Autismo virtuale, schermi, i pericoli da 0 a 4 anni

Negli anni Ottanta si iniziava mediamente a guardare la tv a quattro anni, adesso si comincia a stare davanti a uno schermo a quattro mesi, quando il cervello non distingue ancora colori e forme e non è strutturato per l’apprendimento del linguaggio. A partire dal 2005, Anne-Lise Ducanda [il suo diffusissimo video sull’autismo virtuale è finalmente tradotto in italiano, guardatelo e diffondetelo!] e Sabine Duflo, psicoterapeute che lavorano nei servizi sanitari della periferia parigina, hanno registrato un aumento esponenziale delle patologie legate ai disturbi dello spettro di autismo, dell’attenzione e del linguaggio.

Hanno quindi analizzato il ruolo del tempo-schermo in età prescolare e sono riuscite a identificare una nuova psicopatologia, da loro definita «autismo virtuale»: bambini tra i due e i cinque anni che non capiscono una semplice consegna, che non si muovono o, al contrario, sono molto agitati; scappano e buttano tutto per terra; non tollerano la frustrazione quando viene detto loro di no; urlano, si rotolano sul pavimento; a volte sono aggressivi, mordono, picchiano e graffiano, oppure hanno gesti inappropriati; fissano una luce, una finestra; giocano sempre con lo stesso giocattolo, con stereotipie, indifferenti al mondo che li circonda; bambini che spesso non reagiscono nemmeno quando viene pronunciato il loro nome, non giocano con gli altri, non parlano o lo fanno in ecolalia, oppure ripetono parola per parola la domanda che viene loro posta. Spesso questi sintomi sono assimilabili ai disturbi dello spettro di autismo, per i limiti di comunicazione e interazione sociale, nonché per le attività e gli interessi selettivi. Si parla però di autismo virtuale perché i sintomi scompaiono non appena si interrompe il tempo-schermo. Intervenendo nel dibattito, Daniel Marcelli – presidente della Société française de psychiatrie de l’enfant, de l’adolescent et des professions associées, nonché membro del Colletivo Surexposition écrans (CoSE) – ha parlato di evidenze cliniche che caratterizzano l’«esposizione precoce ed eccessiva agli schermi in tutte le loro forme (EPEE)».

Il testo è tratta da, S. Lanza, Perdere tempo per educare, educare all’utopia nell’epoca del digitale, 2020

Pubblicato da Simone Lanza

Sono nato nel 1971 a Milano, ma ho avuto la fortuna di scegliere di migrare e finora ho cambiato 18 dimore. Vivo con S. che ha messo al mondo A. e insieme riempono la mia vita di gioia e rendono le fatiche più leggere. Lavoro attualmente come maestro elementare presso la scuola all’aperto Cesari (Niguarda, Milano). Conduco la trasmissione radio 400 COLPI su RBE. Ho lavorato nella cooperazione sociale come direttore di cooperativa, responsabile del personale e responsabile economico-finanziario. Dal 2001 al 2005 sono stato vicedirettore del centro ecumenico di Agape. Dopo la laurea in filosofia a Urbino nel 1998, avevo conseguito il master in cooperazione e sviluppo a Pavia e quello di management delle imprese sociali a Torino; recentemente ho conseguito anche la laurea di scienza della formazione a Torino. Nella cooperazione internazionale avevo lavorato in Chiapas e, in Italia, nell’ambito della formazione di cooperanti. Ho pubblicato qualche articolo di carattere antropologico, etico e politico. Ho collaborato con gruppi di appoggio zapatisti e di solidarietà con i migranti; ho organizzato seminari e conferenze su diversi temi legati alla globalizzazione e all’educazione, insomma ho contribuito e continuerò a contribuire alla circolazione e contaminazione di idee per costruire un mondo con meno ingiustizie sul pianeta terra.

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