfondita è l’indicazione di dare regole chiare, presentata come l’alternativa alle punizioni dannose per l’autostima dei bambini. Chiarezza, realismo e condivisione delle regole. Ma siamo forse alla questione del conflitto generazionale e alla questione dell’autorità educativa. Basta che siano chiare perché siano rispettate? Assente dal libro anche l’analisi del contesto storico e sociale che sta riducendo gli spazi di reale autonomia nel gioco per i bambini. La proposta di Novara è forse fin troppo esemplificata per le famiglie e contiene invece solo spunti di riflessioni per le insegnanti (non è un caso che nel sottotitolo si parli di figli e non di scolari). Il contesto scolastico è distinto, antropologicamente e giuridicamente, da quello familiare. Pur essendo molto centrato sul metodo proposto a cui si dà persino un nome proprio ‘LITIGARE BENE’, e meno sui contesti dove esso è già applicato senza il Kit e il marchio, il libro costituisce una avanzatissima proposta pedagogica per le famiglie di oggi che rompe un grande tabù. Se molte famiglie lo leggessero e lo applicassero, il presente e il futuro sarebbero migliori.

Una scena politica – a 10 anni

“Maestra, maestra in bagno c’è una scena politica!”, con queste parole Marta, una bambina di dieci anni, ha ritenuto doveroso segnalare quello che stava succedendo. Un litigio durante l’intervallo tra un bambino e una bambina di una quinta elementare, che saggiamente la maestra aveva lasciato ricomporre alla classe (per promuovere l’autoregolazione dei conflitti), stava adesso in bagno prendendo delle pieghe che erano descrivibili come “una scena politica”. Mentre la maestra va in bagno a verificare lo stato del conflitto “degenerato in politica”, fingo di non avere capito cosa la bimba volesse dire. La mia domanda porta il chiarimento richiesto: “ma sì dai, è come fanno i politici, che urlano, urlano e non si capisce mai niente. E poi… poi si insultano e dicono solo parolacce.” Politica come assenza di conflitto, come assenza di dialogo nel dissenso. Politica come termine corsa: solo insulti.rissaparlamentare

In realtà il senso di quel segnale d’allarme era stato immediatamente chiaro per tutta la classe, compresa l’insegnante e me. E’ un sottointeso di una intera generazione? Da dove viene tanta capacità di lettura critica dei talkshow e del parlamento? Anche per me i talkshow politici siano di destra (per es. Vespa) o di sinistra (per es. Santoro) hanno un valore insopportabilmente antieducativo per le modalità con cui si svolgono, ben colte e sintetizzate dalla bambina. Un cattivo esempio  morale. Inoltre il termine “scena” denota la consapevolezza che siamo di fronte a uno spettacolo? o che siamo nella società dello spettacolo? Il carattere diseducativo dei talkshow “politici” non sta non tanto nel litigio (nella contrapposizione di per sé molto educativa), ma nell’uscire dal momento sano del conflitto. Nella degenerazione del conflitto, parlato e argomentato; nella guerra di parole, dove ci si interrompe, non si cerca di comprendere l’altro ma di zittirlo; nell’insulto fine a se stesso.

rissatvsgarbiMolti genitori si potrebbero scandalizzare e mettere in discussione il valore educativo dell’autoregolazione dei conflitti di questa bravissima maestra che aveva lasciato fino a quel momento che il conflitto esploso in classe tra due bambini, con la conseguente divisione, contrapposizione e poi mediazione dei compagni e compagne aveva quasi placato tutti gli animi  in un lungo quarto d’ora dell’intervallo. Qualcosa di “politico” l’aveva però riacceso. Il politico è il momento in cui ai bambini non sembra più possibile autoregolare i loro conflitti.

Sentire parlare male dei politici dai bambini a me non fa scattare nessun pensiero del tipo: “ma no… la politica non è solo quella che vedete in televisione… ” Questi sono i politici scelti dal popolo italiano oggi: i migliori rappresentanti di una cultura machista, gerontocratica, ignorante e senza principi etici. Questa degradazione morale ed educativa quotidiana in cui versa il nostro paese è ben situata nel punto giusto da Marta e dalle sue compagne: là dove nessuna parola è più possibile. Là dove il conflitto si capovolge in violenza: il contrasto e la divergenza si tramutano in danneggiamento intenzionale; là dove si passa dal voler risolvere il problema con pianti e urla al volere sopprimere il problema sopprimendo l’altro.

Non c’è più tempo per il gioco libero

Oggi i bambini e le bambine non hanno più tempo per giocare tra di loro. tempo per esplorare, tempo per annoiarsi, tempo per inventarsi giochi, tempo per mettersi nei guai e tempo per tirarsene fuori da soli. tempo per stare con coetanei senza adulti. La vita a scuola e nel tempo libero è gestita e organizzata dagli adulti. Solo giocando possono acquisire le abilità sociali che gli serviranno da grandi: ascoltare gli altri, essere creativi, gestire le emozioni e affrontare i pericoli. streetgamesL’autore descrive il declino del tempo libero che bambini e bambine hanno a disposizione negli ultimi 40 anni collegandolo con altre salienze delle metamorfosi dell’infanzia: la diminuzione dell’empatia, l’aumento del narcisismo, la diminuzione della creatività e dell’elaborazione creativa. Importanti abilità del vivere insieme, che tutti i grandi mammiferi sviluppano tramite il gioco libero sono in pericolo: in particolare il gioco libero in gruppo permette lo sviluppo di capacità relazionali, capacità di contrattare e mediare, capacità di gestire emergenze e pericoli. Sport organizzati da adulti e tempo libero sottratto al gioco libero hanno, come in un esperimento fatto con ratti e scimmie, stanno provocando blocchi emotivi, chiusura, paura e aggressività. La privazione del gioco sarebbe persino la causa di ansia, depressione e della crescita di bambini e bambine più svantaggiate.

leggi l’intero articolo: Lasciateli giocare

Peter Gray, psicologo e ricercatore del Boston College, dalle pagine del magazine Aeon ha scritto “The Play deficit, Aeon, 18/9/2013; trad. it. “Lasciateli giocare”, Internazionale, 20-26/12/2013; dello stesso autore Free to learn, 2013.