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educare alla libertà nelle difficoltà della globalizzazionene INTERVISTE, RECENSIONI, FRAMMENTI, COMMENTI

Socrate in classe

di MIRELLA NAPODANO *

La speciale attenzione che la cultura contemporanea riserva al piccolo dell’uomo è una ventata di entusiasmo, tale da spazzare le vischiosità del mondo patriarcale, avvezzo da tempo immemorabile ad un concetto patrimoniale della prole. La cultura della contemporaneità ha svelato lo straordinario mondo sommerso dell’infanzia: prodigiose disposizioni all’apprendimento e insospettati potenziali di educabilità abitano la mente infantile, uniti a strumenti di conoscenza e di ricerca che gli adulti presto dimenticano di poter usare. Le potenzialità dell’universo bambino penetrano agevolmente le profondità delle nostre convinzioni, decifrano infallibilmente le nostre opzioni valoriali e concorrono a svelare – a dispetto delle bugie che pure siamo disposti a raccontare – la nudità metafisica dei nostri sentimenti più autentici.

I bambini sono dotati di un fiuto infallibile e di un’irriducibile determinazione a riguardo delle domande radicali dell’esistenza umana, perciò sono spontaneamente filosofi, in virtù di un pensiero filosofico non formale e convenzionale, ma spontaneo ed originario, diretto a rintracciare il significato dell’esistenza quotidiana, come possono confermare innumerevoli testimonianze di genitori e docenti per semplice constatazione diretta e partecipata. In effetti, i bambini sembrano venire al mondo con la speranza di non dover abitare invano questa terra e nutrono una profonda, atavica fiducia nella complicità del cielo a tale riguardo. Il bene e il male, il senso della vita, il bisogno di protezione, lo stupore e il rispetto costituiscono l’incantevole complessità della gestazione culturale (mentale, affettiva, sociale) del figlio, sogni compresi. Sono gli stessi punti sui quali gli adulti, culturalmente aggiornatissimi, politicamente correttissimi e scientificamente rigorosissimi, balbettano farfugliano inciampano o, peggio, restano prudentemente in silenzio.Socrateinclasse

Come molti altri educatori della mia generazione, ho avuto la fortuna di imbattermi nel mondo infantile delle remote contrade rurali ma anche in quello – non meno fascinante – dei sobborghi urbani in piena era consumistica. Mi considero perciò una testimone privilegiata dell’ingegno infantile, di quell’intelligenza esistenziale che si esplica ancora oggi con indicibile grazia nei condomini delle città distratte e decadenti, pur nello stordimento dei miti dell’effimero.

Dei miei primi alunni delle contrade di Ariano irpino, eredi di inequivocabili fattezze longobarde, ricordo ancora i colori: biondi i capelli, ceruleo lo sguardo aperto su un mondo di colline brulle aridi ostili, che a mio padre ricordavano il profilo dei monti dell’Africa Settentrionale dove era stato soldato; ma i loro sorrisi, da me immortalati in poche foto in bianco e nero sviluppate in casa, erano autentici squarci di azzurro. Ricordo ancora l’emozione provata nel vederli per la prima volta decifrare con successo una frase sul libro di lettura: ero sempre ossessionata dall’idea di non fare in tempo ad insegnare a tutti a leggere speditamente prima dell’arrivo dell’estate, ben sapendo che l’afa bruciante dei meriggi estivi trascorsi nei campi avrebbe presto spazzato via le acquisizioni rimaste precarie.Barbiana2

Molti anni dopo ho ritrovato il viso di una di quelle bambine tra le mamme degli alunni dello stesso plesso, in una caotica assemblea di genitori impegnati (o rassegnati?) a discutere più o meno degli stessi problemi di allora. Mi sono sorpresa nel ricordare ancora esattamente il suo nome: il volto quasi inalterato, la corporatura alta, robusta – da contadina – ma il sorriso non era più quello di allora. Anche lei stentava a riconoscermi nei panni di Dirigente scolastica.

E che dire dell’infanzia negata di Lorenzo, alunno di seconda elementare – insolitamente claudicante in una mattina d’inverno – il cui terreo pallore mi insospettì fino al punto da scomodare il medico scolastico. Questi diagnosticò una lussazione dell’anca dovuta alla caduta da un albero, tenuta nascosta dal piccolo per timore delle botte della nonna, cui era stato affidato dai genitori emigrati in Svizzera in cerca di fortuna. Il dolore all’articolazione non gli aveva impedito di compiere a piedi, come d’abitudine, il tragitto di oltre tre chilometri che separava la scuola dall’umido tugurio dove abitava.

