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Educare alla padronanza degli schermi? Sì grazie!

Il convegno Maitrise des écrans – Parigi il 30 aprile 2014 – era organizzato da insegnanti, alunni, genitori, studiosi che hanno confrontato le loro esperienze di spegnimento degli schermi sperimentate in Francia dal 2006 (175) e in Canada dal 2003 (con oltre 100). Nella presentazione si legge: “Oggi, gli schermi sono onnipresenti nella nostra vita quotidiana e dalla più tenera età: TV, console di gioco, smartphone, computer, tablet. I contenuti accessibili sono molti, variano (FaceBook, Twitter, Snapchat, Ask) e sfuggono spesso al controllo dei genitori… Senza negare le possibilità di condivisione di informazioni e conoscenze che queste nuove tecnologie offrono, si tratta di valutare anche i rischi potenziali per la salute e l’apprendimento nell’uso prolungato. Mentre il fascino degli schermi aumenta, il danno si estende; da qui la necessità di fornire alle famiglie e alle scuole un tempo di disconnessione.”schermi

L’organizzatore Jacques Brodeur, ha evidenziato i tre risultati maggiori. Aumento del tempo della conversazione in famiglia. Aumento del tempo dedicato allo sport (bicicletta soprattutto). Aumento del tempo dedicato alla lettura. Sono i risultati sul lungo periodo, quando gli alunni tornano ad accendere gli schermi con maggiore senso critico. Le stime, sorpassate dall’irruzione di smartphon, dicevano che dal 1983 al 1997 il tempo-conversazione in famiglia si fosse dimezzato passando da 1h12′ a 34′ alla settimana (USA). Questo mentre il tempo-schermo passava da 15-20 hh settimanali nel 1980 alle 40 hh settimanali (età 8-18 anni). L’American Academy of Pediatrics dà dati più accurati, ma il problema è tutto pedagogico: se la maggior parte del tempo è davanti a schermi di anziché a parlare in famiglia e giocare liberamente con i coetanei, chi sta educando?

In questi esperimenti la settimana è vissuta come una partita sportiva. Nessuno è obbligato a spegnere la TV. Sono i bambini il vero motore, i giocatori entusiasti. Molto spesso è la prima volta che hanno questa possibilità di scelta. Nella testimonianza dei genitori mi ha colpito moltissimo sentire che molte famiglie avevano proprio il desiderio che ci fosse una istituzione pubblica e dei professionisti che offrissero finalmente ai propri bambini delle alternative agli schermi. Insegnanti e istituzioni danno invece la colpa alle famiglie. Dobbiamo parlare di corresponsabilità educativa?

Gli interventi convergono sull’assunzione di responsabilità da parte degli adulti. Héloise Junier, psicologa dello sviluppo, ritiene che in età prescolare non si debbano esporre a schermi prima di 3 anni e che fino ai 10 occorra parlare di minuti. Nella sua pratica ha riscontrato due motivazioni radicate nelle famiglie: 1) lo schermo è un buon baby sitter che riduce conflitti in famiglia; 2) rende più intelligenti i bambini. Ignoranza e mancanza di tempo? Per i bambini prima di 10 anni Sabine Duflo descrive un impatto globalmente negativo a livello emozionale e intellettuale: problemi di attenzione, problemi di lettura, problemi di sonno, di aggressività, incapacità di giocare da solo/a, ridotte capacità di immaginazione. La povertà di immaginario è stata evidenziata dall’analisi dei disegni da Winterstein. Analisi disegni di Winterstein

Sabine Duflo e Héloise Junier hanno spiegato che in età prescolare è essenziale lo sviluppo di capacità manipolatorie per le quali si rende importante usare quanti più materiali e supporti diversi: è la fase della scoperta senso-motoria in cui lo sviluppo di un solo senso (quello visivo) è limitante e anche inibente perché il tipo di attenzione richiesta è diversa e minima. L’attenzione è infatti capacità che si articola in due livelli: primaria e secondaria. E’ la capacità attentiva secondaria e volontaria quella prettamente umana intorno a cui si sviluppa, tra l’altr,o la capacità di attenzione congiunta e l’empatia.

L’intervento iniziale del filosofo Bernard Stiegler è un po’ allarmista: “il massacro degli innocenti”. Ha il merito di spiegare come il desiderio venga ridotto a pulsione: gli schermi (puntati contro i bambini come armi) inibiscano lo sviluppo del desiderio deturnandolo verso oggetti virtuali. Intervengono però anche gli alunni di una scuola superiore parlando dei grandi vantaggi che gli schermi permettono loro: condivisione di sentimenti, arte, cultura, relazioni a distanza. Non sembrano affatto sconvolti dall’idea di farne a meno, le amicizie e lo sport occuperebbero quel tempo. E’ proprio su questo incrocio che può iniziare l’esperimento di sospensione per sviluppare padronanza degli schermi.

Molte altre riflessioni vanno oltre. Si chiedono come evitare una settimana di grandi consumi. La sociologa Sophie Jehel è per una regolazione pubblica e un intervento dei poteri pubblici, almeno per le pubblicità e le trasmissioni per bambini/e. Gli attori del controllo dovrebbero essere tre: le famiglie, l’autoregolazione dei canali con codici etici, il controllo pubblico. Propone inoltre un osservatorio della società civile.

I temi sono molto attuali e caldi. Come si modificano le relazioni di amicizia attraverso gli schermi? E’ possibile educare a sviluppare un senso critico nell’uso dei media? L’esperimento “una settimana senza schermi” è l’occasione per aprire questi importanti interrogativi filosofici su cui bambini e giovani hanno estremamente voglia di mettersi in gioco. Questi schermi non hanno forse il potere di immobilizzare i corpi e le parole dei bambini? Non sono forse in gioco corpi e il potere filosofico ed esistenziale della parola?

PER AVERE AGGIORNAMENTI ITALIANI SUGLI ESPERIMENTI DI SPEGNIMENTO DEGLI SCHERMI NELLE SCUOLE SEGUI WWW.GLOBILDUNG !

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Questa voce è stata pubblicata il 12 maggio 2014 da in educare ai media, gioco con tag , , , , , .

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