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Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)

Con la seconda parte dello scritto di Franco Lorenzoni, che ringrazio per il contributo offerto a GloBildung, continuano le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica.

Scava più il lombrico reale o quello virtuale?

Una mattina dello scorso anno ad ottobre, in prima elementare, una bambina ha portato a scuola un lombrico. Eccitatissima lo ha tirato fuori da una scatoletta e tutti lo hanno cominciato ad osservare. Mentre cominciavano ad accavallarsi domande ed ipotesi l’insegnante di sostegno, che stava trafficando con un tablet per via del registro elettronico, ha trovato immagini di lombrichi diversi di tutto il mondo e stava cominciando a rispondere alle loro domande. Le ho chiesto di fermarsi e di spegnere il tablet, perché sapevo che quelle immagini e una raffica di risposte affrettate già pronte, avrebbero avvilito una ricerca che stava nascendo. I lombrichi sono rimasti tra noi tutto l’anno. Ne hanno continuato a portare molti in classe, li abbiamo imitati con il corpo, disegnati, dipinti. DarwinLombrichiSiamo andati alla loro ricerca, abbiamo ascoltato cosa ne dicevano i nonni che fanno l’orto, abbiamo moltiplicato le nostre domande e cominciato a ragionare su come si può verificare un’ipotesi. Abbiamo costruito un lombricario e letto pagine dell’ultimo libro di Darwin dedicato ai lombrichi. Un giorno una bambina ha immaginato il viaggio di un lombrico sulla luna, che è diventata storia collettiva, poi filastrocca e infine spettacolo teatrale, che raccontava che la luna ci appare così, tutta bucata, perché un giorno un lombrico, stanco di vivere solo sotto terra, è montato su una foglia e l’ha raggiunta volando.

Forse mi sbaglio, ma se non fossimo stati così attaccati alla concretezza fisica dei lombrichi con cui abbiamo cominciato a convivere in classe, e che i bambini avevano il desiderio di osservare e toccare quasi ogni giorno per mesi, non credo che questa ricerca avrebbe avuto un così largo respiro, sia nei contenuti scientifici che nell’arricchire il loro linguaggio ed immaginario fantastico.

Parlo con mio figlio ventenne e mi racconta con fastidio che non può discutere con i suoi compagni di università di alcun argomento senza che qualcuno, immediatamente, non tiri fuori il suo smartphone per trovare immediatamente una definizione o una risposta rassicurante alle domande emerse.

Parlo con un professore di Università che insegna tra Parigi e gli Stati Uniti e mi racconta che non è più possibile tenere un seminario di studio di alto livello senza che alcuni partecipanti, mentre si discute, maneggino i loro tablet per fare altro e segnalare in rete di essere vivi.

Il bisogno compulsivo di risposte immediate e il desiderio di essere continuamente distratti perché collegati ad altri luoghi sono due facce della stessa moneta, che svende la qualità della nostra presenza attenta a poco prezzo.

Ragni, mosche e tragedie

La tragedia greca chiedeva unità di tempo, di spazio e di azione perché i tragici, probabilmente, ritenevano che il senso della vita si potesse interrogare indagando quegli snodi della vita di eccezionale densità in cui convergono, precipitano e si annodano i fili del tempo, segnando il destino di noi umani. Oggi la sensazione è che tutto diverga, perché in molti ci sentiamo vivi solo se collegati a una rete di continue connessioni, in cui non si sa bene se giochiamo la parte del ragno che si nutre o della mosca che resta intrappolata.

Marino Sinibaldi sostiene che il romanzo non avrebbe potuto prendere vita senza l’invenzione della stampa e che probabilmente internet ci porterà forme e opere d’arte oggi neppure inimmaginabili.

L’argomento mi sembra convincente e intrigante. La rivoluzione portata da Internet ha una tale portata che credo possa essere paragonata all’invenzione della scrittura più che all’invenzione della stampa. Anzi, alla diffusione della scrittura, resa possibile dall’invenzione di quella manciata di segni corrispondenti a suoni che i Fenici donarono ai popoli del Mediterraneo e, poi, ai popoli di gran parte del mondo.

Ho impiegato quasi quarant’anni a collezionare libri intorno alla mitologia greca, che amo particolarmente. Mi piace leggere versioni e interpretazioni differenti, per cogliere i diversi passaggi dall’orale allo scritto sperimentati in diverse epoche. Gli operatori che lavorano con me nella casa-laboratorio di Cenci per tanti anni mi hanno chiesto la versione più adatta di un mito da narrare ai nostri giovani ospiti, curiosi di stelle e di storie. Da tempo nessuno mi domanda più nulla, perché su internet c’è tutto. Parto da questa limitatissima esperienza personale non certo per unirmi al coro di chi lamenta la fine di ogni mediazione, perché in quel lamento intravvedo, nascoste dietro a disquisizioni altisonanti, questioni di potere. Anche gli scribi egizi penso abbiano sofferto non poco quando commercianti stranieri, a loro avviso incolti, cominciarono far di conto e a scrivere con semplici segni che suonavano come si parla.

Non c’è dubbio, infatti, che Internet rappresenti una rivoluzione democratica di portata epocale, perché un ragazzo oggi, come gli abitanti di ogni città del nord e del sud del mondo, ha a disposizione tutta la musica possibile, tutta la pittura, il cinema, le informazioni scientifiche e la letteratura sedimentata in secoli di civiltà.

