Ripartono le trasmissioni!

“Non ho il dovere di risolvere le difficoltà che creo. Le mie idee possono anche essere sempre un po’ sconnesse, o sembrare anche contraddirsi: conta solo che siano idee in cui i lettori possano trovare materia per pensare da sé.”  LESSING

Ecco i nuovi orari

L’orario della trasmissione 400 colpi da martedì 4 OTTOBRE 2016 sarà:

Martedì alle 19
Sabato replica alle 10:30

PUOI ASCOLTARE QUANDO VUOI TUTTE LE PUNTATE, DA QUEST’ANNO PUOI ASCOLTARE ANCHE SOLO LE INTERVISTE SENZA I BLA,BLA E LA MUSICA! USANDO LA PIATTAFORMA SPREAKER.

RBE si può ascoltare in FM in provincia di Torino e Cuneo sulle frequenze:

87.80 Provincia di Torino; 87.60 in Val Germanasca; 88.00 in Val Chisone 96.55 Province di Torino e Cuneogiocanobambini

RBE SI PUO ASCOLTARE in streaming

Per gli utenti Windows, Linux o MacOSX, il modo più semplice è utilizzare alcuni programmi gratuiti reperibili sul web. In particolare ti consigliamo Winamp e Vlc. Ti basterà copiare il seguente indirizzo all’interno del programma e schiacciare “Play“: http://stream15.top-ix.org:80/radiobeckwith.ogg.m3u


Ho unificato il sito di approfondimento della trasmissione radiofonica 400 COLPI con il mio blog GloBildung. Quindi adesso da 400colpi.net potete avere gli aggiornamenti di tutte le puntate radiofoniche e i relativi approfondimenti con i contenuti multimediali delle persone intervistate (estratti di libri, articoli, recesioni, etc…); continuate a trovare anche altri contributi che prima erano sul blog di persone non intervistate ma sempre sui medesimi temi.

Questa i temi delle puntate e delle persone intervistate dal 2014.Logo400Colpi-1

Bambini ribelli per servire meglio il mercato

Vance Packard ha mirabilmente descritto come il mercato prende la parte dei bambini contro gli adulti, destrutturando il principio di autorità. Le sue parole del 1956 hanno una attualità dirompente. Per lui il mercato compie una subdola azione di cecchinaggio contro i simboli dell’autorità dei genitori, esaltando la ribellione per fini commerciali. Ecco la parte del celebre libro I Persuasori occulti, dove parla di quello che oggi si chiama Kids Marketing. In realtà il mercato esalta la ribellione e l’anti-autoritarismo ma è solo apparentemente libertario.



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Socrate in classe

di MIRELLA NAPODANO *

La speciale attenzione che la cultura contemporanea riserva al piccolo dell’uomo è una ventata di entusiasmo, tale da spazzare le vischiosità del mondo patriarcale, avvezzo da tempo immemorabile ad un concetto patrimoniale della prole. La cultura della contemporaneità ha svelato lo straordinario mondo sommerso dell’infanzia: prodigiose disposizioni all’apprendimento e insospettati potenziali di educabilità abitano la mente infantile, uniti a strumenti di conoscenza e di ricerca che gli adulti presto dimenticano di poter usare. Le potenzialità dell’universo bambino penetrano agevolmente le profondità delle nostre convinzioni, decifrano infallibilmente le nostre opzioni valoriali e concorrono a svelare – a dispetto delle bugie che pure siamo disposti a raccontare – la nudità metafisica dei nostri sentimenti più autentici.

I bambini sono dotati di un fiuto infallibile e di un’irriducibile determinazione a riguardo delle domande radicali dell’esistenza umana, perciò sono spontaneamente filosofi, in virtù di un pensiero filosofico non formale e convenzionale, ma spontaneo ed originario, diretto a rintracciare il significato dell’esistenza quotidiana, come possono confermare innumerevoli testimonianze di genitori e docenti per semplice constatazione diretta e partecipata. In effetti, i bambini sembrano venire al mondo con la speranza di non dover abitare invano questa terra e nutrono una profonda, atavica fiducia nella complicità del cielo a tale riguardo. Il bene e il male, il senso della vita, il bisogno di protezione, lo stupore e il rispetto costituiscono l’incantevole complessità della gestazione culturale (mentale, affettiva, sociale) del figlio, sogni compresi. Sono gli stessi punti sui quali gli adulti, culturalmente aggiornatissimi, politicamente correttissimi e scientificamente rigorosissimi, balbettano farfugliano inciampano o, peggio, restano prudentemente in silenzio.Socrateinclasse

Come molti altri educatori della mia generazione, ho avuto la fortuna di imbattermi nel mondo infantile delle remote contrade rurali ma anche in quello – non meno fascinante – dei sobborghi urbani in piena era consumistica. Mi considero perciò una testimone privilegiata dell’ingegno infantile, di quell’intelligenza esistenziale che si esplica ancora oggi con indicibile grazia nei condomini delle città distratte e decadenti, pur nello stordimento dei miti dell’effimero.

Dei miei primi alunni delle contrade di Ariano irpino, eredi di inequivocabili fattezze longobarde, ricordo ancora i colori: biondi i capelli, ceruleo lo sguardo aperto su un mondo di colline brulle aridi ostili, che a mio padre ricordavano il profilo dei monti dell’Africa Settentrionale dove era stato soldato; ma i loro sorrisi, da me immortalati in poche foto in bianco e nero sviluppate in casa, erano autentici squarci di azzurro. Ricordo ancora l’emozione provata nel vederli per la prima volta decifrare con successo una frase sul libro di lettura: ero sempre ossessionata dall’idea di non fare in tempo ad insegnare a tutti a leggere speditamente prima dell’arrivo dell’estate, ben sapendo che l’afa bruciante dei meriggi estivi trascorsi nei campi avrebbe presto spazzato via le acquisizioni rimaste precarie.Barbiana2

Molti anni dopo ho ritrovato il viso di una di quelle bambine tra le mamme degli alunni dello stesso plesso, in una caotica assemblea di genitori impegnati (o rassegnati?) a discutere più o meno degli stessi problemi di allora. Mi sono sorpresa nel ricordare ancora esattamente il suo nome: il volto quasi inalterato, la corporatura alta, robusta – da contadina – ma il sorriso non era più quello di allora. Anche lei stentava a riconoscermi nei panni di Dirigente scolastica.

E che dire dell’infanzia negata di Lorenzo, alunno di seconda elementare – insolitamente claudicante in una mattina d’inverno – il cui terreo pallore mi insospettì fino al punto da scomodare il medico scolastico. Questi diagnosticò una lussazione dell’anca dovuta alla caduta da un albero, tenuta nascosta dal piccolo per timore delle botte della nonna, cui era stato affidato dai genitori emigrati in Svizzera in cerca di fortuna. Il dolore all’articolazione non gli aveva impedito di compiere a piedi, come d’abitudine, il tragitto di oltre tre chilometri che separava la scuola dall’umido tugurio dove abitava.

Ma ecco che altre facce di alunni ammiccano eccitate dietro un siparietto di stoffa rimediata al mercato e adattata non senza difficoltà al palcoscenico di legno, a sua volta allestito da genitori carpentieri (la manodopera ha sempre inciso molto sulle magre finanze scolastiche). Durante le concitate prove spettava a me la sedia del regista; gli inviti delle recite scolastiche erano intestati con molto sussiego: ‘Collettivo teatrale di Valle’…

Di tanti altri bambini ho conosciuto solo nomi e patologie, sommariamente descritte nelle diagnosi funzionali depositate presso il Gruppo di lavoro per l’integrazione scolastica. Le storie vere, amare, fatte di vane promesse ingiustizie delusioni e piccoli grandi progressi me le raccontavano a turno, ciascuno dal suo punto di vista, genitori ed insegnanti. Un universo dolente, fatto di luci ed ombre: una faticosa quotidianità impegnata a dipingere di colori più vivi creature solo apparentemente scolorite, la cui presenza nelle classi è desinata a far risaltare la diversità, accrescendo di sfumature variopinte lo scenario scolastico.

