Natale o Babbo Natale?

Il Natale è sempre più una festa consumistica. Il senso del Natale sfugge sempre più, sia esso un senso laico o religioso. Nella modernità il Natale è sempre stata la festa dell’intimità, della famiglia, e forse anche per questo, è stato selezionato nel tempo come la festa per eccellenza. Per capire come mai oggi i bambini e le bambine scrivano lettere a Babbo Natale per esigere regali, mentre la magia del dono sembra svanire, occorre forse guardare indietro nel tempo, e non solo alla Coca Cola che, in parte giustamente, si vanta di averlo inventato.

Il Natale è sempre di più un carnevale. Lo capiscono bene i bambini che, circondati da così tanti Babbi Natale, devono dire: ma quello è finto, quello è qualcuno mascherato. Babbo Natale però è da poco il protagonista del Natale, al punto che qualcuno l’ha chiamata la festa di Babbo Natale. Chi era prima protagonista? Cosa era il Natale un paio di generazioni fa? E una decina? E dove è finito Gesù bambino? Lui sì che, da quando ci sono le email, di letterine non ne riceve quasi più…

C’è chi dice che Babbo Natale sia stato inventato dalla Coca Cola, chi che esisteva già prima. La verità sta nel mezzo. Prima di tutto però bisogna ricordarsi che il Natale, come festa, è stata fin dalle sue origini moderne la festa del bambino e della famiglia. Non si tratta più di una grande festa collettiva, di piazza o di chiesa, ma di una festa di famiglia racchiusa nella sua intimità, raccolta intorno al camino. La festa della famiglia, quell’unica volta all’anno in cui i parenti si riuniscono (esclusi matrimoni e funerali). Questo concentrarsi sulla famiglia è uno stringersi (chiudersi?) della famiglia intorno ai bambini. Così il Natale è la festa dell’infanzia per eccellenza. Insieme alla modernità, il Natale si laicizza sempre più, si separa dal suo significato religioso e unisce con una sola e unica festa “non credenti e credenti” – come ci spiega lo storico Ariès (medievalista, storico dell’infanzia e della famiglia). Rispetto ai secoli precedenti, dal XVI secolo, il Natale non subisce più la concorrenza di altre feste come l’Epifania e la Pasqua, e si piazza definitivamente primo in classifica: “lo straordinario successo del Natale nelle società industriali contemporanee, sempre più restie alle grandi feste collettive, è dovuto al fatto di avergli trasferito, per il suo carattere familiare, le prerogative della festa di San Nicola”. A Natale si celebra così il sentimento moderno dell’infanzia e della famiglia, Ariès dice “dell’infanzia nella famiglia”. Tra le figure moderne del Natale, è solo nel XX secolo (anzi direi negli ultimi decenni del XX secolo) che Babbo Natale prende il posto di Gesù Bambino e San Nicola. In pratica, stiamo festeggiando una festa con modalità inventate nell’era digitale.

La CocaCola – come tutta la pubblicità – promuove non solo un prodotto ma un bene, nel duplice senso di merce e di valore, un oggetto e uno stile di vita; un certo bene delle cose, in questo caso il bene che promuove è il consumo. Il Natale con il Babbo Natale rosso (espropriazione di un altro simbolo?) che conosciamo è la celebrazione del consumo. Il Babbo Natale nel suo costume che conosciamo è quello scelto, tra molte iconografie precedenti di San Nicola, nelle prime pubblicità della CocaCola degli anni 30.

Questa immagine è stata egemonica, al di là delle aspettative della stessa CocaCola, (un Logo comunque presente negli angoli più sperduti del mondo, con la capacità di raggiungere moltissimi paesi nelle foreste dove non arriva nemmeno la Croce Rossa Internazionale). C’è quindi da chiedersi perché sia stata così vincente. Siccome la risposta potrebbe essere fin troppo semplice, è forse lecito farsene di ulteriori. Che tipo di disillusioni genera questa ostentazione seriale di Babbo Natale? Che pedagogia della disillusione promuove questo Babbo Natale?

Babbo Natale si vede ma non esiste, e in questo senso è l’esatto contrario del mondo incantato dove ciò che è magico esiste ma non si vede. La società dello spettacolo mostra tutto, dissolvendo il senso della cosa mostrata. L’immagine occulta perché è spettacolo. Questo Natale il cui protagonista è Babbo Natale, toglie progressivamente l’immaginazione. Bambini e bambine si muovono oggi in centri commerciali dove Babbi Natali, palesemente finti, si rivolgono loro da tutte le parti. Non offrono doni, ma chiedono chiaramente di consumare! Consumare! Consumare! Il loro messaggio unico è: scrivete lettere a Babbo Natale, chiedete, pretendete, il vostro diritto è quello di consumare! La libertà è quella di scegliere, di scegliere, di scegliere ma non il vostro futuro ma solo cosa consumare. A Natale, secondo un vero e proprio inno (o pubblicità?) natalizio cantato persino nelle scuole, puoi fare quello che non puoi fare mai!

