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L’ambiguità

° di Irene Ruggero

Questo libro non è rivolto solo ai cosiddetti esperti della psiche, ma ad un pubblico più vasto, che Argentieri cerca di raggiungere con un linguaggio colloquiale e piano, che nulla toglie alla profondità delle sue riflessioni. Ambiguità

Argentieri si rivolge allo strumento psicoanalitico per esplorare i variegati territori dell’ambiguità, caratterizzata dalla convivenza nel mondo interno di aspetti fortemente contraddittori del pensiero, senza che questo generi alcuna manifestazione di conflitto o di disagio.

Due semplicissimi esempi, tanto per capirci: proclamare che l’evasione fiscale è una piaga per l’economia del paese e continuare tranquillamente a praticarla; affermare che il flusso di immigrati clandestini deve essere drasticamente interrotto e utilizzare nel privato i loro servizi. Il disagio e lo sconcerto di fronte all’incoerenza viene spesso sperimentato dall’analista come vissuto controtransferale specifico.

Argentieri tenta di discriminare l’ambiguità da concetti contigui come dubbio, ambivalenza, menzogna, opportunismo, ipocrisia… l’area indagata costituisce un territorio di confine: tra conscio e inconscio, tra interno ed esterno, tra individuale e collettivo, tra patologia e etica. L’ambiguità si organizza talvolta in “picchi di malafede”, in cui l’inganno viene fatto in una certa misura anche a se stessi; è qui “in atto un funzionamento ‘multiplo’ di vari ‘sistemi’ dell’identità del paziente, relativamente coerente a piccolo raggio, ma assolutamente incoerenti e non integrabili a raggio globale”. Il meccanismo di difesa operante è sostanzialmente quello delle scissione tra parti di sé” (tanto per intenderci, nella malafede – a differenza da quanto accade nella menzogna deliberata – la mano destra sembra non sapere quello che fa la sinistra). Qualora rappresenti un tratto caratteriale stabile, la malafede rivela disturbi identitari più estesi e pervasivi.

Uscendo dalla stanza di analisi e volgendo lo sguardo alle persone qualunque, vediamo che quello che sul piano personale può configurarsi come un sintomo, si manifesta nel più ampio consesso sociale come una diffusa “micropatologia”: “è grazie ai meccanismi della malafede” – ci avverte Argentieri – “che tante persone ‘per bene’ possono entrare in collusione con gli aspetti deteriori del vivere civile e della politica, con la corruzione e la degradazione di tante strutture istituzionali: clientelismo, assenteismo, evasione fiscale, complicità marginali con il potere… e ancora più distrazione, omissione e indifferenza di fronte all’ingiustizia”: le microscissioni all’interno dell’Io interrompono infatti i legami associativi tra i diversi contesti, permettendo così la convivenza senza conflitto di aspetti potenzialmente contraddittori di sé. Obiettivo finale, evitare il conflitto, sottrarsi alla complessità e alla responsabilità di scegliere e continuare a godere di una buona autostima, sentendosi “protagonisti di scelte ideali senza pagare il prezzo della coerenza”.

Piccoli crimini della coscienza”, come li definisce Argentieri, che però hanno conseguenze importanti nella degradazione generale della convivenza civile. In questa “ambiguità del pensiero”, che consente di far convivere dentro di sé aspetti fortemente contraddittori senza avvertire e manifestare disagio, Argentieri individua una caratteristica specifica della nostra epoca, che costituisce al tempo stesso il sintomo di un disturbo cognitivo e il segnale di una carenza morale, “in una deriva silenziosa ma inarrestata, che può far scambiare la frequenza statistica con la normalità”. Ci troviamo in una zona grigia tra normalità e perversione.

Secondo Bleger, un’importante analista argentino citato da Argentieri, all’origine della nostra esistenza non esisterebbe ancora un io compatto ma solo un ‘nucleo ambiguo’ e il funzionamento psichico opererebbe nel registro della non differenziazione, della malleabilità, della non discriminazione cognitiva e morale; è a questo funzionamento ambiguo che ciascuno di noi può regredire, in situazioni di minaccia e di pericolo, per ridurre la consapevolezza della sofferenza. 

Di particolare interesse mi sono sembrate le pagine in cui Argentieri esplora la complessa relazione tra tolleranza e ambiguità: da una parte, l’intolleranza si configura come il frutto di una radicale polarizzazione dell’ambiguità, in quanto costituisce difensivamente confini rigidi e impermeabili (la maggiore intolleranza si attiva spesso quando sono in gioco piccole differenze); dall’altra la tolleranza stessa può costituire una forma clandestina di intolleranza, come quando sfuma nell’annullamento delle differenze e regredisce all’ambiguità della non differenziazione. È così che intolleranza e falsa tolleranza possono rivelarsi come le due facce “della vile medaglia dell’ambiguità”. La vera tolleranza è piuttosto la capacità di sopportare le differenze, l’alterità, il conflitto intrapsichico. L’intensificarsi di questi meccanismi di difesa dal conflitto e dalla responsabilità non è senza costi personali e sociali: il progressivo diffondersi della scelta regressiva della indifferenziazione come difesa (che traspare per esempio nella formazione di identità di genere sempre più fluide e ambigue) comportano come prezzo l’affievolimento generale delle passioni: su questo punto, le riflessioni di Argentieri spaziano dall’analisi del contesto educativo tendenzialmente confusivo in cui crescono oggi bambini e adolescenti alla neosessualità, dalla pedofilia ai transgender, dal cross dressing infantile al turismo sessuale, mostrando come queste situazioni, apparentemente così diverse tra loro, siano accomunate dal progetto ideologico di scardinare le coordinate dell’identità in nome del valore superiore dell’indifferenziato, in un clima di “violenza distratta e anaffetiva che caratterizza la nostra epoca”. Anche il linguaggio rispecchia questa sorta di elusione della realtà, facendosi a sua volta sempre più ambiguo (Argentieri cita il termine di parafilia, che ha sostituito quello di perversione).

