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L’infanzia non è un gioco

di Stefano Benzoni *

Innocenti e felici. Voraci ed egoisti. Autonomi e intoccabili. Avidi e seduttivi. Dai bambini vogliamo tutto e il contrario di tutto. Soprattutto vogliamo che siano adulti il più in fretta possibile così da placare la nostra ansia da prestazione di genitori insicuri. Ma la crescita, come una conversazione, necessita di spazi. Di silenzio. Di pause.

Forse abbiamo tutti una certa idea di che cosa sia l’infanzia e di come ci si debba comportare con i bambini. Come educarli, cosa aspettarsi, cosa pretendere, cosa desiderare, cosa temere. E sebbene l’infanzia sia, senza alcun dubbio, un fatto biologico, la prospettiva da cui guardiamo questo «fatto» finisce per trasformarlo in «cose» spesso molto diverse tra loro.
Ogni famiglia stabilisce ciò che i bambini dovrebbero o non dovrebbero essere e questa idea si confronta ogni giorno con le rappresentazioni pubbliche della loro identità. I discorsi pubblici sull’infanzia hanno così da tempo superato gli argini delle discipline tecnico-scientifiche e sono diventati a tutti gli effetti discorsi culturali di massa.Benzoni
I media sono saturi di campagne periodiche sulla difesa dell’infanzia. Che siano i pedofili, l’inquinamento, l’eccesso di violenza, il bullismo, il lavoro minorile, gli alimenti OGM, i giocattoli d’importazione, i programmi televisivi da bollino rosso, i videogame violenti. Non vi è o quasi piega della società che non nasconda qualche potenziale nemico per i nostri bambini. E i pareri degli esperti si moltiplicano per spiegare in che modo questi possibili nemici minaccino la loro purezza e innocenza.
La difesa dell’infanzia è diventata, così, uno dei principi etici fondamentali delle società occidentali, una delle nostre bandiere da esportare. E la felicità dei nostri figli è talmente importante che l’industria del loro intrattenimento – videogame, blockbuster, fantasy, giocattoli e parchi ricreativi – è uno dei pochi mercati ancora in espansione. Tuttavia questa infanzia intoccabile, da difendere strenuamente contro ogni nemico e appagare a costo di indebitarsi, nasconde un lato oscuro.
Con una mano chiediamo che i bambini siano tutelati dagli aspetti più immorali del mondo degli adulti. Con l’altra ci aspettiamo che vi si immergano fin da subito, assorbendone i principi e le regole. Ci indigniamo per le fabbriche stipate di bambini che confezionano altrove le nostre scarpe da tennis, ma ordiniamo ai nostri figli di crescere in fretta e determinarsi alle scelte consumistiche di ogni buon adulto, così che possano ripercorrere rapidamente la parabola che ha soggiogato l’uomo del Novecento: da vittima del lavoro a vittima del consumo. Li vorremmo magri e atletici ma li sommergiamo di cibo. Ci aspettiamo che scelgano la fidanzatina e comprino scarpe con il tacco già ad otto anni, ma li vorremmo vergini e intonsi. Ci facciamo scudo sulla stampa dei loro disegni quando crolla una casa o cadono le bombe, ma poi ne ignoriamo sistematicamente le esigenze in ogni piega del vivere sociale. Li sbattiamo seminudi sulla copertina di «Vogue», salvo poi indignarci e dare fuoco alle pire della strega o del pedofilo di turno.
Queste contraddizioni interrogano in profondità la funzione simbolica dei bambini nella nostra società. A che cosa serve la loro innocenza e la loro purezza? Per quale motivo ciò che corrompe queste qualità è catalogato tra i peggiori mali sociali? Cosa chiediamo esattamente ai bambini quando ci aspettiamo che ci assomiglino e ci imitino? Che si divertano e si intrattengano? In che modo quello che facciamo in nome della difesa dell’infanzia ha a che fare con la loro felicità?
In questo libro propongo alcune risposte attraverso esempi di vita comune, interviste, riferimenti a film, libri e spettacoli di massa. La tesi è che la ferrea distinzione adulti/ bambini sulla quale poggiano molti baluardi etici spesso ostentati come vessilli è in realtà profondamente ambigua e contraddittoria. E mentre le «teorie» ufficiali ci dicono che questa distinzione ha fondamenti «naturali», le rappresentazioni pubbliche dell’infanzia mostrano invece che ciò che abitualmente giudichiamo come «tipicamente infantile» ha ben poco di naturale.
L’innocenza, la purezza, la fragilità, la creatività sono le qualità del bambino docile, indotto all’autocontrollo dalla puntuale azione dei suoi tutori, vergine e curioso, smisuratamente grato e riconoscente, domato e ripulito da ogni istinto brutale, ma preservato in quella parte di istinti «naturali» o presunti tali la cui manifestazione pubblica gratifica tanto gli adulti.
Questa infanzia modello funziona come l’intermediario dei nostri rapporti con i bambini reali. E assolve una funzione precisa: il ruolo degli innocenti oggi è quello dell’Altro che possa credere ai principi che promulghiamo in pubblico, affinché in privato sia possibile continuare a trasgredirli in pace.Qualcuno lo chiama maiale
Gli effetti perversi di questo compromesso sono tanto più tenaci quanto più sono legati a doppio filo con il nostro posto nella società dei consumi. Il mondo degli adulti nelle economie liberali è ormai interamente governato dall’ethos infantilista e il mito dell’eterna fanciullezza è diventato la chiave specifica per determinare il rapporto tra l’individuo, la ricchezza e il lavoro. La giovinezza è ciò che lega bisogni e desideri.
Ci aspettiamo così che il bambino puro e innocente sia anche felice. E il passo dalla felicità al consumo è ovviamente assai breve. Con il risultato che sempre di più le nuove frontiere dell’educazione si aprono alla libera scelta dei bambini come liberi consumatori.
Innocenti e felici. Satolli e grati. Scevri da ogni contaminazione. Edenici e intoccabili. Ma anche prematuramente adultizzati. Autonomi nelle scelte. Determinati a perseguire i loro desideri come fossero bisogni. Seduttivi e avidi. Erotizzati e ambigui. Voraci ed egoisti.
E così, proprio a causa di queste contraddizioni, ciò che facciamo «per i bambini» ha scopi molto diversi da quel che appare. Nel chiedere ai bambini di comportarsi da piccoli adulti – consumare, intrattenersi, agghindarsi e imitarci – esercitiamo in modo ancor più radicale quel controllo un tempo svolto dalla segregazione fisica e pedagogica. Al punto che l’adultizzazione precoce dell’infanzia costituisce oggi il modo specifico attraverso cui, nelle società post-ideologiche, funziona la censura.
Saturiamo la loro cameretta di giochi affinché non possano inventarne mai uno nuovo, in grado di corrompere l’ordine che ci governa. Rendiamo le loro fantasie prevedibili per stabilirne con esattezza il confine. Sorvegliamo i loro desideri per reprimere ogni possibile trasgressione sul nascere.


[Fonte: estratto da Stefano Benzoni, L’infanzia non è un gioco. Paradossi e ipocrisie dei genitori di oggi, Roma-Bari, Laterza, 2013, pp. IX-XII]

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Questa voce è stata pubblicata il 1 novembre 2015 da in autorità, educare ai media, gioco, globalizzazione, infanzia con tag , , , , , .

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