Ma ecco che altre facce di alunni ammiccano eccitate dietro un siparietto di stoffa rimediata al mercato e adattata non senza difficoltà al palcoscenico di legno, a sua volta allestito da genitori carpentieri (la manodopera ha sempre inciso molto sulle magre finanze scolastiche). Durante le concitate prove spettava a me la sedia del regista; gli inviti delle recite scolastiche erano intestati con molto sussiego: ‘Collettivo teatrale di Valle’…

Di tanti altri bambini ho conosciuto solo nomi e patologie, sommariamente descritte nelle diagnosi funzionali depositate presso il Gruppo di lavoro per l’integrazione scolastica. Le storie vere, amare, fatte di vane promesse ingiustizie delusioni e piccoli grandi progressi me le raccontavano a turno, ciascuno dal suo punto di vista, genitori ed insegnanti. Un universo dolente, fatto di luci ed ombre: una faticosa quotidianità impegnata a dipingere di colori più vivi creature solo apparentemente scolorite, la cui presenza nelle classi è desinata a far risaltare la diversità, accrescendo di sfumature variopinte lo scenario scolastico.

In qualcuno, come Antonio, erano immediatamente riconoscibili i segni dell’emarginazione sociale: pallido ed emaciato, portava i capelli annodati a codino in prima elementare; era l’ultimo dei molti figli di una famiglia disastrata, dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti e ad altri mestieri altrettanto illeciti, mentre il capofamiglia scontava con la reclusione una pena passata in giudicato. Antonio era bello: qualcosa di fiero, di indomito, attraversava il suo sguardo quando mi diceva che da grande voleva fare il camionista. Tuttavia non riusciva ad imparare a leggere; quando lo vidi pensai alla scuola di Barbiana e a quanto debba essere faticosa la conquista della parola da parte dei poveri… Mi riferì che aveva finanche smarrito il libro di testo nella sua caotica abitazione, caratterizzata da varie forme di promiscuità. I suoi progressi furono lenti – inficiati dalla demotivazione – fin quando non realizzò che per conseguire la patente di guida bisogna rispondere a dei test scritti. Fu allora che Antonio riuscì a far appello al suo residuo di autostima, proiettando il suo incerto Sé nella gratificante visione di un futuro da camionista e imparò finalmente a decifrare quegli strani segni di inchiostro cui la nostra cultura attribuisce tanta importanza.

Una delle cose più belle che abbia mai ascoltato è il silenzio assorto e partecipe di circa duecento alunni riuniti nel Centro Sociale per il rituale appuntamento dei Martedì dell’ascolto. Le domande dei ragazzi interpellavano spudoratamente amministratori, tutori dell’ordine, esperti, testimoni del passato. Quel due giugno del 1996, alla manifestazione celebrativa dei cinquant’anni della Repubblica, di fronte ai ragazzi col berrettino tricolore c’erano anche i marinai in congedo: arzilli vecchietti impettiti nelle loro insegne militari – con molte medaglie appuntate sulle impeccabili divise da cerimonia – insieme a rappresentanti della Resistenza e reduci di guerra. Le loro storie riempirono per un po’ il silenzio della sala; uno di loro terminò il racconto della sua prigionia esclamando “Viva l’Italia”. Ci fu un breve applauso. Un attimo dopo – come per incanto – quell’esclamazione veniva ripresa dall’omonima canzone di Francesco De Gregori, prevista proprio a quel punto nella scaletta musicale, senza che qualcuno avesse potuto o voluto programmarlo con una tale precisione.

Erano ancora mani di bambini quelle che mi conducevano – in un giorno d’agosto – a constatare i danni prodotti da alcuni balordi nei locali della scuola: pareti imbrattate con la vernice acquistata per i lavoretti, disordine di carte stracciate, volgari resti di un bivacco. Allora mi sentii addirittura confortata nel vedere che i ragazzini erano quasi più sgomenti di me: i loro sguardi umidi incrociavano il mio con un Perché? senza risposta.mirella-napodano.jpg

La relazione educativa deve poter stimolare nei ragazzi la crescita di una struttura in grado di reggere il peso dell’esistenza, rafforzando l’identità personale, inducendo a riflettere su di sé e sui valori della vita, per far fronte alle scelte morali in piena consapevolezza ed assunzione di responsabilità. L’insegnante è chiamato sempre più a diventare un consigliere, un partner della conversazione: qualcuno che aiuta ad argomentare piuttosto che porgere una verità bella e fatta. E’ questo il motivo che pervicacemente ci spinge a continuare la riflessione sull’opportunità di fare filosofia con i ragazzi, queste creature variopinte che più e meglio di noi sanno ribellarsi, senza cedere alla rassegnazione, impegnandosi – per quanto possono – nella rivolta contro l’involuzione e l’insignificanza delle istituzioni.


* Premessa autobiografica di Socrate in classe, Le buone pratiche della filosofia dialogica nella scuola, Perugia: Moralcchi, 2008; il libro si pone in ideale continuità del precedente testo Creature variopinte, che è attualmente in fase di allestimento per un’edizione completamente rinnovata del testo, dal titolo: Un mondo di creature variopinte, che presumibilmente sarà in distribuzione nel mese di settembre 2016. In esso infatti vengono descritte in maniera particolareggiata le modalità di espletamento dei laboratori di filosofia dialogica, la metodologia adottata nel laboratorio sperimentale dal’autrice che ringraziamo insieme all’editore.

ASCOLTA LE INTERVISTE A MIRELLA NAPODANO

parte prima

parte seconda

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Questa voce è stata pubblicata il 24 giugno 2016 da in scuola con tag , , , , .

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