Il fatto di avere questa enorme riserva di informazioni in tasca muta radicalmente la relazione con il sapere ed anche la motivazione a memorizzare conoscenze. Un mio amico antropologo sostiene che la memorizzazione dei numeri telefonici era l’ultimo residuo della millenaria cultura orale, che intrecciava ogni conoscenza alla sonorità di un ritmo, necessario per mandare a mente contenuti da non dimenticare. Oggi si imparano sempre meno cose a memoria e questo ci rende dipendenti da banche dati che non è detto si sia noi a gestire, perché c’è una grande differenza tra le nostre libere associazioni, che sono il respiro del pensiero, e le associazioni che propone qualsiasi motore di ricerca. Per tuffarsi in questo mare sconfinato credo dunque vadano costruiti trampolini adatti ed è evidente che tutto il nostro fare scuola va ripensato radicalmente.  Più vasto è il mare, infatti, e più si rende necessaria la costruzione di mappe mentali articolate e ricche, che orientino il nostro vagare e il nostro cercare in una foresta di simboli, potenzialmente infinita. Altrimenti siamo costretti ad acquistare rilevatori satellitari a volte scadenti, che ci portano dove vogliono loro, cioè in quell’immenso centro commerciale universale, che ben conosce il consumatore che è in noi e sottilmente orienta i nostri gusti, invadendo lo schermo ogni volta lo si accenda.

E’ chiaro dunque che, se vogliamo lavorare per accrescere spirito critico e competenze di libertà dobbiamo lavorare anche dentro le nuove tecnologie e, su questo terreno, noi insegnanti abbiamo molto da imparare dai ragazzi. Le nuove tecnologie, oltre a fornire strumenti efficaci per l’integrazione e l’inclusione, potrebbero favorire l’apprendimento cooperativo e valorizzare l’autonomia e il protagonismo dei più giovani, a patto di temperarle di continuo con la conversazione e il corpo a corpo reale, con la capacità di condividere spazi, idee ed esperienze concrete, che a mio avviso devono stare al centro dell’azione educativa, accrescendo la capacità di noi adulti a metterci in gioco insieme ai ragazzi. E’ nell’ineludibile fatica dell’incontro con l’altro, infatti, che si può costruire un contesto in cui ravvivare di continuo l’intreccio tra piacere, conoscenza e ascolto reciproco.

Per una infanzia libera (almeno parzialmente) da schermi

Ciò che non mi convince affatto riguarda il volere affrettare le cose offrendo ai più piccoli ambienti di apprendimento segnati dal digitale e dal virtuale. Steve Jobs amava la calligrafia e questa sua passione ha certo influenzato il moltiplicarsi dei caratteri che ho a disposizione mentre scrivo questo articolo. Ma è giocando con pennelli e pennini che l’ha alimentata. Ciò che mi preoccupa riguarda il fatto che da tempo i bambini non sappiano più allacciarsi le scarpe da piccoli. La manualità fine dell’annodare, simile a quella richiesta dallo scrivere in corsivo, richiede un’attenzione del corpo e una relazione occhio-mano raffinata, che a mio avviso sarebbe un vero peccato perdere.

Gestire bambini che dipingono, pasticciano, sperimentano scritture giganti o in miniatura con pennelli ed inchiostri, costruiscono con il fil di ferro e incollano e sagomano la carta pesta, comporta un enorme lavoro di reperimento di materiali, preparazione degli spazi, organizzazione e anche pulizia, dopo. Per praticare i cento linguaggi con il corpo tutto intero ci vuole apertura mentale e una predisposizione alla fatica dello sperimentare non sempre presente nelle scuole. L’alleanza tra un mercato sempre più invadente e la pigrizia degli adulti ha già ridotto il campo delle esperienze dei bambini a casa. Il pericolo che contagi la scuola è assai concreto perché con i computer non ci si sporca e – apparentemente – si può fare di tutto.

Quando sostengo il diritto dei bambini a vivere una scuola il più possibile libera da schermi dai 3 agli 8 anni non è per astratti furori antitecnologici. E’ perché sono profondamente convinto che in quell’età il contatto fisico, corporeo, globale, con oggetti, spazi e relazioni con piante, animali, umani e terra e acqua e sole abbia un’importanza vitale insostituibile. Se chiedo questa sorta di cautela antropologica, è perché vi giuro che letteralmente soffro, quando vedo un bambino che piuttosto che inoltrarsi in un’avventura nel bosco, preferisce rintanarsi in un bozzolo chiuso con il suo piccolo schermo, perché percepisce quello come l’unico luogo in cui si sente a casa.

La vastità dei mille giochi e conoscenze e contatti offerti da internet caratterizza e caratterizzerà sempre più il nostro orizzonte, proprio per questo credo vada intrecciata alla vastità dell’introspezione e della presenza più piena e alla vastità del cosmo, che direttamente possiamo percepire e di cui possiamo godere.

di Franco Lorenzonibambinipensanogrande2


Questo post è la seconda e ultima parte dell’articolo di Franco Lorenzoni, Le tante forme della vastità, una riflessione sulla relazione tra nuove tecnologie e prima infanzia, pubblicato sul numero monografico di “Rivista dell’Istruzione” dedicato al digitale nella scuola (n. 5 2014). Si ringrazia l’autore e la rivista per la pubblicazione sul web. Titoli dei post, dei paragrafi, corsivi modificati nell’edizione su GloBildung.

Scarica in PDF l’articolo completo

SCARICA IL PODCAST DELL’INTERVISTA A FRANCO LORENZONI

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Un commento su “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (II)

  1. Nicola Napoletano
    25 aprile 2015

    L’ha ribloggato su DIGITALDROME.

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