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La pedagogia del tasto play (1)

Lo sguardo da regista di Pier Paolo Pasolini leggeva a metà degli anni settanta negli oggetti di uso comune i segni della grande mutazione, perché il servizio di tazze che il suo scenografo Dante Ferretti aveva scelto nel film in lavorazione sugli anni quaranta tradiva un’epoca in cui le cose si facevano con cura e sapienza artigiana, lontani dalla serialità e dai codici a barre. Chissà a quante cose siamo così abituati senza farci caso, se un osservatore acuto come Walter Benjamin (*) coglieva persino nell’introduzione dei fiammiferi una trasformazione radicale del Novecento, quella che sostituisce in molti campi a una serie di operazioni un gesto brusco. Quante cose sono oggi regolate da movimenti a scatti – nei vari clic, push, play ecc. della quotidianità – anziché fluidi, in questo tradendo il nostro corpo, che non si muove affatto così ma vi è costretto dagli oggetti?

A questo punto della mutazione l’artigianato è un lontano ricordo, oppure una nicchia per ricchi, o corrisponde alla manodopera sfruttata chissà dove e chissà come, tale da risultare più conveniente della merce seriale ma senza avere più nulla della cura e della qualità che si attribuirebbe al “fatto a mano”. Quanto agli scatti, si sono solo un po’ ammorbiditi ma sono ovunque, ed è diventato difficile farne a meno. Qualunque preliminare, attesa o sospensione del movimento promesso dall’oggetto sarebbe insostenibile nella nevrosi del consumo, per cui se le sigarette si accendessero da sole senza fiammiferi si venderebbero quelle, le tende da campeggio ormai si montano nel senso che lo fanno loro e tu non fai più nulla, i cibi si vergognano dei loro tempi di cottura, che si dimezzano progressivamente come la velocità dei processori dei computer.

Nella stanza del risveglio di un bambino la realtà è già tutta a pulsanti, fuori da qualunque sincronia con l’orologio biologico e dalla logica di movimento del suo corpo, non la tenda alla finestra ma il tasto play è diventato forse il grande educatore, il maestro di vita. Sono così i giocattoli, sempre più e sempre prima elettronici, sono così anche i libri quando incorporano il loro audio o emettono suoni, è così l’automobile che appare al suo sguardo immobilizzato dalla postura di sicurezza del seggiolino come luna park di spie, pulsanti e funzioni magiche, ma è così la casa stessa, perché quando gattona un bambino vede soprattutto prese e copri-prese luminosi, quando si alza in piedi trova esattamente davanti ai suoi occhi pulsanti e manopole di elettrodomestici, e sul tavolino si imbatte certamente in uno dei tanti telecomandi o telefoni di famiglia. È una casa senza leve, dove l’elettronica ha soppiantato la meccanica, e proprio per questo, paradossalmente e potenzialmente, dove un bambino può tutto, compresi i disastri. È una casa dove si impara a essere consumatori, perché nessun congegno è autocostruito, nessuna esperienza è possibile se non quella di agire il gesto previsto dall’oggetto.

“I re non toccano le porte. Non conoscono questa felicità,” scriveva Ponge (*) ricordando il piacere della scoperta di persona, con quel quadro sul mondo varcato a poco a poco attraverso la spinta di un pomello e poi richiuso, nella magia delle stanze…, e allora il bambino-re messo sul trono della consolle della cameretta tecnologica che cosa si perde mentre è noto il potere guadagnato, cioè il telecontrollo della materia circostante? Se gli oggetti educano, qual è la pedagogia messa in atto da un ambiente materiale governato dal tasto play? Proviamo a fare una rassegna di ipotesi sul condizionamento indotto, sugli atteggiamenti alimentati certamente in chi esordisce nella vita sotto questa cultura materiale, ma forse anche in noi che la abitiamo da adulti.

La passività, innanzitutto, mascherata da potenza: l’azione è eterodiretta, per cui difficilmente possiamo fare qualcosa che non sia previsto dalla merce, e sotto la fantasia del dominio aumenta in realtà la nostra dipendenza da una mediazione tecnologica che agisce per noi. A fare play non è il bambino ma il giocattolo, letteralmente è il giocattolo che gioca, suona e recita, chi è di fronte schiaccia e assiste, come davanti a un televisore. Ma poiché la tecnologia è complessa, per semplificarne l’utilizzo e renderla accessibile al popolo non si può che mascherarla, inventare le funzioni che dialogano con i nostri modi comuni di agire, decidere per noi cosa dobbiamo fare e predisporre automatismi. Quale idea del mondo, quindi: la realtà come spettacolo, noi come pubblico, l’eliminazione della fatica o dell’apprendimento, la promessa implicita che tutto ci è dato, ed è qui per noi, non per intrinseca necessità o autonoma esistenza, l’impossibilità di incontro e casualità, sotto il nostro primato di spettatori a cui il mondo deve la sua recita. 

SEGUE SECONDA PARTE


FRAMMENTO TRATTO DA:laffi

Stefano Laffi, La congiura contro i giovani, crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Milano: Feltrinelli, 2014, pp. 35-40

LEGGI LA RECENSIONE

ASCOLTA L’INTERVISTA A STEFANO LAFFI

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2 commenti su “La pedagogia del tasto play (1)

  1. Pingback: Esistono i nativi digitali? | La finestra sull'albero

  2. alittlebitsite
    18 febbraio 2016

    Ho trovato molto interessante l’articolo. C’è un passaggio specifico che mi sono segnata: “È una casa dove si impara a essere consumatori, perché nessun congegno è autocostruito, nessuna esperienza è possibile se non quella di agire il gesto previsto dall’oggetto.”
    Quanto è vero, ma altrettanto vero è che fortunatamente qualcosa sta cambiando. Da anni con il gruppo di ricerca dell’Università di Roma3 del quale faccio parte, insegniamo l’utilizzo di Scratch a bambini ed insegnanti di scuola primaria. Scratch è un software ideato dal Lifelong Kindergarten del MIT ed ha come scopo proprio quello di trasformare gli “utenti” da passivi ad attivi. La facilità con la quale i bambini possono programmare le azioni dei personaggi (e dico proprio programmare e non comandare) permette lo sviluppo del pensiero computazionale nonchè delle logiche del problem solving. Ho sempre pensato che in un futuro prossimo le persone saranno divise in due grandi gruppi: chi sarà comandato dalle macchine (le persone del vostro articolo) e chi comanderà le macchine. Io mi batto quotidianamente affinchè il numero di questo secondo gruppo possa crescere a dismisura!

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Questa voce è stata pubblicata il 19 giugno 2015 da in autorità, educare ai media, globalizzazione con tag , , , , , , .

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