400 COLPI

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Sortirne tutti insie­me è la politica

Cara signora,

lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.

Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che «respingete».

Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.

Barbiana1Due anni fa, in prima magistrale, lei mi intimidiva.

Del resto la timidezza ha accompagnato tut­ta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra. Strisciavo alle pareti per non esser visto.

Sul principio pensavo che fosse una malattia mia ­o al massimo della mia famiglia. La mamma è di quelle che si intimidiscono davanti a un modulo di telegramma. Il babbo osserva e ascolta, ma non parla.

Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari. I contadini del piano mi parevano sicuri di sé. Gli operai poi non se ne parla.

Ora ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.

Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro. Forse non è nè viltà nè eroismo. È solo mancanza di prepo­tenza.

I montanari

Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto.

È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini.

Finite le elementari avevo diritto a altri tre anni di scuola. Anzi la Costituzione dice che avevo l’obbligo di andarci. Ma a Vicchio1 non c’era ancora scuola media. Andare a Borgo era un’impresa. Chi ci s’era provato aveva spe­so un monte di soldi e poi era stato respinto come un cane.

Ai miei poi la maestra aveva detto che non sprecassero soldi: «Mandatelo nel campo. Non è adatto per studiare».

Il babbo non le rispose. Dentro di sè pen­sava: «Se si stesse di casa a Barbiana sarebbe adatto».

A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuo­la dal prete. Dalla mattina presto fino a buio, estate e inverno. Nessuno era «negato per gli studi».

Ma noi eravamo di un altro popolo e lon­tani. Il babbo stava per arrendersi. Poi seppe che ci andava anche un ragazzo di S. Martino. Allora si fece coraggio e andò a sentire.

Quando tornò vidi che m’aveva comprato una pila per la sera, un gavettino per la mine­stra e gli stivaloni di gomma per la neve.

Il primo giorno mi accompagnò lui. Ci si mise due ore perchè ci facevamo strada col pennato e la falce. Poi imparai a farcela in poco più di un’ora.

Passavo vicino a due case sole. Coi vetri rotti, abbandonate da poco. A tratti mi mettevo a correre per una vipera o per un pazzo che viveva solo alla Rocca e mi gridava di lontano.

Avevo undici anni. Lei sarebbe morta di paura. Vede? ognuno ha le sue timidezze. Sia­mo pari dunque.

Ma solo se ognuno sta a casa sua. O se lei avesse bisogno di dar gli esami da noi. Ma lei non ne ha bisogno.

Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Nè cattedra, nè lavagna, nè banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.

D’ogni libro c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica a ac­corgersi che uno era un po’ più grande e in­segnava.

Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di am­mirazione. Decisi fin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io.

La vita era dura anche lassù. Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare.

Però chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finchè non aveva capito, gli altri non andavano avanti.Barbiana2

Non c’era ricreazione. Non era vacanza nem­meno la domenica.

Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perchè il lavoro è peggio. Ma ogni borghese che capitava a visitarci faceva una polemica su que­sto punto.

Un professorone disse: «Lei reverendo non ha studiato pedagogia. Polianski dice che lo sport è per il ragazzo una necessità fi­siopsico…» (1)

Parlava senza guardarci. Chi insegna peda­gogia all’Università, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline.

Finalmente andò via e Lucio che aveva 36 mucche nella stalla disse: «La scuola sarà sem­pre meglio della merda».

Questa frase va scolpita sulla porta delle vo­stre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pron­ti a sottoscriverla.

Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati. Ma siamo un miliardo e novecento milioni (2). Sei ragazzi su dieci la pensano esat­tamente come Lucio. Degli altri quattro non si sa.

Tutta la vostra cultura è costruita così. Co­me se il mondo foste voi.

L’anno dopo ero maestro. Cioè lo ero tre mezze giornate la settimana. Insegnavo geografia matematica e francese a prima media.

Per scorrere un atlante o spiegare le frazioni non occorre la laurea.

Se sbagliavo qualcosa poco male. Era un sol­lievo per i ragazzi. Si cercava insieme. Le ore passavano serene senza paura e senza soggezio­ne. Lei non sa fare scuola come me.

Poi insegnando imparavo tante cose.

Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insie­me è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.

Dall’avarizia non ero mica vaccinato. Sotto gli esami avevo voglia di mandare al diavolo i piccoli e studiare per me. Ero un ragazzo come i vostri, ma lassù non lo potevo confessare nè agli altri nè a me stesso. Mi toccava esser ge­neroso anche quando non ero.

A voi vi parrà poco. Ma coi vostri ragazzi fate meno. Non gli chiedete nulla. Li invitate soltanto a farsi strada.

Frammento tratto da: SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, Firenze, 1967


NOTE [degli autori della Lettera]

1 Polianski = non sappiamo chi sia, ma sarà un famoso educatore.
pedagogia = arte di educare i ragazzi.
fisiopsico… = metà di un parolone che adoprò quel professore e che non ricordiamo intero.

2 Abbiamo contato nella cifra anche chi vive peggio dei contadini: cacciatori, pescatori, pastori («Compendium of Social Statistics» ONU New York 1963).

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