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Giovani che creano bene comune

Non sono né sdraiati, né narcisisti, né spavaldi, né nichilisti,  i giovani intervistati nella ricercazione di Marchesi e Conte. Ricordano un po’ i giovani descritti da Stefano Laffi (vedi intervista e recensione) che costruiscono il futuro nel presente. Anziché essere descritti in termini negativi, gli autori propongono un taglio selettivo. Un lavoro di decolonizzazione dell’immaginario sociologico odierno che guarda ai giovani senza simulacri e senza le ricorrenti etichette segnate dalla passività, sfiducia, autocentratura. I giovani intervistati, dalla Calabria al Friuli passando per la val Pellice, hanno la caratteristica di lasciare tracce delle loro azioni collettive sulla comunità locale, producendo beni comuni. Evitando di volere capire e attribuire dei bisogni è possibile mettere a fuoco alcune caratteristiche comuni di questi nuovi gruppi di giovani: gruppi con durata breve, gruppi con obiettivi, gruppi attraversati e non gruppi di permanenza, né tanto meno gruppi basati sull’identità; gruppi che pongono molta enfasi al pragmatismo, al fare insieme. Emerge una pluri-identità di strategie giovanili che fronteggiano la complessità, segnata dall’avere molti contatti, dallo stare dentro a contesti differenti, dal collaborare con logiche di compito. Caratteristiche ambiggiovani disegnue ma che si possono leggere in positivo come una strategia adattiva: la grande enfasi data al piacere di stare insieme prefigura una nuova modalità gruppale attenta ai processi relazionali, a differenza dei gruppi del secolo scorso molto legati a una dimensione identitaria.

La ricerca riferisce di giovani che desiderano e ricercano una relazione con gli adulti, a condizione che siano figure di adulti e adulte significative: dei testimoni. E’ come se l’unica relazione significativa tra generazioni possibile fosse quella dell’ipotesi di Freire: gli esseri umani si educano fra loro stando al mondo. Siamo di fronte a una richiesta selettiva perché i/le giovani di oggi si rivolgono ad adulti/e che hanno una esperienza degna di essere vissuta, per prenderne spunto, rielaborarla; non hanno bisogno di modelli da imitare. Figure adulte come quella del passatore, di chi ti accompagna e poi ti lascia andare sul confine. Il maggior bene comune di questi gruppi è la cooperazione stessa, proprio perché l’accento è posto sul gruppo: il bene comune è la costruzione collettiva, la divisione del lavoro dei compiti. Per questi/e giovani il processo è importantissimo: è il come fare insieme, il come cooperare. Cooperare significa mettere insieme forze per fare cose che non si possono fare da soli; la cooperazione produce quindi speranza e ha molto a che fare con la politica. Anche se in un senso nuovo.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ANDREA MARCHESI IN DUE PUNTATE

L’esperienza di ricercazione “Officina Giovani” – all’interno della rete nazionale di cooperative sociali legate a EDUCA – condotta da A. Marchesi e Cristiano Conte è riportata nell’ultimo numero di Animazione Sociale. Tra pochi giorni il convegno nazionale promosso dalla medesima rivista “Cose da fare con i giovani” appuntamento per operatori impegnati nel lavoro sociale con i giovani che si svolgerà a Rovereto il 27 e 28 febbraio.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 febbraio 2015 da in giovani con tag , , .

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