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Reti sociali online: le libertà in un profilo

di Ippolita pubblicato su Andersen, dicembre 2012

Il primo saggio di Ippolita, Open non è free (Elèuthera, Milano, 2005), evidenziava la differenza tra le libertà del free software movement e l’apertura al libero mercato dell’open source. Il secondo, Luci e ombre di Google (Feltrinelli, Milano, 2007), analizzava e criticava il sistema di conoscenza globale automatizzato di Google. Quest’ultimo Nell’acquario di Facebook prosegue sulla stessa linea di critica dell’informatica del dominio: a forza di dibattere pro o contro le cosiddette nuove tecnologie, non ci siamo accorte di quanto ci abbiano già cambiate. I nostri corpi si sono adattati a vivere tra schermi luccicanti; acquisiamo nuove competenze digitali, letteralmente: le nostre dita maneggiano tastiere microscopiche e touch screen. Le capacità cerebrali di apprendimento sono plasmate dal ritmo martellante del diluvio informazionale.

addiction-des-jeunes-a-InternetDobbiamo tornare al corpo, e renderci conto che se le nostre memorie sono stoccate online, i nostri corpi tendono a materializzarsi in quegli stessi luoghi. Adattarsi al mondo virtuale significa letteralmente essere assorbiti e riversati online. La leggerezza impalpabile dei bit va di pari passo con la pesantezza dei data center sparsi in giro per il pianeta. Preferibilmente in zone temperate o fredde, perché i computer generano calore, e vanno refrigerati. I data center sono enormi capannoni industriali ricolmi di hard disk collegati fra loro, fragili monumenti di memoria totale che consumano quantità straordinarie di energia (nel 2011, negli Stati Uniti, il 3% del consumo totale). L’impatto ambientale è devastante. Il cloud computing (tutti i dati online, sempre accessibili) non risolverà nulla, perché la crescita accelerata delle quantità di dati rende vano ogni tentativo di

limitare gli sprechi. Ogni volta che accediamo da remoto ai nostri profili online per controllare di esistere, da qualche parte c’è un computer acceso oltre al nostro, e molti altri computer che mediano il nostro percorso in rete, migliaia e migliaia di chilometri di cavi, per collegarci al nostro corpo online.

Le nostre abitudini sono cambiate. Le enciclopedie e i libri di consultazione hanno ceduto il passo alla ricerca di informazioni sui motori di ricerca, che ci forniscono risultati adatti a noi sulla base di algoritmi personalizzati. È il caso di Mi sento fortunato e dei suggerimenti in tempo reale di Google, dei consigli per gli acquisti di Amazon e iTunes, e di tutti gli altri fornitori di informazioni. Sono informazioni confezionate apposta per noi, massa di utenti, cioè in esclusiva per tutti. Anche le nostre pratiche di ritualità sociale sono cambiate: istanti frenetici di distrattenzione compulsiva, in cui facciamo molte cose insieme, ci relazioniamo attraverso cellulari e smartphones, microblogging (Twitter), chat e VoiP (Messenger, Skype), mail e socialnetwork. E l’attenzione che riceviamo dagli altri è su misura di quella che dedichiamo loro: briciole frammentate in canali digitali gestiti da altri, società private che agiscono per il nostro bene di consumatori.

Il punto di partenza delle analisi di Ippolita è estremamente semplice, nella sua radicalità: fare rete, connettersi agli altri, comunicare, sono tra le attività più gratificanti che possiamo compiere. Lo constatiamo quotidianamente, scrivendo insieme. Contemporaneamente, sono anche le più faticose, complesse quando non complicate, ed energivore. Richiedono tempo e cura, e competenze da affinare. Insomma, sono attività molto costose.

Nella sua pagina principale, Facebook proclama: «è gratis, e lo sarà sempre»… cosa?