In qualcuno, come Antonio, erano immediatamente riconoscibili i segni dell’emarginazione sociale: pallido ed emaciato, portava i capelli annodati a codino in prima elementare; era l’ultimo dei molti figli di una famiglia disastrata, dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti e ad altri mestieri altrettanto illeciti, mentre il capofamiglia scontava con la reclusione una pena passata in giudicato. Antonio era bello: qualcosa di fiero, di indomito, attraversava il suo sguardo quando mi diceva che da grande voleva fare il camionista. Tuttavia non riusciva ad imparare a leggere; quando lo vidi pensai alla scuola di Barbiana e a quanto debba essere faticosa la conquista della parola da parte dei poveri… Mi riferì che aveva finanche smarrito il libro di testo nella sua caotica abitazione, caratterizzata da varie forme di promiscuità. I suoi progressi furono lenti – inficiati dalla demotivazione – fin quando non realizzò che per conseguire la patente di guida bisogna rispondere a dei test scritti. Fu allora che Antonio riuscì a far appello al suo residuo di autostima, proiettando il suo incerto Sé nella gratificante visione di un futuro da camionista e imparò finalmente a decifrare quegli strani segni di inchiostro cui la nostra cultura attribuisce tanta importanza.

Una delle cose più belle che abbia mai ascoltato è il silenzio assorto e partecipe di circa duecento alunni riuniti nel Centro Sociale per il rituale appuntamento dei Martedì dell’ascolto. Le domande dei ragazzi interpellavano spudoratamente amministratori, tutori dell’ordine, esperti, testimoni del passato. Quel due giugno del 1996, alla manifestazione celebrativa dei cinquant’anni della Repubblica, di fronte ai ragazzi col berrettino tricolore c’erano anche i marinai in congedo: arzilli vecchietti impettiti nelle loro insegne militari – con molte medaglie appuntate sulle impeccabili divise da cerimonia – insieme a rappresentanti della Resistenza e reduci di guerra. Le loro storie riempirono per un po’ il silenzio della sala; uno di loro terminò il racconto della sua prigionia esclamando “Viva l’Italia”. Ci fu un breve applauso. Un attimo dopo – come per incanto – quell’esclamazione veniva ripresa dall’omonima canzone di Francesco De Gregori, prevista proprio a quel punto nella scaletta musicale, senza che qualcuno avesse potuto o voluto programmarlo con una tale precisione.

Erano ancora mani di bambini quelle che mi conducevano – in un giorno d’agosto – a constatare i danni prodotti da alcuni balordi nei locali della scuola: pareti imbrattate con la vernice acquistata per i lavoretti, disordine di carte stracciate, volgari resti di un bivacco. Allora mi sentii addirittura confortata nel vedere che i ragazzini erano quasi più sgomenti di me: i loro sguardi umidi incrociavano il mio con un Perché? senza risposta.mirella-napodano.jpg

La relazione educativa deve poter stimolare nei ragazzi la crescita di una struttura in grado di reggere il peso dell’esistenza, rafforzando l’identità personale, inducendo a riflettere su di sé e sui valori della vita, per far fronte alle scelte morali in piena consapevolezza ed assunzione di responsabilità. L’insegnante è chiamato sempre più a diventare un consigliere, un partner della conversazione: qualcuno che aiuta ad argomentare piuttosto che porgere una verità bella e fatta. E’ questo il motivo che pervicacemente ci spinge a continuare la riflessione sull’opportunità di fare filosofia con i ragazzi, queste creature variopinte che più e meglio di noi sanno ribellarsi, senza cedere alla rassegnazione, impegnandosi – per quanto possono – nella rivolta contro l’involuzione e l’insignificanza delle istituzioni.


* Premessa autobiografica di Socrate in classe, Le buone pratiche della filosofia dialogica nella scuola, Perugia: Moralcchi, 2008; il libro si pone in ideale continuità del precedente testo Creature variopinte, che è attualmente in fase di allestimento per un’edizione completamente rinnovata del testo, dal titolo: Un mondo di creature variopinte, che presumibilmente sarà in distribuzione nel mese di settembre 2016. In esso infatti vengono descritte in maniera particolareggiata le modalità di espletamento dei laboratori di filosofia dialogica, la metodologia adottata nel laboratorio sperimentale dal’autrice che ringraziamo insieme all’editore.

ASCOLTA LE INTERVISTE A MIRELLA NAPODANO

parte prima

parte seconda

Dieci giorni senza schermi, ecco il racconto

Un libro sotto forma di romanzo che racconta il travolgente esperimento di una scuola in cui gli alunni decidono di fare a meno degli schermi per 10 giorni per essere più consapevoli il resto della vita del potere delle nuove tecnologie. In questo blog abbiamo già ampiamente parlato della rete che sta promuovendo l’esperimento di 10 giorni senza schermo in centinaia di scuole nel mondo. Pubblichiamo la prima recensione in italiano del libro appena uscito da Einaudi-Ragazzi: Dieci giorni senza schermi? che sfida! E’ la traduzione di una recensione pubblicata su Figaro Littéraire*.

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Diario di un pubblicitario

° di Frédéric Beigbeder

Mi chiamo Octave e mi vesto da apc. Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Cielo sempre blu, ragazze sempre belle, una felicità perfetta, ritoccata in Photoshop. Immagini leccate, musiche nel vento. Quando, a forza di risparmi, voi riuscirete a pagarvi l’auto dei vostri sogni, quella che ho lanciato nella mia ultima campagna, io l’avrò già fatta passare di moda. Sarò già tre tendenze più avanti, riuscendo così a farvi sentire sempre insoddisfatti. Il Glamour è il paese dove non si arriva mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma. La vostra sofferenza dopa il commercio. Nel nostro gergo l’abbiamo battezzata “frustrazione post-acquisto”. Non potete stare senza un prodotto, ma non appena lo possedete, dovete averne un altro. L’edonismo non è un umanismo: è un cash-flow. Il suo motto? “Spendo dunque sono.” Ma per creare bisogni si devono stimolare la gelosia, il dolore, l’insoddisfazione: sono queste le mie munizioni. E il mio bersaglio siete voi.Continua a leggere “Diario di un pubblicitario”

Valutare senza voti

Valutare senza voti alle scuole elementari è possibile e anche legale, basta volerlo. Ne abbiamo parlato in questa intervista con il maestro Davide Tamagnini che lo fa normalmente, ha scritto un articolo in proposito ed è intervenuto al seminario SI PUÒ FARE? Laboratorio di ricerca sulla valutazione dal SAC e la rivista Gli Asini.
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Metacognizione: babbuini meglio di bambine/i?

Se i babbuini si divertono con ragionamenti analogici e sono capaci di metacognizione perché a scuola bisogna iniziare solo tardi? Nel centro di primatologia di Rousset, ad Aixen-Provence, i babbuini possono accedere a loro piacimento ad alcuni test cognitivi collocati vicino al loro recinto. Ogni scimmia esegue fino a un migliaio di test ogni giorno. Aumentando via via la difficoltà dei compiti, si scopre che i babbuini sono in grado di usare capacità cognitive elaborate, finora considerate appannaggio esclusivo degli esseri umani, tra cui la metacognizione.(Leggi qui la scheda di Le Scienze, febbraio 2016 metacognizione nei babbuini)Continua a leggere “Metacognizione: babbuini meglio di bambine/i?”

