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E’ possibile una pedagogia della decrescita?

E’ possibile una pedagogia della decrescita? Una pedagogia della resistenza ai valori pervasivi del marketing? Serge Latouche nell’intervista a RBE (in onda il 16/3 e il 23/3 su www.rbe.it alle 15:30) si definisce rivoluzionario conservatore per evidenziare quanto oggi siano più importanti alcuni valori del passato che i valori economici del presente. Riprendendo le argomentazioni di Arendt – Latouche aveva scritto che “bisogna essere abbastanza tradizionali nell’educazione da poter permettere ai nostri figli di essere rivoluzionari”. Arendt scrisse: “Oggi, il vero problema dell’educazione sta realizzare quella situazione conservatrice assolutamente indispensabile per ‘educare’ i giovani.”latouche2

La colonizzazione dell’immaginario è parte del problema secondo Latouche: l’educazione, la manipolazione mediatica e il consumo plasmano le menti. L’educazione contribuisce cioè a formare un consumatore e una consumatrice anziché un/a cittadino/a. Nelle scuole di oggi si ignorano i cambiamenti climatici in corso, le loro cause, le istituzioni scolastiche sono al servizio della mercificazione e hanno tolto gli spazi informali di insegnamento, come aveva mostrato Illich. Le famiglie sembrano non avere più tempo per esercitare l’autorità educativa e le giovani generazioni trascorrono più tempo davanti a schermi che confondono app, pubblicità, servizi, finzione e realtà in un unico spettacolo. Se genitori ed educatori/trici sono assorbiti/e dalla società dei consumi, come è possibile che le giovani generazioni non lo siano? Come è possibile una pedagogia della decrescita se siamo interamente assuefatti/e alla società dei consumi?

La pedagogia che propone Latouche è una pedagogia di resistenza ma solo per contrasto alla pedagogia corrente, per usare un termine di Nietzsche. Nietzsche parlava di “rapida cultura” che non prevede tempo da perdere perché, nella nuova cultura, persino il tempo è denaro. In questa prospettiva etica è “malvista ogni cultura che renda solitari, che ponga dei fini al di là del denaro e del guadagno, che consumi molto tempo”.lumaca

Nel mondo contemporaneo l’andare oltre è l’emblema del dominio, dell’homo economicus e del suo modello di sviluppo planetario che rispetta una sola regola: ignorare ogni confine naturale, geopolitico, etico, antropologico e simbolico. Il peccato di dismisura, hybris, sanzionato con severità dagli antichi, si è rovesciato oggi in precetto morale, anzi in uno dei principali precetti morali. Per Latouche manca l’educazione al limite.

Non c’è nulla di rivoluzionario quindi nel pensiero pedagogico della decrescita, sarebbe un ritorno all’etica e alla pedagogia degli antichi e dell’illuminismo, quindi paradossalmente una pedagogia conservatrice, perché chi sta rivoluzionando le regole è il Mercato e la pubblicità che usa cervelli di bambini e bambine come obiettivi. Del resto le sacre istituzioni borghesi (chiesa, scuola, famiglia) hanno una autorità educativa sempre meno significativa.

Sono posizioni molto vicine a quella di Nussbaum. Il neoliberismo porta pesanti tagli agli studi umanistici ed artistici a favore di abilità tecniche e conoscenze pratico-scientifiche pronte per l’uso sul mercato del lavoro: “Le democrazie di tutto il mondo stanno sottovalutando, e di conseguenza trascurando, i saperi e le capacità di cui abbiamo disperatamente bisogno per mantenere vitale, rispettosa e responsabile la democrazia stessa.” Chi educa alla cittadinanza? Le tre i della Moratti-Berlusconi (inglese, informatica e impresa) sono formulazioni grezze ma efficaci di trend globali.Nietzsche

Per Latouche, come prima per Arendt, decrescita e pedagogia sono in due sfere distinte. La decrescita è un progetto etico-politico, un progetto di società, che solo individui adulti autonomi possono scegliere liberamente. La pedagogia ha l’obiettivo di educare persone capaci di giudizio indipendente e autonomo. Per lui è quindi improprio parlare di pedagogia della decrescita. Ma così come Latouche ha proposto in modo provocatorio il termine decrescita, potremmo usare il termine pedagogia della decrescita per indicare la necessità di un ritorno a una pedagogia basata su valori etici e non sui valori del mercato?

Oggi l’autorità pedagogica paradossalmente è esercitata dalla dittatura della maggioranza, dal doversi uniformare ai pari, cioè alle mode, alla pubblicità e ai loghi, e questo è ancor più vero per le/i più piccole/i. Arendt aveva posto una domanda cruciale, semplice ma radicale: “Il ‘secolo dell’infanzia’, dovremmo ricordare, avrebbe emancipato il bambino, liberandolo dalle dall’imposizione di criteri derivati dal mondo adulto. Come dunque poterono essere trascurate addirittura misconosciute le condizioni di vita più elementari indispensabili alla crescita e all’evoluzione del fanciullo? Come potè accadere che il fanciullo fosse esposto all’elemento più caratteristico di ogni altro del mondo adulto, la ‘pubblicità’, dopo che l’errore di tutta l’educazione passato era stato visto appunto nel considerare il bambino come un adulto in miniatura?”