«Rimanere in contatto con le persone della tua vita». Questa sbandierata gratuità e semplicità, al momento sfruttata da oltre un miliardo di utenti, è quantomeno sospetta. Se non vedi il prezzo, significa che la merce sei tu. Siamo noi, i nostri gusti e le nostre preferenze, ma anche i nostri pensieri e le nostre relazioni: tutto in bella mostra, in un girotondo festoso che alterna narcisismo (l’esposizione del proprio profilo migliore) e voyeurismo (la ricerca dei «lati oscuri» degli altri). Vera e propria palestra di pornografia emotiva, in cui costruiamo le nostre identità digitali come se fossimo sempre sul palcoscenico a recitare le nostre vite, offerte troppo spesso senza alcun filtro agli algoritmi di profilazione dei giganti della pubblicità online. Siamo protagonisti della Società dello Spettacolo globale. Nel frattempo, la vita è quello che ci succede mentre siamo impegnati a ritoccare ossessivamente i nostri profili.Ippolita4

Il modello di business di Google e Facebook, ma anche di Twitter, LinkedIn e così via, consiste nello sfruttamento commerciale dei dati personali degli utenti. Le reti sociali online sono dei gusci vuoti se non vengono nutrite dai nostri dati, dalla nostra attività quotidiana, che si configura come attività lavorativa (poiché qualcuno ne trae profitto) anche quando stiamo promuovendo nostre iniziative e progetti. L’associazione, la cooperativa, il gruppo e perfino il nostro profilo personale che gestiamo sulle reti sociali private e gratuite sono nostri fintantoché rispettiamo i TOS (Terms Of Service) di quei servizi. Cioè quelle righe piccole del contratto che nessuno ha letto quando abbiamo aperto i nostri profili digitali. Siamo ospiti a casa altrui, sottoposti a regole decise da altri; nuovi servizi non richiesti vengono aggiunti in continuazione: è per il nostro bene, per aiutarci a comunicare. In quegli spazi gratuiti, eterodiretti, tutto può cambiare di punto in bianco: è quello che Ippolita definisce default power, cioè il potere di cambiare rapidamente le impostazioni di milioni di utenti. Tenere sotto controllo chi dice di amare i gatti, o di essere sentimentalmente libero. Tutto si può fare con poco sforzo. La dialettica del confronto pubblico viene sostituita dalla delazione come stile relazionale, l’unica pratica di dissenso possibile su Facebook: non si può dire «non mi piace», ma solo denunciare chi viola i Termini del Servizio all’autorità. Privata. Nei paesi meno democratici o dichiaratamente dispotici, questo modello di Trasparenza Radicale è utile per mettere in atto repressione personalizzata invece che pubblicità personalizzata. Da consumatore per associazione (se ti piace questo libro, compra anche quest’altro) a sovversivo per associazione (se consulti questo blog, sei sovversivo come i tuoi amici online), il passo è breve. Anzi: gli algoritmi sono esattamente gli stessi.Ippolita5

Che fare? O piuttosto: come fare, per sviluppare tecnologie sociali, di connessione, su misura dei nostri desideri e bisogni? La scala è senz’altro il primo punto: non esistono soluzioni valide per tutti, e delegare la gestione della socialità a grandi mediatori privati non è una buona pratica di democrazia. Questo gigantismo non funziona. Soluzioni locali implicano una presa di coscienza dei limiti delle tecnologie. Abbiamo davvero bisogno di mille amici? Di 10GB di casella email? Di centinaia di seguaci, o followers che dir si voglia? Di strumenti che rivelano in ogni istante dove siamo (GPS), come gli smartphones? Di connetterci dovunque siamo? Ippolita ci invita a immaginare alternative concrete. Come il junk food è una droga capace di rovinare il metabolismo, così anche le comunicazioni spazzatura inquinano i corpi, ed è difficile acquisire nuovamente le capacità perdute. La concentrazione del pensiero profondo richiede tranquillità e attenzione; è provato inoltre che le capacità cognitive migliorano se si trascorre del tempo in un ambiente naturale. Le qualità immaginative più complesse, come l’empatia, hanno bisogno di tempo e cura per affinarsi. Forse è giunto il momento di fermarci un attimo, spegnere il computer, e provare a cercare di costruire reti sociali differenti. Sta a noi stabilire le regole per diventare autonomi, non esistono tecnologie miracolose. Perché la libertà non ci viene data gratuitamente: è un processo, anche faticoso, di crescita personale che può diventare collettivo. Tutto è (ancora) possibile.


LEGGI L’ANTICIPAZIONE DI GLOBILDUNG DELL’ARTICOLO CHE USCIRA’ SUL PROSSIMO NUMERO DI ANDERSEN

ASCOLTA L’INTERVISTA DI RBE AD IPPOLITA

LEGGI I LIBRI DI IPPOLITA, SCARICANDOLI GRATUITAMENTE

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Questa voce è stata pubblicata il 1 agosto 2015 da in educare ai media, globalizzazione con tag , , , , .

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