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Linguaggio inclusivo per educare al genere

L’incontro con l’educazione al genere è per me iniziato oltre 20 anni fa al centro ecumenico di agape. Si trattò e si è sempre trattato di uno scontro, di un conflitto, scaturito dalla tematizzazione perenne del linguaggio non sessista o linguaggio inclusivo. Inizialmente mi sembrava assurdo voler cambiare la grammatica italiana. linguaggioInclusivoCuntalaAdesso guardandomi indietro con più esperienza del giovane maschio animatore ventenne che dal linguaggio italiano non si sentiva affatto escluso, né ne percepiva i caratteri sessisti, posso dire che non mi sembra possibile una educazione alle differenze che non parta dalla differenza di genere. Non vedo approccio educativo al genere che non possa fare a meno dello scontro e del conflitto che genera l’uso del linguaggio inclusivo. Nella mia esperienza quando è mancato l’uso del linguaggio inclusivo non mi sono mai sentito già oltre ma sempre prima. Chi lo considera pura formalità ne misconosce la sostanzialità. Per questo provo disagio quando le mie colleghe non lo usano, quando la mia dirigente firma con il maschile, quando anche in questo incontro ci sono donne che si autodefiniscono “formatore”. sessimolinguaitaliana

Il linguaggio di genere è dirompente nella scuola perché agisce in 4 direzioni: – sul piano giuridico dei documenti scolastici (POF e modulistica amministrativa interna in primis); – sul piano della formazione insegnanti; – sul piano della relazione pedagogica con le bambine e i bambini; – infine indirettamente sulle famiglie italiane.

Sul piano educativo ci sono due direzioni: – la prima è quella di ripristinare sempre la grammatica classica che nel parlato tende a scomparire per alcune semplificazioni che vedono schiacciare l’uso del pronome indiretto “le” sul maschile “gli” o l’accordo del participio passato quando necessario: – bravebambinela seconda più interessante è quella propria del linguaggio non sessista e quindi della eliminazione del maschile-neutro e di tutte le altre discriminazioni (che non a caso iniziano dai sostantivi che indicano lavori che sono diminutivi e/o vezzeggiativi) etc… fino ad arrivare all’uso provocatorio del solo femminile plurale per indicare anche i maschi.

Mi auguro che su questo ci siano gruppi di auto-formazione, che sappiano condividere difficoltà e risorse dell’uso di questo linguaggio e che la rete collochi l’uso del linguaggio inclusivo (termine che preferirei a sessuato o non-sessista) e sappia fornire tutti gli elementi per una formazione permanente a livello linguistico, politico, giuridico.

(Simone Lanza, Roma, 20-21 settembre 2014)

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Questa voce è stata pubblicata il 10 ottobre 2014 da in educare al conflitto, educare al genere, scuola con tag , .

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