Sicuramente un senso del Natale – un senso che con un termine moderno potremmo definire senso laico del Natale – consiste nel cerimoniale dei doni. Lo scambio dei doni contraddistingue le feste da sempre, lo scambio di oggetti e spiritualità non è certo prerogativa cristiana, anzi il cristianesimo l’ha ereditata. Mauss ne aveva descritto il funzionamento: lo hau, lo spirito che obbliga a ricambiare il dono, permette che la reciprocità sia un fatto sociale totale. Le vite si mescolano tra loro e così le persone e le cose, confuse insieme, escono ciascuna dalla propria sfera e si confondono. Oggi però, molto più che ieri, ciò che caratterizza il Natale è la sproporzione esagerata di regali per l’infanzia. La cosa più tragica sono i genitori che chiedono la lista dei desideri dei figli, perché non sanno davvero quali sono i loro giochi preferiti, lo scambio di oggetti compensa la mancanza di uno scambio affettivo.

NavidadEsquivel

Anche da noi passerà ‘sto Babbo Natale, anche se nessuno sa esattamente come sia, perché nessuno l’ha mai visto. Eppure aiutare bambine/i a trovare un significato del Natale appare oggi compito arduo se non impossibile, sia che si dia un significato laico sia che se ne dia un significato religioso: ovunque una medesima immagine stereotipata di Babbo Natale si impone sul Natale, l’ombra del consumismo si aggira per l’Europa con le sue finte renne. E se pensassimo al Natale come vera festa nascita?

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[Citazioni: Philippe Ariès, Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, Roma,-Bari, Laterza, pp. 421-424]

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Simone Lanza

Sono nato nel 1971 a Milano, ma ho avuto la fortuna di scegliere di migrare e finora ho cambiato 18 dimore. Vivo con S. che ha messo al mondo A. e insieme riempono la mia vita di gioia e rendono le fatiche più leggere. Lavoro attualmente come maestro elementare presso la scuola all’aperto Cesari (Niguarda, Milano). Conduco la trasmissione radio 400 COLPI su RBE. Ho lavorato nella cooperazione sociale come direttore di cooperativa, responsabile del personale e responsabile economico-finanziario. Dal 2001 al 2005 sono stato vicedirettore del centro ecumenico di Agape. Dopo la laurea in filosofia a Urbino nel 1998, avevo conseguito il master in cooperazione e sviluppo a Pavia e quello di management delle imprese sociali a Torino; recentemente ho conseguito anche la laurea di scienza della formazione a Torino. Nella cooperazione internazionale avevo lavorato in Chiapas e, in Italia, nell’ambito della formazione di cooperanti. Ho pubblicato qualche articolo di carattere antropologico, etico e politico. Ho collaborato con gruppi di appoggio zapatisti e di solidarietà con i migranti; ho organizzato seminari e conferenze su diversi temi legati alla globalizzazione e all’educazione, insomma ho contribuito e continuerò a contribuire alla circolazione e contaminazione di idee per costruire un mondo con meno ingiustizie sul pianeta terra.

1 commento

  1. caro Simone, ma lo sai che la tua letterina di Natale sta giungendo insieme con la proposta di orologi swatch? Che bizzarria! provo a ricambiare:

    *Domani una grande occasione*

    Poi dopodomani, se occorre, torniamo pure come prima, si ricominci pure a fare le carogne, a litigare, a odiare, a cercar di fregare il prossimo, si riprenda pure ad amare così ridicolmente noi stessi, a sfogare le basse cose dell’animo. Ma domani! In gamba, o amici, signore e signori… Dopo cinque anni di pausa, domani per la prima volta viene offerta un’eccezionale occasione (ed è inutile ridacchiare con quell’aria superiore, diciamo pure cretina, come fa quel signore là in fondo). Dopo cinque lunghi anni lo spirito del vecchio Natale sarà di nuovo fra noi, un po’ dappertutto, questa antica favola che non si consuma mai. Non soltanto nelle chiese, ma anche fuori, a San Babila e alla Bovisa, all’ospedale e tra le macerie, sui marciapiedi di via Padova, nei cimiteri, nei tram e nelle guardine, Dio Santo, e basterà veramente poco, basterà fare così con la mano perché diventi anche nostro. “Non vi domandiamo di impegnarvi. In seguito, se lo riterrete necessario, tornerete pure alle solite carognate. Non vi chiediamo giuramenti o promesse. Più tardi, insomma, si vedrà. Ma domani! Dopotutto è il primo Natale decente dopo tanti anni, ce n’eravamo quasi dimenticati… Dimenticate per un giorno i soldi, il dolore, il sangue… Un’occasione simile vi capiterà solo una volta all’anno. E voi, giovanotti, che solitamente siamo costretti a giudicare molto male, lasciate stare il mitra, domani… Cercate anche voi una stanza calda di umana simpatia e statevene quieti un pochino. Per le strade deserte passeranno cittadini con pacchetti di biglietti da mille e diamanti? Guardateli, se mai, dalle finestre senza spaventarli… Cercate anche voi di sorridere con le vostre caratteristiche facce patibolari; date a titolo di esperimenti dieci lire al povero, accendete lumini, costruite presepi, entrate magari in chiesa un istante a vedere, se non altro, per quello che costa. Scommettiamo che le vostre facce non saranno più tanto patibolari. Almeno domani, ripetiamo, in via assolutamente provvisoria, senza impegni per l’avvenire.

    Dino Buzzati

    Il Corriere della Sera – lunedì 24 dicembre 1945

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