Senza ginocchia sbucciate

Nell’ultimo suo libro Silvia Vegetti Finzi (La bambina senza stella) parla delle risorse segrete dell’infanzia: sono quelle che ogni bambino e ogni bambina ha per poter affrontare tutte le avversità della vita. L’autrice ripercorre alcuni ricordi significativi della sua infanzia alternandoli a delle riflessioni. Continua a leggere “Senza ginocchia sbucciate”

Baby block

Un quarantacinquenne anarchico milanese si ritrova per scelta padre. L’evento lo costringe a guardare indietro nella propria vita per cercare di scorgere il futuro di sua figlia. Ne esce un libro molto divertente, autoironico, leggero ma con domande importanti: Baby-block, (edito da Zero in Condotta, da poco in libreria). L’attesa della nascita diventa un percorso per capire come è diventato attivista anarchico, un interrogarsi su come si può essere padri e ostinarsi a lottare  per una società molto migliore. Sono davvero tanti i pensieri che possono addensarsi in prossimità della venuta al mondo di un essere tanto desiderato, che costringe a guardare la vita con meno ideologie e con una completa apertura all’imprevedibilità del futuro. Ne ho parlato con l’autore.Continua a leggere “Baby block”

Le trappole della maternità

Cosa vuole dire oggi non dimenticare le bambine e perchè è importante nominarle? Come mai le ragazze ancora oggi una volta uscite dall’università rinunciano più spesso dei ragazzi alle loro ambizioni lavorative o comunque al loro slancio verso il mondo? Perché intorno alla maternità si usa sempre un linguaggio religioso che fa riferimento agli istinti naturali? Come incide tutto ciò nella costruzione dell’identità delle nuove madri cresciute dopo la rivoluzione femminista degli anni 70? Continua a leggere “Le trappole della maternità”

Educare al genere senza stereotipi

E’ possibile oggi educare al genere senza ricadere in altri stereotipi o contro-stereotipi? Chi ha interesse a spaventare i genitori per il diffondersi di programmi che lavorano sulla differenza di genere nelle  scuole etichettandoli come “teoria del gender”? Quali sono gli stereotipi da decostruire oggie le sfide per costruire un mondo con meno discriminazioni? Continua a leggere “Educare al genere senza stereotipi”

Lasciateli giocare

Recensione di Vera Schiavazzi a Peter Gray, Lasciateli giocare, Perché lasciare libero l’istinto del gioco renderà i nostri figli piú felici, sicuri di sé e piú pronti alle sfide poste dalla vita, Torino: Einaudi, 2015 *

Arrampicarsi su un albero, giocare alla caccia al tesoro con gli amici, fare una gara di corsa e gettarsi nel fango. Il tutto prima dei dodici anni, e non solo perché lo consiglia il National Trust inglese né perché può sembrare romantico, ma per diventare più creativi e imparare a affrontare la vita con più coraggio e autonomia di chi ha passato un’infanzia tra videogiochi e playstation, senza mai incontrare bambini sconosciuti o sfuggire alla sorveglianza dei genitori.Continua a leggere “Lasciateli giocare”

Come uscire dalla trappola

Questo articolo di Alice Miller* del 1988 è stato prima richiesto e poi rifiutato per la pubblicazione. È qui riprodotto poiché può essere utile come sintesi concreta e divulgativa, con formulazioni non troppo teoriche di alcuni concetti dell’autrice che condannò radicalmente la pedagogia nera .

Si legge continuamente sui giornali come sia ormai statisticamente dimostrato che la maggior parte delle persone che maltrattano i figli hanno a loro volta subito maltrattamenti da bambini. È un’informazione non del tutto esatta, nel senso che non si tratta della ‘maggior parte’, ma di tutti. Continua a leggere “Come uscire dalla trappola”

La pedagogia del tasto play (2)

Il consumo tecnologico disattiva la ricerca informativa: se le cose devono funzionare, non importa nemmeno il come e il perché, l’approfondimento è inutile, la curiosità non si esercita su ciò che ci precede – chi l’ha inventato? Chi l’ha costruito? Da dove viene? Di che materiale è? – perché tutte quelle voci del sapere le archiviamo, delegando ai marchi di sicurezza una generica garanzia sull’utilizzo. Tutta la tensione dell’utilizzatore tecnologico è invece su ciò che segue da qui a poco, sull’incantesimo del funzionamento, sulla magia dello scatto. È anche così che si forma un rapporto con il mondo disinteressato alle origini, indifferente alla natura delle cose, che non interroga ma aspetta, che non chiede ma guarda ciò che arriva. Continua a leggere “La pedagogia del tasto play (2)”

Il gioco del postmoderno

° di Beniamino Sidoti, pubblicato su The Clouds, marzo 2007

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La parola gioco compare spesso negli studi sul postmoderno. Il gioco è l’opposto della “grande narrazione” di epoca moderna e premoderna; il gioco incorpora e mischia, rielabora e distribuisce frammenti da comporre. Se il testo è un riferimento chiuso e stabile, il gioco propone una creazione di spazi, un attraversamento. Continua a leggere “Il gioco del postmoderno”

Il bambino democratico

di Andrea Lanza*

La pedagogia, da subito, dalla fine del Settecento, è animata da quella tensione insita nel voler costituire un legame tra il vecchio e il nuovo in una società che vuole diventare altro da ciò che era. Un secolo più tardi, le nuove pedagogie, quelle per esempio di Montessori e di Piaget, devono confrontarsi alla stessa sfida divenuta ancor più difficile. A metà Novecento, Hannah Arendt mostra quanto la crisi dell’educazione sia intimamente legata alla crisi dell’autorità e della tradizione:Continua a leggere “Il bambino democratico”

Coppie e famiglie: non è una questione di natura

Quali sono le nuove coppie e le nuove famiglie? Perché non si può parlare di famiglia naturale? Cosa ci insegnano le scienze antropologiche e sociologiche sulle diverse forme di famiglia? Le metamorfosi della famiglia postmoderna vedono sempre più coppie non basateContinua a leggere “Coppie e famiglie: non è una questione di natura”

Dipendenze da internet

Come possiamo usare correttametne internet senza esserne dipendenti? Ascolta l’intervista di RBE al medico Paolo Giovannelli. Non è un medico qualsiasi ma il fondatore di ESC Team che ha organizzato il primo incontro internazionale sulle dipendenze da internet. E’ vero che internet può causare dipendenze? Può modificare le capacità di riflettere, approfondire, sentire, concentrarsi? Continua a leggere “Dipendenze da internet”

Perdere tempo per educare

Viviamo in un mondo difficile, soprattutto un mondo veloce. La velocità è caratteristica della modernità e ancor più della postmodernità, che Harvey ha eccellentemente descritto con la categoria di compressione spazio-temporale (1). Nella nostra epoca tutto sembra schiacciarsi sul presente. Il futuro, anziché essere portatore di Progresso, come fu almeno dall’Illuminismo,Continua a leggere “Perdere tempo per educare”

Educare a una cultura emozionale legata alla terra

Intervista a Pablo Romo

L‘enciclica Laudato si’ di papa Francesco pone delle questioni epocali e nuove, ci chiede di pensare ai problemi ecologici dal punto di vista dei poveri e delle povere. Vi troviamo parole molto dure contro le imprese che secondo Pablo Romo faranno molto discutere, perché hanno ascoltato quello che chiedono le chiese povere del pianeta. Pablo Romo è stato stato a fianco delle lotte degli indigeni del Chiapas (nel conflitto tra EZLN e governo del Messico) insieme al vescovo Samuel Ruiz, per poi ricoprire incarichi di primo piano in ONG che difendono i diritti umani e nei domenicani per i diritti umani. In questa intervista Pablo Romo sostiene che l’enciclica propone di educare l’umanità a una nuova cultura emozionale legata alla terra abbracciando così un nuovo paradigma, quello dell’ecofemminismo.Continua a leggere “Educare a una cultura emozionale legata alla terra”

L’infanzia non è un gioco

di Stefano Benzoni *

Innocenti e felici. Voraci ed egoisti. Autonomi e intoccabili. Avidi e seduttivi. Dai bambini vogliamo tutto e il contrario di tutto. Soprattutto vogliamo che siano adulti il più in fretta possibile così da placare la nostra ansia da prestazione di genitori insicuri. Ma la crescita, come una conversazione, necessita di spazi. Di silenzio. Di pause.Continua a leggere “L’infanzia non è un gioco”

Baby promoters e baby consumatori

Sarah è una ragazzina brillante e vivace. Le piace andare alle riunioni degli scout il lunedì, fare danza moderna il martedì ed è appena stata ammessa nella squadra di ginnastica del locale Circolo delle Aquile, il che significa tre allenamenti settimanali e gare in giro per tutto il paese. Ha un buon carattere, che a scuola la trasforma in una piccola “calamita”, sempre al centro del divertimento. Passa molto tempo al computer e ultimamente ha cominciato a usare Internet per giocare e chattare. ConsumingKids