In occidente, il XX secolo, che ha proclamato la centralità del fanciullo, lo ha liberato dalle pastoie del lavoro minorile, dalle violenza domestiche ha poi finito per esporlo pubblicamente al mondo dei grandi. Perché furono sottratte all’intimità e al nascondimento e lasciate all’esposizione pubblica tutte le cure necessarie a conservare e crescere la vita dei piccoli? “Emancipandosi dall’autorità degli adulti il bambino non si è trovato libero, bensì soggetto a un’autorità ben più terrificante e realmente tirannica: alla tirannia della maggioranza.” Questa tirannia della maggioranza produce e accresce il conformismo sociale. E questa tirannia della maggioranza, questo dover essere sempre cool e happy è fortemente orientato dalla pubblicità televisiva e dai budget miliardari oggi spesi nel Neuro Market e nel Kids Marketing. Sono sempre meno le pubblicità senza bambini/e. Un’industria che per fatturato è pari solo a quella degli armamenti ci ricorda sempre Latouche.

Per fortuna il pensiero critico ha mille possibilità di svilupparsi. Non mancano educatori ed educatrici,bambini e bambine che vanno in direzioni diverse. Che danno più importanza all’educazione nella natura anziché al mondo di plastica indoor, all’educazione al riciclo anziché all’usa e getta, al gioco libero anziché alla sedentarietà degli schermi, al rallentare il tempo fino a sedersi ad ascoltare e riascoltare anziché al fare tutto in fretta, al tornare e ritornare sulle stesse cose ma con maggiore profondità. Se non si guarda troppa TV non si è disabili ma diversi in un mondo di uniformità, se non si ha l’ultimo gadget si è più ricchi. Ripensare l’autorità senza farsi travolgere dall’anti-autoritarismo propugnato dalle tecniche pubblicitarie del Kids Marketing. Scoprire l’importanza della narrazione al posto della riduzione di ogni esperienza a visione di immagini.

Forse e soprattutto, come ci indicano da ultimi Zavelloni, Lorenzoni e Benfante di fronte a una società che non perde tempo, il compito della pedagogia oggi è quello di rallentare ancora di più. Come già insegnava Rousseau, saper perdere tempo, lasciare spazio all’imprevisto, all’incontro per dialogare con bambini/e, per sorprenderci e stupirci: “Oserò esporre qui la più grande, la più importante, la più utile norma di tutta l’educazione? Non è guadagnare del tempo, ma perderne.” Oggi forse è importantissimo educare contro corrente con lentezza, l’opposto del tempo dei videoclip. Non si tratta di una pedagogia rivoluzionaria (densa di valori politici) ma conservatrice ancorata ad antichi valori etici, perché quelli nuovi che propone il mercato sono in definitiva sempre più esclusivamente di competizione, protagonismo, individualismo, qualunquismo: ricerca vana della felicità nell’accumulo di cose e denaro. In questo senso parlare di pedagogia della decrescita potrebbe essere la giusta provocazione per rendere consapevole chi rema contro-corrente che la pedagogia corrente mainstream, assorbita interamente dalla razionalità economica, è poco ragionevole quando non è più sotto le ali protettrici dell’etica.


PUOI ASCOLTARE L’INTERVISTA A SERGE LATOUCHE:

parte 1: lunedì 16/3 ore 15:30; o mercoledì 18/3 ore 9:30 parte 2: lunedì 23/3 ore 15:30; o mercoledì 25/3 ore 9:30 in diretta dal sito www.rbe.it Altrimenti puoi scaricare il podcast della sola intervista  QUI a partire dal 23/3

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2 commenti su “E’ possibile una pedagogia della decrescita?

  1. biviopedagogico
    15 marzo 2015

    “il compito della pedagogia oggi è quello di rallentare ancora di più”
    Proprio così.
    Christian

  2. Vania Rigoni
    15 marzo 2015

    Ciao,
    non ci conosciamo, sono una pedagogista e stavo giusto rileggendo “I persuasori occulti” di Vance Packard in questi giorni, che termina con -Mi auguro che questo libro possa contribuire a illuminare l’opinione pubblica-
    ma non credo l’abbia letto nessuno se non i veri persuasori occulti…

    “Emancipandosi dall’autorità degli adulti il bambino non si è trovato libero, bensì soggetto a un’autorità ben più terrificante e realmente tirannica: alla tirannia della maggioranza.” questo passaggio mi ha ricordato proprio le preoccupazioni di Packard..
    Vania

    http://www.bottegadellapedagogista.wordpress.com

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