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L’ingiustizia del voto a scuola

A scuola ogni anno si ripete il triste rituale dei voti, un rito che per poco tempo permette al corpo docente di esercitare l’autorità spesso perduta in tutti gli altri giorni di scuola. Per i bambini e le bambine più piccole – chi è in prima o seconda elementare, ma troppo spesso anche dopo – il rituale ottiene quello che spesso i riti di passaggio si prefiggono: il trauma.pagella2

Che la scuola sia già di per sé un trauma è una verità spesso sottovalutata: la scuola è la prima mediazione tra famiglia e mondo, e in questo senso un trauma positivo; ma il trauma del voto non ha carattere positivo. Voti bassi bloccano l’entusiasmo e non danno la sensazione di apprendere. Demotivano. Con buona pace di chi è davvero convinto (senza alcuno studio scientifico su cui basarsi) che il bastone serva a far capire persino senza la carota! Il mantra dei voti bassi, specialmente il primo quadrimestre!

Il trauma del voto è una ingiustizia, e basta. A cosa serve dare 6, 7, 8, 9 o 10 in italiano, matematica, geografia o tecnologia nella scuola elementare? Più utile sarebbe dire a bambini/e cosa sanno fare bene, cosa hanno imparato e su cosa fanno fatica. Soprattutto più utile sarebbe ascoltare da loro cosa piace, cosa non piace, chieder loro di fare un bilancio, farlo insieme a loro. Un bilancio vero,  insomma fare con loro una valutazione (quel dare i numeri ha preso il nome di documento di valutazione!) partendo dall’autovalutazione. Un lavoro che viene svolto in modo minoritario nelle scuole italiane, soprattutto da quel giorno in cui vennero ripristinati (non c’erano dagli anni 70).Barbiana1

I voti a scuola sono una tremenda ingiustizia per almeno due ragioni.

In primo luogo perché dannno un marchio di provenzienza; quello che viene valutato non è la fatica dell’apprendimento ma il livello raggiunto. Nella mia esperienza ho potuto misurare che spesso i progressi maggiori vengono fatti da bambini e bambine che (per provenienza familiare, culturale, suola materna, etc…) ne sanno di meno. Cioè si dà solo 6 a chi ha fatto di tutto per migliorare, anzi molto spesso fa più degli altri, avanza oggettivamente di più. Eppure mai colmerà quel gap iniziale con cui è arrivato al primo giorno di elementari! Si dà 10 a chi in prima elementare sapeva già scrivere e non ha imparato molto…

In secondo luogo il voto non aiuta bambine/i a valutare per migliorare. Cosa vuol dire 8 in italiano? Capisce? Scrive? Che errori fa? Come si esprime? Quali sono i punti di forza? Cosa può migliorare? A tutte queste domande a cui una corretta valutazione dovrebbe dare risposte, magari provvisorie e discutibili, il voto non risponde, perché non può rispondere, può solo marchiare, come il timbro sulle uova: traccia la provenienza. Ma soprattutto il voto è una facile scorciatoia per non farsi domande, per non dialogare con bambini/e. Insomma il voto serve a evitare la valutazione, e fare veloce, non fa perder tempo!

Il voto è traumatico perché a sei (7, 8, 9, 10, etc…) anni i bambini e le bambine già hanno le loro potenzialità di apprendimento già determinate. Una brava insegnante nelle prime due settimane di scuola sa già dire se alla fine dei cinque anni quel bambino o quella bambina sarà bravissimo/a, discreto o sarà sempre tra gli ultimi. Recenti studi di economia sul capitale umano (Heckman) hanno dimostrato scientificamente quello che qualsiasi insegnante con una minima esperienza e capacità sa: le motivazioni, le capacità relazionali e l’amicalità, l’estroversione, la coscienziosità, la stabilità emotiva e l’apertura all’esperienza, cioè le«soft skills», sono quelle che determinano motivazione, poi concetrazione, etc… e faranno poi la differenza. Queste capacità si sviluppano nei primi 6-10 anni di vita e in età adulta determinano il capitale umano… mentre in età evolutiva sviluppano il potenziale di apprendimento.

I voti si presentano con il carattere oggettivo ed esaustivo, ma sono un arbitrio dannoso. Si presentano in modo impersonale, ma nascondono una modalità relazionale. Chi entra in relazione educativa sa che non può non prendersi la responsabilità di valutare, e che i voti non sono assolutamente adeguati.

Scopo non dichiarato dei votiè è quello di spostare la responsabilità, dando la colpa del mancato apprendimento all’alunno o all’alunna: se non ha imparato è perhé non si impegna, non studia, non è capace. Per ogni voto che non è un 10, i docenti, miei colleghi e colleghe (maestre/i, prof), farebbero meglio a chiedersi cosa non hanno fatto loro per insegnare meglio. E prima di compilare le pagelle farebbero bene a leggersi sempre qualche paginetta di quel libro che qualche alunno scrisse loro, visto che (inclusi ministri, accademici, scrittori, etc…) non sono stati in tanti a prendersi la briga di scrivere una Lettera a una professoressa.

Per fortuna ci sono scuole dove i documenti di valutazione non hanno voti. Insegnanti che chiedono l’abolizione dei voti. Per parte mia darei 10 a tutti/e per l’impegno e la passione, le qualità più importanti, consigliando ai genitori di prendere la pagella e buttarla nel primo cestino. Se invece è stata postata online (pare che oggi non ci si degna nemmeno di parlarne e consegnarla a mano!), per parte mia ci potrebbe rimanere senza nemmeno un click. Si mediti  e si prenda esempio invece da quanto scrisse la grande filosofa Arendt: in casa mia “non si discuteva mai di voti perché lo si considerava un argomento non degno.”

SL

 

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Questa voce è stata pubblicata il 30 gennaio 2018 da in globalizzazione, scuola con tag , , .

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