Sarah ha anche un segreto: essendo una ragazzina piena di impegni e con molti contatti, è stata reclutata attraverso la chat-room di un sito per bambini per lavorare come venditriceContinua a leggere “Baby promoters e baby consumatori”

Laudato si’, un documento rivoluzionario

Il modo di produzione capitalistico va cambiato ed esiste una tradizione della chiesa che ha sempre anteposto la dignità umana e i diritti alla proprietà privata, che non è affatto diritto inalienabile. Sono parole del papa e non di Marx o Bakunin. Bisogna ascoltare voci e commenti dalla fine del mondo per capire la portata rivoluzionaria dell’enciclica di papa Francesco. Continua a leggere “Laudato si’, un documento rivoluzionario”

L’educazione popolare di Paulo Freire come alternativa di civiltà

di Giulio Girardi °

Crisi dell’educazione popolare liberatrice all’epoca della globalizzazione neoliberale

La conclusione di un’analisi rigorosa della globalizzazione è per molti educatori e molte educatrici popolari un sentimento di fatalismo e d’impotenza. Un’alternativa è impossibile perché non esiste né può esistere una forma più razionale ed efficiente di organizzare la società. Un’alternativa è impossibile perché non esiste, né può esistere, una forza capace di costruirla, contrapponendosi al blocco dominante: perché dopo il crollo del campo socialista, la correlazione di forze mondiali è totalmente favorevole ai blocchi imperiali, in primo luogo a quello statunitense. Dall’altro lato, gli stessi poveri non credono nei poveri e pertanto non possono arrivare a costruire una forza storica antagonista. Un’alternativa è impossibile perché i blocchi imperiali non dominano soltanto la politica e l’economia mondiale, ma anche la coscienza della gente: inculcano così una cultura del fatalismo, che introietta le relazioni di dominio, considerandole necessarie e naturali.Continua a leggere “L’educazione popolare di Paulo Freire come alternativa di civiltà”

Nuova speranza per il pianeta terra

Leonardo Boff, per prima cosa partiamo dalle reazioni all’Enciclica in America latina: come è stata accolta?

Finora è stata accolta molto bene, persino con una certa perplessità perché nessuno sperava un testo cosi positivo e dentro il nuovo paradigma ecologico. Il Papa ha innovato la discussione proponendo l’ecologia integrale che va ben oltre l’ecologia ambientale dominante. Continua a leggere “Nuova speranza per il pianeta terra”

Una nuova educazione per una nuova cultura

estratto di Laudato si’ di papa Francesco: Enciclica sulla cura della casa comune

Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. (§ 160)Continua a leggere “Una nuova educazione per una nuova cultura”

Teologo e senatore

La ristampa di alcuni scritti selezionati del pastore Tullio Vinay (1909-1996) da parte di un editore non legato alla sua chiesa è una operazione lodevole che suggerisce di collocare finalmente la sua opera religiosa e politica tra quelle di alcuni maestri come don Lorenzo Milani ed Ernesto Balducci. Vinay fu teologo, ma anche senatore indipendenteContinua a leggere “Teologo e senatore”

Che genere immaginare?

Purtroppo chi pratica azioni educative – in sintonia con le indicazioni e le linee guida dell’OCSE e dell’OMS – nel senso di interrogare gli stereotipi decostruendo immaginari sessisti e/o omofobi, subisce negli ultimi tempi attacchi molto violenti da parte della gerarchia della Chiesa Cattolica che ha creato un nuovo nemico: l’ideologia del gender.Continua a leggere “Che genere immaginare?”

Reti sociali online: le libertà in un profilo

di Ippolita pubblicato su Andersen, dicembre 2012

Il primo saggio di Ippolita, Open non è free (Elèuthera, Milano, 2005), evidenziava la differenza tra le libertà del free software movement e l’apertura al libero mercato dell’open source. Il secondo, Luci e ombre di Google (Feltrinelli, Milano, 2007), analizzava e criticava il sistema di conoscenza globale automatizzato di Google. Quest’ultimo Nell’acquario di Facebook prosegue sulla stessa linea di critica dell’informatica del dominio: a forza di dibattere pro o contro le cosiddette nuove tecnologie, non ci siamo accorte di quanto ci abbiano già cambiate. I nostri corpi si sono adattati a vivere tra schermi luccicanti; acquisiamo nuove competenze digitali, letteralmente: le nostre dita maneggiano tastiere microscopiche e touch screen. Le capacità cerebrali di apprendimento sono plasmate dal ritmo martellante del diluvio informazionale.Continua a leggere “Reti sociali online: le libertà in un profilo”

La Sfida dei 10 giorni senza schermi, una formula sperimentata per ridurre il tempo-schermo

di Jacques Brodeur


Se la torta al cioccolato e le patatine hanno sviluppato una dipendenza comparabile a quella per la tv e altri schermi, e che i nostri bambini vorrebbero goderne ogni giorno, anzi più volte al giorno, cercheremmo un modo rapido per staccarli. La differenza tra le torte, le patatine fritte e la TV è che la televisione, controlla l’informazione del pubblico: è lei che sceglie gli esperti e che informa il pubblico. Nessun accademia dell’alimentazione e neppure nessun ciarlatano oserebbe dichiarare pubblicamente che gli adulti non dovrebbero preoccuparsi per l’eccesso di consumo di torte e patatine fritte, e che dobbiamo avere solo fiducia nella capacità di recupero dei giovani, o che ci deve solo aspettare che l’appetito diminuisca, che il fenomeno passi.
Dalla creazione della settimana, senza schermi negli Stati Uniti nel 1995, seguita dallo sviluppo del programma SMART in California alla fine del millennio, (7) la competenza intorno alla riduzione del tempo-schermo si è costantemente arricchita. Nel 2003-2004, la riduzione del tempo-schermo è stata sperimentata dalla scuola materna fino alla fine della scuola superiore attraverso due iniziative distinte, una in Michigan, (8) l’altra in Quebec. (9)

SAPERE, PREREQUISITO DI VOLONTÀ E POTERE
Per preparare i bambini e i giovani a riprendere la padronanza degli schermi in cui si immergono la maggior parte del loro tempo libero, dobbiamo condividere con loro e i loro genitori due tipi di conoscenza. Questa conoscenza deve essere condivisa con gli insegnanti, testimoni e vittime dei danni da sovraesposizione agli schermi.
La conoscenza del primo tipo riguarda i danni conosciuti e scientificamente documentati che si riscontrano nei giovani quando vi è sovraesposizione agli schermi.
I danni comprendono in particolare:
– Bullismo, inciviltà, verbale e abusi fisici,criminali e non;
– Pubblicità rivolta ai bambini, evidente abuso di potere da parte di neurologia / psicologia al servizio del Marketing;
– Disturbi legati ai videogiochi, la disconnessione dalla realtà, il gioco d’azzardo on-line;
– Disturbi alimentari, anoressia, immagine corporea e l’ossessione dell’apparenza;
– La sedentarietà, il sovrappeso, l’obesità;
– Il deficit di attenzione, il disinteresse per la lettura e bassi risultati scolastici;
– Omofobia e misoginia nella musica e nei video musicali;
– Ipersessualizzazione della vita, pornografia, esibizionismo, atteggiamenti sessuali a rischio;
– Pubblicità sessista e relazioni tra i sessi non paritarie;
– L’autostima compromessa, isolamento, depressione, suicidio;
– Abilità sociali, la diffamazione, legami sociali e di fiducia compromessi.
La conoscenza del secondo tipo comprende i risultati di studi ottenuti in seguito alla riduzione del tempo di schermi. I più convincenti sono quelli osservati con i bambini e gli adolescenti che hanno accettato di provare dopo la formazione adeguata alla loro età. In Michigan, in Quebec e in Francia, si è reso necessario regolare le modalità di collaborazione presentate ai genitori e preparare gli esercizi per adeguare gli strumenti forniti agli insegnanti. (10)
Non si preparano le giovani menti alla disconnessione senza precauzioni. L’adagio vale anche qui come per la disintossicazione dei fumatori e degli alcolisti. Il miglioramento del processo di preparazione per il ritiro catodico-digitale si è basata sulla valutazione annuale dei benefici della riduzione del tempo-schermo nel breve, medio e lungo termine.addiction-des-jeunes-a-Internet

