400 COLPI

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Ricordi di una bambina senza stella

Silvia Vegetti Finzi racconta le difficoltà di crescere in un mondo difficile e conflittuale come poteva essere quello del fascismo durante la II guerra: un mondo in cui era osteggiata dagli adulti, un mondo in cui come bambina era discriminata, un mondo di povertà e, persino, di abbandono familiare. Queste difficoltà non hanno tuttavia impedito alla bambina di crescere e di realizzarsi. Abbiamo chiesto all’autrice di spiegare subito il titolo: che cosa significa Una bambina senza stella?

È un titolo un po’ enigmatico e senza stella va inteso in due sensi. Da una parte, c’è il fatto che mi sono trovata a nascere in un momento poco opportuno, nell’ottobre del 1938, proprio quando vengono varate le sanzione speciali contro gli ebrei e il cognome Finzi mi coinvolge immediatamente, tanto che i miei genitori fuggono all’estero e mi lasciano in un paesino del mantovano, da cui comincia un po’ la mia difficile infanzia. Quindi senza stella ha il senso molto immediato di senza fortuna. bambina-senza-stellaDall’altra parte, senza stella perché agli ebrei italiani è stato risparmiato il doversi apporre al bavero del cappotto o dell’abito la stella giudaica che, invece, è toccata in sorte ai tedeschi o ad altri ebrei dell’Europa orientale. Quindi senza stella nei due sensi, ma non per questo è un libro disperato perché quello che vuole dimostrare è che l’infanzia e i bambini in generale hanno delle risorse per cui possono sopravvivere e magari avere un’infanzia relativamente serena anche nei frangenti più difficili della storia, come per altro sta accadendo adesso a tutti gli immigrati che fuggono dai loro paesi incalzati dalla guerra, dal terrorismo e dalla fame.

Infatti il sottotitolo recita: Le risorse segrete dell’infanzia per superare le difficoltà della vita. Quali sono queste risorse segrete che hai trovato e che inviti a trovare per superare le difficoltà dell’infanzia?

Già da queste prime domande si capisce che è un libro duplice che può essere letto in due modi. Può essere letto come storia, microstoria, storia privata di una bambina che, però, rappresenta tanti altri bambini italiani. Ed è anche un messaggio ai genitori. Non a caso il libro procede in un modo molto singolare, con due registri. Da una parte, brevi flash della memoria (parentesi narrative) e dall’altra una riflessione su queste che nasce dal fatto che io sono ormai una psicologa di lungo corso che ha lavorato per molti anni nei consultori pubblici, nella terapia della famiglia e dell’infanzia e che conduce poi delle rubriche di scambi e di suggerimenti alle famiglie e che ha alle spalle molti libri di consigli. Volevo riprendere questa lunga storia di colloqui con le famiglie cambiando però registro, passando dai consigli alla testimonianza. È una formula un po’ nuova, ma che forse riesce a rinnovare un dialogo un pochino usurato. bambinasenzastella

Le risorse segrete dell’infanzia sono, dunque, sparse per tutto il libro come testimonianza e la prima sicuramente è la fantasia. I bambini hanno la capacità – non solo i bambini peraltro anche gli adulti – in momenti difficili della vita di rifugiarsi altrove, di andare lontano dalla situazione che li fa soffrire e lì di immaginare un nuovo mondo, magari di mettere in scena una piccola utopia. La bambina, ad esempio, fantastica di essere Shirley Temple, l’attrice americana bambina dai riccioli d’oro che balla il tip tap, e questo le permette di uscire dalle miserie e dalle restrizione della vita quotidiana in tempi di guerra e di persecuzione. Altra risorsa è la capacità di introspezione, di narrazione, di trovarsi delle amicizie e di scoprire tra i tanti adulti che si trovano accanto a un bambino, quelli più adatti a sostituire le figure di papà e mamma. E, infatti, quella che io chiamo la bambina, per non cadere troppo nell’autobiografia e per non dire continuamente io, sceglie tra i tanti adulti che ha intorno una coppia di vecchi contadini che, secondo lei, sono i più adatti a sostituire papà e mamma lontani. E di fatto si riveleranno tali, dandole quella base sicura che le permetterà di andare avanti anche in momenti di conflitti, di difficoltà, di solitudine senza mai cadere nella disperazione.

Ad un certo punto fai un parallelo molto forte: addirittura paragoni questa forza della bambina alla forza che hanno i detenuti nel lager, proprio a proposito di reichtagquesta capacità di costruirsi e immaginarsi qualcosa di diverso. Come mai un parallelo così forte?

Mi deriva dalle memorie dell’architetto Belgioioso che, nella testimonianza della sua vita di prigioniero a Bergen Belsen, racconta di come nei momenti di massima disperazione, che erano quelli in cui gli aguzzini li condannavano a compiere delle azioni insensate come mettersi in fila e procedere contro una porta chiusa oppure scavare una fossa e poi riempirla immediatamente – momenti in cui si perde il senso della vita, il senso del sé, il senso del proprio valore – a lui e ad altri prigionieri politici venisse spontaneo recitare le poesie che avevano imparato al liceo. Quella che cita l’architetto Belgioioso è appunto Silvia rimembri ancora… ma altri, invece, ricordavano brani dell’Iliade. È dato alla mente umana sottrarsi a quella che è, invece, anche la massima costrizione del nostro corpo. Questa è l’ultima libertà che ci è concessa e anche i bambini la sanno utilizzare.biblioteca.jpg

Come hai fatto a ricordare così tanti episodi? È vero che non è un’autobiografia, nel senso che non hai avuto la pretesa di essere esaustiva, però ci sono tanti ricordi molto vividi. Come sei riuscita ad andare oltre quella linea del tempo e tornare all’infanzia?

Intanto essendo di sesso femminile perché le donne ricordano molto di più la loro infanzia di quanto facciano gli uomini che, scherzando, dico che di solito nascono al liceo. Invece, noi abbiamo un’attenzione, forse per la nostra attitudine materna, verso la bambina che siamo state che è molto più vivida di quella maschile. E poi gioca a favore della memoria il fatto che, a un certo punto, il mio mondo scompare. Io vengo allevata per i primi quattro anni e mezzo di vita in un piccolo paese del mantovano, che ha il bel nome di Villimpenta, da vecchi e lontani parenti. Poi, a un certo punto, rimpatria dall’Africa mia madre accompagnata da mio fratello e mi prende e porta con sé e quello che era il mio mondo che, come ogni bambino, credevo sicuro ed eterno, improvvisamente scompare. Ed è proprio questo taglio, questa improvvisa separazione, per cui un mondo si allontana, che fa sì che, al contrario, si fissi nella memoria come per stabilire una certa continuità, come per evitare una perdita che potrebbe essere troppo angosciosa.


finzi(intervista trascritta e pubblicata dalla redazione de La scuola domenicale, ottobre 2016, anno IV, n.2, pp. 126-131)

* L’intervista a Silvia Vegetti Finzi, realizzata da Simone Lanza nell’ambito della trasmissione “400 colpi. Educare alla libertà nelle difficoltà della globalizzazione” di Radio Beckwith Evangelica, è stata trasmessa il 8 e il 15 febbraio 2016 e può essere ascoltata integralmente.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 febbraio 2017 da in globalizzazione con tag , , , , .

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