Nella sua esplorazione a tutto campo, Argentieri non risparmia il mondo degli psicoterapeuti e degli psicoanalisti, in cui ravvisa con preoccupazione “una deriva strisciante, senza scandalo e senza passioni, sotto il velo compiacente dell’ambiguità”: lo intravede in un diffuso eclettismo scientifico che non si preoccupa troppo della coerenza teorica, in certi comportamenti disinvolti che provocano un progressivo sfilacciamento del setting, in una generale latitanza rispetto alla funzione interpretativa, soprattutto per quanto riguarda i temi della colpa e l’assunzione della responsabilità.Argentieri

(…) Man mano che procedevo, mi sentivo da una parte affascinata dall’ampiezza e dalla profondità dei temi trattati, oltre che dal forte richiamo etico presente nelle riflessioni di Argentieri, che sentivo di condividere; dall’altra avvertivo anche un certo fastidio, soprattutto quando mi riconoscevo in alcuni degli esempi di ambiguità che Argentieri presenta; pensavo: “si, ha ragione, però… mi è venuto in mente quel proverbio che dice che “il perfetto è nemico del meglio”.. Insomma, ravvisavo in me proprio quella reazione che Argentieri individua come il segno dell’ambiguità e del tentativo di sottrarsi al conflitto…

E allora, forse in un estremo tentativo difensivo, le esprimo anche qualche perplessità, partendo proprio dalla battuta fulminante di Altan, che Argentieri ci propone come esergo: “cosa dice la tua coscienza? Ne ho diverse: sono indeciso su quale mi conviene usare”. Ecco, io penso che il crinale tra i rischi difensivi contrapposti di regredire verso l’indifferenziazione (confini laschi e fluidi) e di cadere nell’intolleranza autoritaria (confini iper rigidi) sia spesso piuttosto sottile. Quello che mi chiedo è quanta coerenza, cioè quanto conflitto, quanto dolore mentale può tollerare una persona – diciamo così – sufficientemente normale. Senza cadere nell’errore, giustamente denunciato da Argentieri, di scambiare la frequenza statistica con la normalità, mi chiedo tuttavia se la diffusione del funzionamento mentale microscisso che Argentieri descrive così bene non sia almeno in parte imputabile a caratteristiche fisiologiche (anche se variabili da persona a persona) del nostro funzionamento mentale.

Se ci pensiamo bene, vediamo che viviamo immersi nell’ambiguità ad un punto tale che ci si può chiedere se la capacità di tollerarla, entro certi limiti, non sia un segno di salute mentale. Penso al linguaggio, alla facilità con cui instaura realtà multiple, ai doppi sensi, ai giochi di parole, alla compresenza di significati opposti nella stessa parola. Ai proverbi contraddittori, per esempio al nostro “meglio soli che male accompagnati” fa da contrappunto lo spagnolo “meglio male accompagnati che soli”…E dunque, l’ambiguità è sempre un sintomo o può anche essere un indice di un funzionamento mentale non integralista?

E soprattutto, dove si colloca il confine tra microscissioni e compromessi coscienti, tra sintomo e scelta, tra nevrosi e piccoli crimini e quindi tra psicoanalisi e etica? E’ un confine difficile da stabilire, ma cionondimeno fondamentale…

Questo discorso porta alla questione dei limiti della analizzabilità: l’intervento dell’analista deve limitarsi alle aree di sofferenza del paziente o cercare di promuovere l’evoluzione etica e l’integrazione anche laddove il paziente non avverte problema? Dove si colloca il confine in cui paziente può scegliere, il limite che contrassegna la sua proprietà privata di sé?

Un ultimo punto: non sono certa che sia vero che “oggi, il concetto stesso di verità appare offuscato, avvolto dal velo compiacente dell’ambiguità”, né che la doppia morale sia una caratteristica della nostra epoca. Credo che “vizi privati e pubbliche virtù” siano sempre esistiti, dai figli dei Papi di cui tutti conoscevano l’esistenza, a Richelieu, alla cosiddetta “morale borghese”. Mi vengono in mente diffusi modi di dire, espressione del buon senso, ma anche del “sapere” popolare: “predicare bene e razzolare male”, “due pesi e due misure”…Mi sembra vero piuttosto che sia aumentata l’indifferenza verso questi atteggiposttruth2amenti, un tempo praticati abitualmente ma in modo più clandestino. Ricordo di aver letto tempo fa una frase che mi ha colpito, purtroppo non ricordo chi l’ha detta: che l’ipocrisia è l’estremo limite contro l’indecenza. Ecco, mi sembra che forse oggi è l’ipocrisia stessa che sta scomparendo, assieme al sentimento di vergogna che costituisce una delle sue fonti. Ma questo è segno di maggiore tolleranza della verità o di maggiore ambiguità?

Questa recensione al libro L’ambiguità di Simona Argentieri è stata pubblicata dalla Rivista di Psicoanalisi (con piccoli adattamenti editoraili di 400COLPI)


di Argentieri puoi ascoltare le interviste di 400 COLPI:

sull’ambiguità

sui ruoli genitoriali e il padre materno

Puoi anche leggere la recensione di 400 colpi a L’ambiguità

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Questa voce è stata pubblicata il 16 dicembre 2017 da in educare al conflitto con tag , , , , , , , , , .

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