VOLERE PADRONEGGIARE GLI SCHERMI CON BAMBINI/E
Sapere come sopravvivere in un mondo altamente mediatizzato, è non solo utile, ma indispensabile. Ma ciò non è sufficiente per generare la volontà. La volontà è il risultato della combinazione di conoscenze e curiosità di vedere se potessimo, noi, insieme ad altri, ottenere i benefici riscontrati altrove. La motivazione degli studenti si costrui
sce un pezzo alla volta: la curiosità si trasforma in interesse, desiderio, volontà di partecipare e determinazione a continuare fino alla fine. Questo percorso è diverso dal pensiero e l’illuminazione compulsivo del subconscio, specifica della pubblicità o della manipolazione commerciale. Per aiutare i bambini a compiere questo viaggio, agli insegnanti sono dati degli esercizi da svolgere in l’aula.
Con i bambini da 4 a 8-9 anni, questi esercizi sono progettati per essere avviat
i a scuola ed essere portati a casa ed essere così completati con mamma e papà. La complicità di scuola e famiglia gioca un ruolo fondamentale nella formazione. I primi esercizi sono di esternare le emozioni, i sentimenti, le opinioni. I bambini sono invitati a disegnare un film che li spaventa.
Disegni di bambini di seconda elementare. (11)
Disegni di prima media. (12)

In seguito si propone di disegnare se stessi per esercitare il loro coraggio con quanto presentato in classe:
1) raccontare un malessere, una paura, una rabbia a qualcuno di fiducia; (espressione)
2) consolare una persona che ha difficoltà, paura o rabbia; (empatia-compassione)
3) bloccare la paura che proviene da un film prima che viene arrivi alla testa. ”Il mio cervello non è un bidone della spazzatura.”
I bambini amano questi esercizi che li tengono in contatto con la loro vita interiore e con il vivere insieme. L’espressione di sentimenti ed emozioni combinata con il potere di poter consolare produce un impatto positivo sulla fiducia dei partecipanti alla
Sfida dei 10 giorni senza schermi.
Poi viene la compilazione del tempo trascorso a guardare gli schermi.
infine, i bambini scrivono una lista delle cose che vorrebbero fare se il televisore e altri schermi fossero spenti. Questo elenco di preferenze personali comprende cinque tipi di attività: da svolgere da soli, con la famiglia, con gli amici, in gruppo, con i nonni. Si prevedono le attività esterne o interne.


SUSCITARE LA VOLONTÀ CON GLI ADOLESCENTI

Con pre-adolescenti o adolescenti talvolta, l’approccio educativo per domande li apre l’accesso al potere in modo folgorante. Ogni domanda è preceduta da una breve desrizione di 3-4 minuti, seguita da uno scambio verbale tra studenti in gruppi di 2 o 3, quindi tutti sono invitati a mettere il loro parere per iscritto. Tutte le risposte sono esatte. Esempi di argomenti che hanno generato scintille nei giovani.
Perché
Matt Groening ha proibito a suo figlio di 12 anni di guardare I Simpson, quando ne era il realizzatore?
A q
uale scopo si le emittenti continuano a cercare i modi per aumentare il pubblico?
Perché
l’esercito americano usa i videogiochi per addestrare le reclute di uccidere?
Come possono contribuire i cartoni animati al deficit di attenzione?
Perché i bambini che guardano la TV di mattina hanno avuto più problemi in classe?
Quali sono i programmi sessisti e misogeni?
Perché i bambini che non hanno schermi nelle loro stanze dormono di più e meglio?

Come fanno i pubblicitari e l’industria mediatica a preparare i giovani a un eccesso di consumo delle risorse del pianeta?
Come si diventa dipendenti nei social network o in Internet, o con i videogiochi?
Cosa è la
nomofobia e come può essere curata?
Come si distiguono gli schermi che usiamo da quelli che ci rendono schiavi?
Perché il Giappone, la Cina e la Corea del Sud hanno creato campi di disintossicazione da Internet?

PADRONEGGIARE GLI SCHERMI TENENDOLI SPENTI E’ ESERCIZIO DI POTERE
Per consentire ai bambini di appropriarsi questo potere, vengono dati loro degli strumenti. In primo luogo, un programma in cui si nota che ci saranno 54 punti da segnare. Questa griglia dà fiducia ai bambini e permette loro di pianificare le volte che decidono di guardare un programma. Non vi è alcun disonore nel vincere una partita 53-1 o 52-2.

Un’altra fonte di energia è l’elenco delle attività offerte dalle organizzazioni locali, tra cui tutti i giovani (con l’aiuto dei loro genitori per i più piccoli), possono compiere delle scelte e incontrare gli amici. Ognuno compila la propria lista con l’aggiunta di singole attività, la lettura o la bicicletta, etc.. Infine, ogni studente riceve un diario personale dove durante la sfida, senza schermi, si annota le sue scelte, segna i suoi punti, esprimere i sentimenti e parla di quello che ha fatto prima della Sfida dei 10 giorni senza schermi, ognuno dei 10 giorni e dopo la fine della sfida.

COME FUNZIONA LA SFIDA DEI 10 GIORNI SENZA SCHERMI?

Come una partita, come un gioco, come un tour de force, una prodezza. L’esperienza ha individuato le condizioni vincenti che hanno raggiunto alti tassi di partecipazione fino al 95%. (13)
In un prossimo articolo, passeremo in rassegna gli strumenti per la vittoria. In ogni comunità, gli organizzatori sono creativi e verificano l’effetto di nuovi ingredienti. Condizione di partenza: l’accordo dei primi due partner coinvolti: il personale docente e il consiglio di istituto. Una volta che l’accordo viene raggiunto, la direzione redige un calendario di preparazione degli studenti, che di solito si sviluppa nell’arco di tre mesi. La stagione in cui gli schermi rimarranno spenti non è rilevante, essendo dimostrato che avremmo potuto ottenere risultati paragonabili in autunno, inverno e primavera. Ogni scuola può quindi impostare il proprio calendario in funzione delle altre attività previste nel calendario scolastico: feste, vacanze, esami, eventi.


ASCOLTA L’INTERVISTA A JACQUE BRODEUR

PROSSIMO ARTICOLO DI J.B. TRADOTTO DA GLOBINDUNG:Treize raisons de réaliser le Défi sans écrans

LEGGI IL PRECEDENTE ARTICOLO SU GLOBINDUNG (la prima parte di questo – qui trovi l’orginale)


NOTE E LINK PER APPROFONDIRE

7. « Qui éduque les préadolescents, les parents ou les médias ? »
8. Stanford SMART (Student Media Awareness to Reduce Television).
9.
Le programme SMART de la Maternelle à la fin du secondaire au Michigan
10. Réduction du temps-écrans au Qu
Outils proposés au Québec et en Franceébec.
11.
Outils proposés au Québec et en France
12. « Des élèves de 2e année ont dessiné un film qui leur a fait peur ».
13. Dessins d’élèves de 6e année.
14. « Treize raisons de réaliser le Défi sans écrans ».

Fantastiche tecnologie moderne … per servire i bambini o per asservirli?

di Jacques Brodeur

Al convegno tenutosi a Parigi 30 aprile 2014, (1) i ricercatori intervenuti hanno analizzato alcuni degli effetti negativi del tempo di esposizione agli schermi per i bambini e adolescenti. In gergo militare, si sarebbe chiamato danno collaterale del bombardamento catodico-digitale. I capi di industrie che utilizzano gli schermi per catturare l’attenzione dei bambini sono ben consapevoli dei danni, ma come i venditori di sigarette di 50 anni fa, negano i fatti e rifiutano di riconoscere la paternità; utilizzano poi le informazioni pubbliche per diffondere l’idea che le accuse provengono da parte di gruppi che sostengono la censura. Essi stanno lottando per dare la colpa agli adulti che lasciano i loro figli davanti alla TV. Fanno di tutto per affascinare i bambini e, quando ci riescono, la colpa è della mamma e del papà.


