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Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)

Continuiamo le riflessioni su schermi, nuovi media e lentezza pedagogica con uno scritto di Franco Lorenzoni in due parti, ecco la prima.

Elias Canetti, in quello splendido romanzo sulla percezione infantile del mondo che è La lingua salvata, racconta di essere grato a sua madre per il senso di vastità che gli ha saputo donare. Non so se il senso della vastità sia una competenza, visto che il discorso pedagogico sembra non poter più prescindere da questa parola, ma sono profondamente convinto che riguardi una qualità del vivere e del guardare il mondo che, come maestro elementare, mi piacerebbe avere la capacità di condividere e sperimentare con bambine e bambini.

Le tante forme della vastità

Ora, poiché penso che la relazione tra scuola e nuove tecnologie sia una questione complessa, che pone più domande che risposte, vorrei provare ad avvicinarmici facendo un lungo giro.

Se diamo credito al piccolo Elias, che reputava la vastità come un elemento chiave della sua formazione, mi domando: a quali fonti devo abbeverarmi per accorgermi della vastità che si nasconde dietro a un volto amico o sconosciuto? Quali percorsi devo compiere per incontrare la vastità del cielo o i misteri che nascondono i neuroni del nostro cervello?

Incontrare l’altro è un’esperienza umana primaria, riguardo a cui non smettiamo mai di imparare. Quando decisi di fare il maestro elementare cominciai a frequentare a Roma, con assiduità, i laboratori del Movimento di Cooperazione Educativa. Ci incontravamo un pomeriggio a settimana per anni, ricercando attorno a un tema che poteva essere la fiaba, la storia vista con sguardo antropologico o la matematica da imparare con le mani. Torno a questi ricordi lontani perché quella è stata la mia scuola di vastità. E’ lì che ho imparato quanto complesso, unico e irriducibile sia ogni essere umano e quanto tempo sia necessario per provare ad avvicinarmi ad un altro. Al centro della nostra attenzione non c’era l’oggetto della conoscenza separato e a se stante, ma la rete di relazioni che con quell’oggetto venivamo stabilendo. Così, se passavamo intere stagioni a leggere “Alce Nero parla”, ciò che via via andavamo scoprendo non erano solo elementi della cultura dei nativi americani, ma cosa in ciascuno di noi le parole di quella testimonianza suscitavano, perché era evidente a tutti che un testo parla solo se chi lo incontra gli dà voce e, nel dargli voce, scopre qualcosa di sé.

Il tempo lungo di ogni manovra di avvicinamento

Se questa manovra di avvicinamento la si fa in gruppo ci vuole molto tempo, perché a ciascuno deve essere dato il modo di condividere con gli altri il suo singolarissimo percorso ed approccio. Ma perdere tutto quel tempo era di fondamentale importanza, perché nei modi, spesso inaspettati, con cui ciascuno intraprendeva la difficile strada del tentare di incontrare una cultura altra, noi ci rispecchiavamo e andavamo scoprendo, giorno dopo giorno al tempo stesso, tratti del carattere dei nostri compagni di ricerca e qualcosa di più di noi stessi.

Sono tornato a quell’esperienza lontana perché il mio modo di fare e pensare la scuola ha lì la sua sorgente. Ciò che tento di costruire con bambine e bambini da 36 anni sta tutto nel creare un contesto in cui ciascuno si senta di potere uscire allo scoperto e rivelare agli altri, con sincerità, anche le proprie fragilità, perché piano piano si abbia la possibilità, tutti insieme, di costruire un clima di fiducia capace di accogliere davvero le diversità di tutti.

Chiedo perdono per questa lunga digressione, ma proprio perché mi trovo di fronte a scenari in tumultuoso mutamento, sento la necessità di dichiarare con franchezza la parzialità del mio punto di vista. Sono nato nel 1953, l’anno in cui Ray Bradbury scriveva Fahrenheit 451, che in modo mirabilmente lungimirante narra di case dotate di pareti-schermi sempre accesi, da cui gli abitanti sono invitati a partecipare di continuo a giochi interattivi le cui parti sono già scritte. schermiFahrenheitNon ho alcuna difficoltà dunque ad ammettere che nutro una diffidenza congenita verso ogni apparato di distrazione di massa. E’ da questa postazione, dunque, che osservo con apprensione il bambino che, fin da piccolissimo, passa ore e ore completamente immerso in videogiochi che lo separano dal mondo fisico e naturale e dal giocare con gli altri. So bene che quel suo velocissimo toccare schermi e pulsanti sviluppa competenze che probabilmente gli saranno di grande utilità, perché impara ad apprendere da solo, muovendosi con scioltezza e destrezza tra tentativi ed errori, con modalità che gli adulti sono più avari della macchina a concedergli. Ma resta in me la domanda se sia bene limitare così drasticamente l’orizzonte del suo sguardo e se il corpo possa essere ridotto ai soli polpastrelli. Gli schermi di ogni dimensione, di cui sono circondati i bambini fin dalla più tenera età, paiono a me come una droga pesante, il cui abuso è concesso da genitori e adulti pigri, che trovano assai comodo mettere a tacere i piccoli, perché tutti sappiamo che basta uno smartphone per domare anche il più irrequieto dei figli.

Ora, poiché l’ingresso nel mondo e le prime esperienze di contatto con oggetti, spazi e altri umani sono elementi delicati e preziosi, i cui segni resteranno impressi in noi tutta la vita, penso che noi adulti si debba ragionare con molta serietà, profondità e cautela intorno agli scenari e ai territori che offriamo ai primi passi dei bambini.lumaca

La mia convinzione è che ci sia bisogno di equilibrio. Se la società, il mercato, le abitudini di adulti e ragazzi vanno tutte nella direzione del digitale e del virtuale, vorrei che la scuola, nei primi anni, facesse da contrappeso, operando per contrasto, in modo critico e concreto. Se tutti corrono, ci vuole un luogo dove poter andare lenti e tornare e ritornare sulle cose. Un luogo dove il corpo lo si possa usare tutto intero, avendo tutto il tempo perché emerga l’emozione, che è la madre del pensiero. Se pianto un seme, anche in un vaso, sperimento alcuni elementi essenziali come l’aleatorietà della vita e la bellezza del sostare a lungo nell’attesa di qualcosa che non si sa se nascerà, imparando a prendermi cura di un elemento vitale, i cui tempi di crescita non dipendono da me.


Questo post è la prima parte dell’articolo di Franco Lorenzoni, Le tante forme della vastità, una riflessione sulla relazione tra nuove tecnologie e prima infanzia, pubblicato sul numero monografico di “Rivista dell’Istruzione” dedicato al digitale nella scuola (n. 5 2014). Si ringrazia l’autore e la rivista per la pubblicazione sul web. Titoli dei post, dei paragrafi, corsivi modificati nell’edizione su GloBildung.

Scarica in PDF l’articolo completo

SCARICA IL PODCAST DELL’INTERVISTA A FRANCO LORENZONI

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Un commento su “Riflessione su nuove tecnologie e prima infanzia (I)

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Questa voce è stata pubblicata il 13 aprile 2015 da in educare ai media, globalizzazione, infanzia, scuola con tag , , , , , , .

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