COMPRENDERE LA REALTA’ PER FRONTEGGIARLA

Per i genitori, la missione è quella di ridurre il rischio, per neutralizzare l’influenza di schermi sulla loro prole e, per quanto possibile, renderli immuni. Missione impossibile, o quasi. Per lo stato, la sfida è quella di prevedere i costi sociali e per riparare i danni, offrendo campi o cliniche di riabilitazione, come avviene negli Stati Uniti, Giappone, Cina, Corea del Sud e il Canada. Tra le misure più comuni si trovano sensi comuni di ogni tipo: non importa, il mio bambino è abbastanza intelligente per gestire il suo consumo di schermo, ci si si arrabbia per nulla, lo lascio fare e vedremo in seguito, ogni generazione ha preoccupato la precedente, non si può fermare il progresso, lo fanno tutti, etc.
Le famiglie sono alla ricerca di un progetto di gioco serio, preparato con cura, equilibrato, con buoni ingredienti, concordato, con esperienza focalizzata sulla condivisione intergenerazionale dei saperi, della volontà e del potere. Ma di quale potere stiamo parlando? Di quello di educare criticamente ai media con favorendo il padroneggiamento degli schermi, senza farsi asservire dagli schermi.

La conferenza di 30 aprile 2014 ha dimostrato che un tale progetto esiste, e che questo progetto è stato costruito pazientemente nel corso degli anni, attraverso tentativi ed errori, trasferimento delle competenze (2) e testimonianze di decine di migliaia bambini, genitori e insegnanti.

DANNI COLLATERALI CONOSCIUTILA VOCE ALLE ESPERTE

In Canada, la Canadian Paediatric Society riconosce che “l’esposizione prolungata agli schermi provoca vari problemi di salute come l’aumento del rischio di fumare, l’alcol e altre sostanze, comportamenti e atteggiamenti aggressivi, cattiva alimentazione e peso in eccesso. A questa lista, altri studi aggiungono, l’ossessione per l’aspetto, la rapida adozione di comportamenti sessuali a rischio e iper-sessualizzazione. Infine, ora sappiamo che il tempo-schermo può anche influenzare l’apprendimento scolastico, tra cui la lettura, primo fattore di successo formativo”. (3)

La sfida è quindi quella di mettere gli schermi al loro posto e l’unico posto che meritano è quella di sevitori, adottando lo stesso atteggiamento verso il consumo di cibo e medicinali di cui si scoprono gli effetti collaterali.

Il 30 aprile a Parigi, due psicologhe e una sociologa hanno condiviso con il pubblico i risultati che regolarmente rilevano durante le loro consulenze professionali e i consigli che forniscono ai genitori sull’esposizione dei loro figli agli schermi. (4)

Eloisa Junier è una psicologa dello sviluppo dei neonati. Lei è irremovibile “nessuno schermo prima dei tre anni!” Secondo lei, dalla nascita, “il mondo di bambini è invaso da tutti i tipi di schermi: televisivi, tablet, telefoni cellulari, computer …” si rammarica che il contatto con lo schermo sia sempre più precoce, sempre più frequente e sempre più esteso. “Non è raro per i bambini sotto i due anni trascorrere 1, 2, 3 ore davanti allo schermo ogni giorno.” L’uso intensivo può influenzare il loro sviluppo e il loro comportamento quotidiano. Ha trovato “vari sintomi quali agitazione, irritabilità, disturbi del sonno.” La psicologa propone quindi una sfida per i genitori: “interrompere tutte visioni di schermi dalla vita del bambino per un mese intero,” e far loro decidere se prolungare l’esperienza nel caso lo trovino interessante. Si lamenta che” le famiglie non sono molto consapevoli dei rischi di questi giocattoli digitali.” E si rammarica che” il loro utilizzo si rivela a volte apprezzato.”
Al presunto stimolo dell’intelligenza dei bambini da parte degli schermi, Heloise Junier risponde che si tratta di “luoghi comuni da parte di imprenditori di marketing e
sedicenti esperti”. Secondo la psicologa, l’argomento fraudolento è utilizzato per stimolare le vendite in un mondo in cui, “la corsa per l’elitarismo infuria dalla culla.” Consiglia ai genitori di non affidare i loro bambini a schermi babysitter, anche quando si sentono sopraffatti o hanno molte altre preoccupazioni. L’oratrice ha chiesto “un approccio di prevenzione che parta culla.”sedia-schermo4

Sabine Duflo è una psicologa clinico presso il Centre Médico Psychologique di Noisy-le-Grand. Nel suo intervento del 30 aprile si è concentrata sull’uso di schermi con figli fino all’età di 11 anni preoccpandosi di come che gli schermi stiano invadendo l’universo famigliare e sociale. Gli schermi stanno fornendo modelli di riferimento di identità e di comportamento ”che il bambino riprodurrà tanto più facilmente se vi sarà stato esposto ripetutamente.” Secondo la psicologa “gli schermi influenzano in modo particolare la capacità di attenzione bambino, la possibilità di iniziare la lettura, la capacità di regolare le emozioni, le modalità di relazioni con gli altri, e in ultima analisi, la sua rappresentazione del mondo. ” La psicologa prescrive che il tempo passato davanti agli schermi sia regolato dai genitori. Si è riscontrato che tale prescrizione comporta ”effetti veloci e molto positivi anche in aree relazionali e comportamentali che potrebbero sembrare a prima vista molto distanti dallo schermo.”

Ha sviluppato una piccola regola che chiama le regola dei 4 passi: non guardare gli schermi del mattino in quanto questo è il momento in cui l’attenzione è più forte; non guardarli durante i pasti della famiglia perché nuoce agli scambi; non prima di dormire, perché il bambino si stanca e il sonno ne viene disturbato; non nella stanza del bambino. Ha aggiunto: ”Penso che se vogliamo che la prossima generazione sappia padroneggiare gli schermi, e non ne divenga dipendente, paradossalmente si deve ridurre al minimo la loro presenza nella vita del bambino, al fine di consentirgli di acquisire una capacità critica per la sua umanità: la capacità di pensare da solo.”

Sophie Jehel è di formazione sociologa ed è maitre de conference in scienze dell’informazione all’università di Parigi-8. (5) In particolare, ha condotto un sondaggio su oltre un migliaio di ragazzi e i loro genitori, ponendo una questione di grande attualità in Europa e in America: “chi educa i preadolescenti i genitori o i media? (6)

Secondo lei le famiglie richiedono un’azione specifica da parte dei responsabili politici: ”Nelle nostre società moderne, dice, i contenuti multimediali sono anche culturali e forgiano i valori della società.” Costata che “i legami che i bambini intrecciano con le società dei media sono parte delle relazioni sociali e culturali. ” I genitori giocano un ruolo centrale e il loro rifiuto (o la loro incapacità) di svolgere questo ruolo ha un prezzo. Per illustrare l’utilità delle politiche pubbliche e il loro ruolo, l’oratrice ha aggiunto: ”se esistono importanti strumenti di regolamentazione pubblica (classificazione di giochi, di segnaletica per la televisione) i genitori potrebbero entrarne in possesso per guidare il consumo dei bambini, contribuendo a ridurre l’esposizione ai contenuti a rischio.” Sophie Jehel si rammarica per ”l’inadeguatezza di questi regolamenti e la loro totale assenza su Internet.


Si possono ascoltare le conferenze di
Sabine Duflo, Héloïse Junier et Sophie Jehel.


ASCOLTA L’INTERVISTA A JACQUES BRODEUR

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NOTE E LINK PER APPROFONDIRE

(1) Colloque tenu à Paris le 30 avril 2014.
http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-accueil.php
(2) Expertise entourant le Défi sans écrans. http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-expe.php
(3) Société canadienne de pédiatrie.
http://www.tv5.org/cms/chaine-francophone/info/Les-dossiers-de-la-redaction/ACTA/p-28653–Digital-detox-faut-il-se-soigner-de-l-overdose-d-ecrans-.htm
(4) Conférenciers du 30 avril. http://jacbro13.com/colloques/paris/c2-conf.php
(5) Sophie Jehel, Université Paris-8, Notes biographiques.
(6) « Qui éduque les préadolescents, les parents ou les médias ? »

Autodifesa digitale

di Ippolita (anticipazione dalla rivista Andersen)

Come si fa a convivere con i dispositivi digitali? Si possono usare senza essere usati? Siamo sotto controllo, senza via d’uscita? E i più piccoli? E i più anziani? E la politica? Che ne è della sfera privata, della sfera pubblica, della vita analogica? Siamo dipendenti dal digitale? Queste sono le domande a cui ci troviamo confrontate nella nostra attività di formatori. Il tema che si dipana sullo sfondo è: posto che individui e collettivi secondo noi dovrebbero tendere alla libertà e non all’apertura (nel 2005 scrivemmo in merito Open non è Free), poiché nel quadro del digitale siamo immerse in un mondo di strapotere e dominio commerciale, quali sono le tattiche per fare autodifesa senza entrare nella dinamica militarista di attacco-difesa? sedia-schermo3

Come crescere in maniera co- evolutiva con gli strumenti digitali? Precisiamo che per noi dipendenza, così come altre parole legate all’uso della Rete (anzi, la stessa parola Rete), andrebbero rinegoziate. Senz’altro, non esistono risposte facili e adatte a tutti. Soprattutto, non esistono soluzioni gratuite. Certo, non possiamo affidarci alle ricette dei Padroni Digitali, le risposte commerciali che ci bombardano senza sosta con «nuove tecnologie» per risolvere problemi che non sapevamo di avere. Costruire mondi comuni in cui vivere bene esige tempo, calma, attenzione. E non si può partire dall’alto, dai grandi sistemi. Nessuno ci ha costretto a connetterci, né a fare login: l’abbiamo fatto volentieri, con entusiasmo, abbiamo accettato le regole del gioco (abbiamo acconsentito ai Termini del Servizio), e se ora ci sentiamo in casa d’altri, spiati e controllati, all’indignazione devono seguire proposte di dignità. Bisogna quindi cominciare dal basso, dai nostri comportamenti quotidiani. Ci siamo adattati alla profilazione perché è comodo farci sezionare da qualcuno che sa meglio di noi cosa vogliamo. I nostri desideri vengono così esauditi senza fatica, che siano oggetti, esperienze, servizi, relazioni.

La critica all’informatica del dominio ci mette a disposizione degli strumenti per capire come siamo arrivati a delegare parti rilevanti delle nostre vite ai Servizi Commerciali Gratuiti. I loro dispositivi sono protesi di arti sani in via di atrofizzazione. Dallo smartphone al navigatore, abbassano il carico cognitivo, rendono più semplici procedure prima semplicemente impensabili, come inviare messaggi a migliaia di persone contemporaneamente, o verificare immediatamente una fonte, un dato. D’altra parte ci abituano a interfacce appositamente studiate per generare assuefazione, e quando ci accorgiamo di reagire alla logica perversa delle notifiche, ormai è difficile ridurre, smettere.

Criticare però è solo il primo passo, a cui molti altri devono seguire. L’obiettivo dell’autodifesa digitale è tracciare il nostro sentiero per creare reti adeguate ai nostri bisogni. E siccome i nodi di una rete collettiva sono gli individui, vogliamo imparare a costruirci identità integre, espressioni consapevoli di corporeità forti, autonome, competenti. Corporeità somato-psichiche capaci di armonizzare digitale e analogico.


Ippolita3Ippolita, “Autodifesa digitale” sarà a breve interamente pubblicato sul mensile di letteratura e illustrazione per il mondo dell’infanzia Andersen. Si ringraziano autore e editore per l’anticipazione.


Ippolita è unIppolita2 gruppo di ricerca interdisciplinare attivo dal 2005. Conduce una riflessione ad ampio raggio sulle ‘tecnologie del dominio’ e i loro effetti sociali. Pratica scritture conviviali in testi a circolazione trasversale, dal sottobosco delle comunità hacker alle aule universitarie. Tra i saggi pubblicati: Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale (Elèuthera 2005); Luci e ombre di Google (Feltrinelli 2007, tradotto in francese, spagnolo e inglese); Nell’acquario di Facebook (Ledizioni 2013, tradotto in francese, spagnolo e inglese); La Rete è libera e democratica. FALSO! (Laterza 2014). http://www.ippolita.net – Idee, suggerimenti: info@ippolita.net

Sortirne tutti insie­me è la politica

Cara signora,

lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.

Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che «respingete».

Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.Continua a leggere “Sortirne tutti insie­me è la politica”

L’entusiasmo dei bambini per gli schermi: preoccuparsi o no?

di Jacques Brodeur *

Genitori, insegnanti e operatori sanitari vedono aumentare ad alta velocità la quantità di tempo che bambini e adolescenti trascorrono davanti agli schermi di tutti i tipi. Curiosi, si interrogano e si rifiutano di stare a guardare con le braccia incrociate. Il potere seduttivo degli schermi aumenta. Continua a leggere “L’entusiasmo dei bambini per gli schermi: preoccuparsi o no?”

Allattamento naturale: ideologia, scienza e comandamenti (2)

di Simona Forti e Olivia Guaraldo

È nell’orizzonte dell’ideologia della Grande Salute (1) che sono state condotte le campagne per l’allattamento al seno, con un vigore di gran lunga più accanito rispetto a quello con cui si propagandava, tra gli anni ’50 e ’70, il latte artificiale come la panacea per il neonato e lo strumento di liberazione per la donna. Con un linguaggio quasi bellico, oltre che mutuato dal marketing, le agenzie sanitarie, l’Organizzazione Mondiale della Sanità in testa, negli ultimi 15 anni hanno ‘messo in atto campagne’, ‘sviluppato strategie’, diffuso informazioni, confezionato opuscoli, organizzato corsi per operatori; tutto in vista dell’obbiettivo supremo: la vittoria nella battaglia finale contro il latte artificiale; la salute futura del bambino passa attraverso la produzione e l’assunzione del latte materno. Sono davvero infiniti i documenti e gli organismi che promuovono pressantemente l’allattamento al seno (2). Continua a leggere “Allattamento naturale: ideologia, scienza e comandamenti (2)”

Allattamento al seno e mistica postmoderna della maternità

di Simona Forti e Olivia Guaraldo

Lungi dal rimanere ‘antagonista’ e radicale, lo spirito che muoveva il massiccio «ritorno alla natura» di una generazione scontenta dei modelli culturali e degli stili di vita imperanti, non tardò molto ad influenzare la comunità medica, soprattutto, e questo non è certo un caso, per quanto riguardava il corpo femminile e il latte materno. (…) L’intento di promuovere l’allattamento al seno in virtù della sua naturale ‘bontà’, della sua capacità di rafforzare non solo le difese immunitarie del bambino ma anche il legame fra madre e figlio, rivela, da un punto di vista biopolitico, interessanti quanto ambigui ‘rovesci della medaglia’.Continua a leggere “Allattamento al seno e mistica postmoderna della maternità”

Senso materiale e politico dell’amore – di Toni Negri

Oggi sembra che non ci sia nessuno capace di intendere l’amore come un concetto politico, ma è per l’appunto di un’idea dell’amore che abbiamo bisogno per cogliere il potere costituente della moltitudine. L’idea moderna dell’amore è quasi sempre limitata alla coppia borghese e ai confini claustrofobici della famiglia nucleare. L’amore è diventato una faccenda strettamente privata. Abbiamo bisogno di un’idea più generosa e molto meno stretta dell’amore. Continua a leggere “Senso materiale e politico dell’amore – di Toni Negri”

La pedagogia del tasto play (1)

Lo sguardo da regista di Pier Paolo Pasolini leggeva a metà degli anni settanta negli oggetti di uso comune i segni della grande mutazione, perché il servizio di tazze che il suo scenografo Dante Ferretti aveva scelto nel film in lavorazione sugli anni quaranta tradiva un’epoca in cui le cose si facevano con cura e sapienza artigiana, lontani dalla serialità e dai codici a barre. Chissà a quante cose siamo così abituati senza farci caso, se un osservatore acuto come Walter Benjamin (*) coglieva persino nell’introduzione dei fiammiferi una trasformazione radicale del Novecento, quella che sostituisce in molti campi a una serie di operazioni un gesto brusco. Quante cose sono oggi regolate da movimenti a scatti – nei vari clic, push, play ecc. della quotidianità – anziché fluidi, in questo tradendo il nostro corpo, che non si muove affatto così ma vi è costretto dagli oggetti?

A questo punto della mutazione l’artigianato è un lontano ricordo, oppure una nicchia per ricchi, o corrisponde alla manodopera sfruttata chissà dove e chissà come, tale da risultare più conveniente della merce seriale ma senza avere più nulla della cura e della qualità che si attribuirebbe al “fatto a mano”. Quanto agli scatti, si sono solo un po’ ammorbiditi ma sono ovunque, ed è diventato difficile farne a meno. Qualunque preliminare, attesa o sospensione del movimento promesso dall’oggetto sarebbe insostenibile nella nevrosi del consumo, per cui se le sigarette si accendessero da sole senza fiammiferi si venderebbero quelle, le tende da campeggio ormai si montano nel senso che lo fanno loro e tu non fai più nulla, i cibi si vergognano dei loro tempi di cottura, che si dimezzano progressivamente come la velocità dei processori dei computer.

Nella stanza del risveglio di un bambino la realtà è già tutta a pulsanti, fuori da qualunque sincronia con l’orologio biologico e dalla logica di movimento del suo corpo, non la tenda alla finestra ma il tasto play è diventato forse il grande educatore, il maestro di vita. Sono così i giocattoli, sempre più e sempre prima elettronici, sono così anche i libri quando incorporano il loro audio o emettono suoni, è così l’automobile che appare al suo sguardo immobilizzato dalla postura di sicurezza del seggiolino come luna park di spie, pulsanti e funzioni magiche, ma è così la casa stessa, perché quando gattona un bambino vede soprattutto prese e copri-prese luminosi, quando si alza in piedi trova esattamente davanti ai suoi occhi pulsanti e manopole di elettrodomestici, e sul tavolino si imbatte certamente in uno dei tanti telecomandi o telefoni di famiglia. È una casa senza leve, dove l’elettronica ha soppiantato la meccanica, e proprio per questo, paradossalmente e potenzialmente, dove un bambino può tutto, compresi i disastri. È una casa dove si impara a essere consumatori, perché nessun congegno è autocostruito, nessuna esperienza è possibile se non quella di agire il gesto previsto dall’oggetto.

“I re non toccano le porte. Non conoscono questa felicità,” scriveva Ponge (*) ricordando il piacere della scoperta di persona, con quel quadro sul mondo varcato a poco a poco attraverso la spinta di un pomello e poi richiuso, nella magia delle stanze…, e allora il bambino-re messo sul trono della consolle della cameretta tecnologica che cosa si perde mentre è noto il potere guadagnato, cioè il telecontrollo della materia circostante? Se gli oggetti educano, qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play? Proviamo a fare una rassegna di ipotesi sul condizionamento indotto, sugli atteggiamenti alimentati certamente in chi esordisce nella vita sotto questa cultura materiale, ma forse anche in noi che la abitiamo da adulti.

La passività, innanzitutto, mascherata da potenza: l’azione è eterodiretta, per cui difficilmente possiamo fare qualcosa che non sia previsto dalla merce, e sotto la fantasia del dominio aumenta in realtà la nostra dipendenza da una mediazione tecnologica che agisce per noi. A fare play non è il bambino ma il giocattolo, letteralmente è il giocattolo che gioca, suona e recita, chi è di fronte schiaccia e assiste, come davanti a un televisore. Ma poiché la tecnologia è complessa, per semplificarne l’utilizzo e renderla accessibile al popolo non si può che mascherarla, inventare le funzioni che dialogano con i nostri modi comuni di agire, decidere per noi cosa dobbiamo fare e predisporre automatismi. Quale idea del mondo, quindi: la realtà come spettacolo, noi come pubblico, l’eliminazione della fatica o dell’apprendimento, la promessa implicita che tutto ci è dato, ed è qui per noi, non per intrinseca necessità o autonoma esistenza, l’impossibilità di incontro e casualità, sotto il nostro primato di spettatori a cui il mondo deve la sua recita. 

SEGUE SECONDA PARTE


FRAMMENTO TRATTO DA:laffi

Stefano Laffi, La congiura contro i giovani, crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Milano: Feltrinelli, 2014, pp. 35-40

LEGGI LA RECENSIONE

ASCOLTA L’INTERVISTA A STEFANO LAFFI

Amore e rivoluzione della moltitudine

Di ritorno dalla Spagna, Toni Negri, dopo avere rievocato le caratteristiche della moltitudine che sta erodendo le basi di dominio dell’Impero, ritorna (NELL’INTERVISTA SU RBE) su alcuni temi etici su cui aveva riflettuto a lungo prima della scrittura della trilogia (Impero, Moltitudine, Comune) che lo ha reso maggiormente celebre. Le riflessioni di Negri sulla moltitudine come protagonista della rivoluzione affondano le radici nelle ricerche in carcere e in esilio (a cui andò incontro per reati d’opinione) su alcuni autori e temi: Spinoza, Giobbe e Leopardi. Per meditare dolore, sofferenza, sconfitta, ma anche gioia, potenza, amore. Su questi autori inizia e si sviluppa la riflessione filosofica di Negri meno conosciuta, la sua riflessione etica, di cui parla nellintervista.Continua a leggere “Amore e rivoluzione della moltitudine”

I bambini sono per la maggior parte poveri e i poveri sono, per la maggior parte, bambini

Giorno dopo giorno, si nega ai bambini il diritto di essere tali. I fatti, che si burlano di questo diritto, impartiscono i loro insegnamenti nella vita quotidiana. Il mondo tratta i bambini ricchi come se fossero denaro, affinché si abituino ad agire come agisce il denaro. Il mondo tratta i bambini poveri come se fossero rifiuti, affinché diventino dei rifiuti. E quelli che stanno in mezzo, Continua a leggere “I bambini sono per la maggior parte poveri e i poveri sono, per la maggior parte, bambini”

Valutazione insegnanti? Perché no?

La qualità degli insegnanti fa discutere politici e sindacati in tutto il mondo. Sembra che nessuno abbia trovato un modo per migliorarla. Ma per quanto complessa e difficile la professione docente non deve essere valutata? Forse le domande dovrebbero essere da chi? e a quale fine? Ma non se sia il caso. Un altro articolo tradotto da Internazionale ripropone la questione.Continua a leggere “Valutazione insegnanti? Perché no?”

Autonomia scolastica e mercificazione

Da oltre 30 anni dietro le riforme della scuola si nascondono in tutto il globo tendenze simili con tre scopi: creare un mercato mondiale dell’istruzione, mercificare l’istruzione e far emergere i mercati delle tecnologie informatiche. Nico Hirtt ha già descritto brevemente la creazione del mercato mondiale dell’istruzione (leggi post precedente), ma la scuola al servizio del mercato è aspetto da distinguere dalle privatizzazioni: è il motivo per cui oggi non si parla più di democrazia ed equità di accesso all’istruzione ma si parla di efficienza dei sistemi di istruzione.Continua a leggere “Autonomia scolastica e mercificazione”

Autonomia scolastica e privatizzazioni

La riforma della scuola proposta dal governo italiano non è che un piccolo tassello di un trend globale, che dietro le parole di riforma, autonomia, competenze, decentralizzazione, professionalità docenti e accountability, nasconde dei piani precisi anche se contraddittori. La scuola è dei privati, delle famiglie. Piani riformisti solo per i benefici portati alle aristocrazie finanziarie del globo. Continua a leggere “Autonomia scolastica e privatizzazioni”

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)

Con la seconda parte dello scritto di Franco Lorenzoni, che ringrazio per il contributo offerto a GloBildung, continuano le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica.

Scava più il lombrico reale o quello virtuale?

Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)”

Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)

Continuiamo le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica con uno scritto di Franco Lorenzoni in due parti, ecco la prima.

Elias Canetti, in quello splendido romanzo sulla percezione infantile del mondo che è La lingua salvata, racconta di essere grato a sua madre per il senso di vastità che gli ha saputo donare. Continua a leggere “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)”